Migliori album 2016. La classifica di Luca Roncoroni

Migliori album 2016. La classifica di Luca Roncoroni

Dopo aver chiuso la nostra classifica ufficiale del 2016 relativamente alla redazione e allo staff di sentireascoltare, vi presentiamo quelle dei singoli collaboratori, ognuna accompagnata da un testo di riflessioni e pensieri riguardo all’annata appena trascorsa. Di seguito quella di Luca Roncoroni.

Transizione e tradizione sono probabilmente le due parole chiave che più di tutte hanno caratterizzato il 2016. Listone e classifiche varie di fine anno sono un giochino vagamente fetish che non mi ha mai visto partecipare con troppo entusiasmo, ma in questo caso molto più che in tanti altri credo che una graduatoria – peraltro non strettamente meritocratica, anzi decisamente soggettiva – come quella che presenterò di qui a poco possa essere, se non necessaria, quantomeno utile a riassumere in un’ipotetica playlist i tanti temi che quest’annata ha portato in dote e che trasversalmente l’hanno attraversata. Come credo chiunque abbia già scritto, il 2016 sarà ricordato innanzitutto come un annus horribilis per la quantità e la “qualità” di decessi illustri – non mi dilungherò nell’ennessimo, inutile elenco che dai David Bowie e i Leonard Cohen arriva fino a Greg Lake. Questo fenomeno è stato a maggior ragione caratterizzante in quanto diverse di queste perdite hanno portato con sé un ultimo lascito discografico di grande valore, come nel caso di You Want It Darker e soprattutto Blackstar (ma anche Skeleton Tree di Nick Cave nasce indissolubilmente legato al dolore di un lutto). Ecco allora che l’impressione è quella di aver ormai inevitabilmente varcato l’immaginaria e da troppo procrastinata soglia di un ipotetico passaggio di testimone tra due generazioni, quella di ieri – con il suo ultimo, grande contributo prima della definitiva uscita di scena – e quella di oggi (o forse domani?).

Questo stesso discorso è estendibile anche al disco che, senza troppi dubbi, è stato il mio preferito di quest’anno: dopo la morte di Phife, anche Q-Tip e soci hanno donato al mondo un ultimo regalo d’addio, in cui la generazione old school tende la mano (e il mic) ai signori dell’hip hop di oggi, per cui in We Got It from Here… compaiono Kendrick Lamar, Anderson Paak e Kanye West. Sarò un po’ romantico, ma credo che sia impossibile non esserlo davanti a un disco di questa portata e di questa atemporale freschezza. Sempre dal mondo black ed elettronico, che per passione e specializzazione sono dichiaratamente preponderanti in questa lista, sono arrivati gli altri spunti secondo me più corposi di quest’annata: dal monolitico Konnichiwa di Skepta, che sembra aver definitivamente sdoganato il fenomeno grime made in UK nel mondo, a tanti graditissimi ritorni (da Andy Stott ai Radiohead, proseguendo con quello subacqueo e civilmente impegnato di Nicholas Jaar e ai monumentali Autechre delle cinque parti di elseq, ma anche Tim Hecker, James Blake, gli Swans, Iggy Pop con Josh Homme), fino a un rinnovato entusiasmo per un nuovo jazz iper-contaminato e dialogante sulla scia di Flying Lotus, Thundercat, Kamasi Washington e combriccola Brainfeeder varia (Yussef Kamaal, BadBadNotGood).

