Migliori album 2018. La classifica di Davide Cantire

Migliori album 2018. La classifica di Davide Cantire

Su SA trovate le classifiche personali di Fernando Rennis, Elena Raugei, Riccardo Zagaglia e Stefano Solventi, e un’analisi di quelle pubblicate da altre testate come COS, Quietus e NPR.

Le classifiche sono un gioco e come tale vanno interpretate. Possono basarsi su schemi rigidi, su tendenze più o meno in voga, sull’inseguire un politically correct mai così fastidioso e destabilizzante, tale da far tornare in mente i rigurgiti del maccartismo, oppure possono essere una finestra su un periodo, quello che in questo caso va dal gennaio al dicembre 2018, per arrivare a fare il punto (personale) della situazione. Per quanto mi riguarda, in netta coerenza con i due anni precedenti, anche il 2018 segna un brusco deterioramento dell’offerta musicale, che come si segnalava nel report semestrale, manca di una vera sorpresa, di un gradito azzardo che rimescoli le carte in tavola, quello capace di inaugurare una nuova era, una nuova voglia d’esplorare territori magari battuti ma con piglio decisamente stuzzicante.

Rispetto a sei mesi fa la selezione è radicalmente cambiata, sia per il numero delle uscite, sia per il livello di qualità decisamente superiore, che però si assesta appena sopra il discreto e il buono, sfiorando solamente in una manciata di casi l’ottimo. Ottimo che si assaggia nell’ultima fatica di Annie Clark, ovvero St. Vincent, che con MassEducation ci riporta al 2017 e alla sua personalissima e aspra critica al sistema, all’apparenza e alla realtà mediatica e lavorativa circostante, una sorta di concept che rimanda al mantra Welcome to the Machine e lo rielabora bowieanamente, con un taglio decisamente più girl-power e in difesa della libertà di gender, stavolta però con toni più dolci, più rilassati e meno frenetici; una piccola pausa di riflessione (e per questo invisibile in questa selezione). Terreno fertile anche nell’ultimo, ispirato lavoro dei Diaframma, in cui Federico Fiumani riporta il suo gruppo nel 2018 ripescando a piene mani nella tradizione new wave e tipicamente eighties della band, con un’attenzione peculiare per i dettagli, i suoni e le suggestioni in balia di una generazione giovanile allo sbando, incapace di abbattere e oltrepassare gli errori di quella del passato che ha appunto creato un abisso. L’abisso è anche quello personale dell’artista maturo, che risvegliatosi con sessanta primavere sul groppone, è a un bivio emblematico: prolungare la ricerca del senso di questa vita oppure abbandonarsi all’oblio, all’ipotesi del non-sense. Così come ottima è la rielaborazione di Twin Fantasy da parte di Car Seat Headrest, ritrovatosi improvvisamente più maturo e vissuto del suo omonimo del 2011, e per questo rivestito da un’aura professionale che ne certifica il successo e glorifica l’ispirazione, al contempo cristallizzando un’esperienza adolescenziale che in questo modo assume contorni nostalgici e irresistibili, tanto che risulta impossibile trattenere l’emozione al termine delle dieci tracce rivisitate.