In campo r&b, dove altre due icone fondamentali sono scomparse (Prince e Sharon Jones), due sono stati i trend più significativi: da una parte un’ampia schiera di interpreti e/o producer che fa della libera diversità sessuale la propria battaglia (Frank Ocean e ANOHNI, ma anche l’emergente serpentwithfeet e Yves Tumor, oltre a Mykki Blanco, Le1f e Young Thug in campo HH, e vale la pena di nominare anche il/la producer transgender Elysia Crampton), dall’altra grandi dischi firmati dalle regine black: Solange, JONES, Dawn Richard, Nao, Alicia Keys, Beyoncè, e mettiamoci anche Rihanna. In quest’ultimo solco più tradizionalista, forse anche conservatore, in ogni caso radicalmente (e orgogliosamente) roots, s’inseriscono anche le infiltrazioni gospel di dischi come Coloring Book di Chance the Rapper e The Life of Pablo di Kanye West, o la personale ricerca di Blood Orange e Childish Gambino. Su Blonde e Hopelessness vale la pena di spendere qualche parola in più: dopo il bagno di consensi di channel ORANGE, il dittico Endless/Blonde è quanto di più sincero, personale e coraggioso Ocean potesse licenziare, anche a discapito di fruibilità ed omogeneità, ed è un disco che nonostante (o forse proprio grazie a) i contrastanti riscontri che ha incontrato, rimarrà come imprescindibile punto di confronto nel panorama black – e non solodei prossimi anni. Di contro, il ritorno di Antony Hegarty sceglie di farsi militante e fortemente politicizzato esponendosi su temi come ambientalismo, terrorismo, diritti civili e libertà individuali nel distopico e trumpizzato presente, sempre più simile a un nuovo Medioevo.

In un senso di recupero della propria tradizione, ma questa volta più nostalgico e rassicurante, si muove anche la principale tendenza in ambito pop che ha visto quest’anno la propria definitiva e conclamata affermazione: sto parlando della tanto chiacchierata retromania 80s, sempre più evidente in fenomeni come Stranger Things o in ritorni come Star Wars, Ghostbusters o il prossimo Twin Peaks, ma anche in dischi come l’ottimo Nothing’s Real di Shura. Dall’altra parte, ritmi caraibici e dancehall liofilizzata d’importazione sempre più ubiqui anche a livello di heavy rotation, come nell’ultimo, fallimentare Drake o (molto meglio) nel Machinedrum digital-paradisiaco di Human Energy, oltre ad un funk preconfezionato e plasticoso (vedi Bruno Mars) che guarda furbamente ai 70s e ai Daft Punk di RAM (che infatti ricompaiono nel nuovo – e al solito non del tutto soddisfacente – The Weeknd).

Sul versante “orgoglio italiano”, scelgo Lorenzo Senni per l’elettronica, con il suo ottimo esordio su Warp (Persona), e Murubutu per quanto riguarda l’hip hop nostrano, che con il suo L’Uomo che Viaggiava nel Vento ancora una volta si conferma due spanne sopra a qualsiasi altro MC nazionale per eleganza di scrittura. Sul fenomeno – che, ahimè, rischia di diventare generazionale – trap (soprattutto italiana) ho già espresso le mie numerose riserve in un approfondimento dedicato.

Ecco allora le prime 20 uscite che mi sono piaciute di più quest’anno, 12 mesi ricchissimi con tanti dischi validi che i tanti lutti e la nostalgia imperante non dovrebbero lasciar passare in secondo piano:

  1. A Tribe Called QuestWe Got It from Here… Tank You 4 Your Service
  2. David BowieBlackstar
  3. Murubutu L’Uomo che Viaggiava nel Vento
  4. Frank OceanBlonde
  5. Skepta – Konnichiwa
  6. Solange A Seat at the Table
  7. Radiohead A Moon Shaped Pool
  8. ANOHNI Hopelessness
  9. Vince StaplesPrima Donna EP
  10. Nicholas JaarSirens
  11. Shackleton Devotional Songs
  12. Andy StottToo Many Voices
  13. Elysia CramptonDemon City
  14. Shura Nothing’s Real
  15. Gaika Spaghetto EP
  16. James BlakeThe Colour in Anything
  17. Danny BrownAtrocity Exhibition
  18. BadBadNotGood – IV
  19. Dawn RichardRedemption
  20. Childish GambinoAwaken, My Love!
Tracklist

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