Rimanendo nella Top 10, da segnalare è sicuramente la presenza massiccia di quella malinconia cantautoriale che contraddistingue da sempre gli ascolti di chi scrive, vuoi perché affine a quella condizione, vuoi perché testardamente ossessionato dall’idea dell’artista cupo e maledetto, impossibilitato a raggiungere qualsiasi parvenza di felicità che non passi attraverso una catarsi, quest’ultima da conquistare esclusivamente per mezzo di un percorso tortuoso e il più sofferto possibile; è il caso di dischi emblematici in questo senso come lo sono quelli di Marissa Nadler (For My Crimes), Beach House (7) e Any Other (Two, Geography), così intrisi di un senso labile di espiazione da far rimanere spesso senza fiato né parole a fine ascolto. Si respira, invece, un’aria più barocca – anche se non meno enfatica e malinconica – nell’ultimo affondo degli Suede, che con The Blue Hour (blu = malinconia, quindi si vince facile) ci fanno accedere direttamente a un’altra epoca passando prima per il loro inconfondibile sound, questa volta gustosamente più pomposo del solito (con annessi difetti). Si riconfermano in classifica i vari Breeders, Baustelle (protagonisti di un bienno da antologia e da manuale per qualsiasi altra “oscenamente” pop-band italiana), John Maus, Lay Llamas, la congiunzione tra passato e presente di Father John Misty, il brio dei Sons of Kemet e il disperato ritorno (corto) dei Nine Inch Nails. Sopravvivono anche gli Arctic Monkeys reinventatisi beachboysianamente con l’ultimo Tranquility Base Hotel & Casino, anche se l’album in questione va inquadrato come una sterzata obliqua in questo esatto contesto storico e politico, perdendo un po’ la dimensione epocale dei lavori precedenti ed esaurendosi nell’immediato. Tra le novità più commoventi c’è il ritorno dal mondo dei morti di Charles Bradley con il disco postumo, Black Velvet, che ci conferma la perdita di una delle voci più sincere del soul e capace di brillare di luce propria come pochi altri, anche se per un periodo brevissimo (recuperate il documentario Charles Bradley: Soul of America, non ve ne pentirete).

Capitolo a parte per i debutti di livello di quest’annata: il più divertente e cromato ci è parso il Vendetta degli Scudetto, duo elettropop formato dal veterano e abitué di queste classifiche Alessandro Fiori e da Giacomo Laser, seguito a ruota dall’italianissimo rock dei Dunk, altro supergruppo di cui abbiamo parlato spesso quest’anno, sia per ispirazione che spontaneità nella performance. Presenti nelle classifiche di mezzo mondo, forse più per questioni politiche che per meriti artistici (che pure non mancano), ecco anche qui le boygenius (al secolo Julien Baker, Lucy Dacus e Phoebe Bridgers) con il loro EP eponimo, davanti all’esordio altrattando sognante di Ex:Re (cantante dei Daughter) e al post-rock nudo e crudo (nonché interamente strumentale) dei brianzoli La macchina di Von Neumann.

Top 25 2018

  1. Diaframma – L’abisso
  2. Car Seat Headrest – Twin Fantasy
  3. Low – Double Negative
  4. Nine Inch Nails – Bad Witch EP
  5. Marissa Nadler – For My Crimes
  6. Beach House – 7
  7. Suede – The Blue Hour
  8. The Breeders – All Nerve
  9. Any Other – Two, Geography/Frankie Cosmos – Vessel
  10. Courtney Barnett – Tell Me How You Really Feel
  11. Father John Misty – God’s Favourite Customer
  12. Adrianne Lenker – abysskiss/Drinks – Hippo Lite
  13. Lay Llamas – Thuban
  14. Sons of Kemet – Your Queen Is a Reptile
  15. Jonny Greenwood – Phantom Thread
  16. John Maus – Addendum
  17. Charles Bradley – Black Velvet
  18. Arctic Monkeys – Tranquility Base Hotel & Casino
  19. David Byrne – American Utopia
  20. Baustelle – L’amore e la violenza Vol. 2
  21. Ismael – Quattro
  22. Stephen Malkmus & the Jicks – Sparkle Hard
  23. Oneohtrix Point Never – Age Of
  24. Thom Yorke – Suspiria (Music for the Luca Guadagnino Film)
  25. U.S. Girls – In a Poem Limited
  26. St. Vincent – MassEducation (ghost track)

Top 5 – Migliori debutti 2018

  1. Scudetto – Vendetta
  2. Dunk – Dunk
  3. boygenius – boygenius EP
  4. Ex:Re – Ex:Re
  5. La macchina di Von Neumann – Formalismi
Tracklist