25 anni e non sentirli: alla ricerca del 1993 perduto di Tommaso Iannini

Siamo giunti alla quarta puntata della “rivisitazione” a posteriori degli album usciti nel 1993. Dopo quelle di Stefano Solventi, Stefano Pifferi, Marco Boscolo, Valentina Zona e Antonello Franzil, tocca alla top 10 di Tommaso Iannini.

La mia educazione musicale del 1993? Tutta in differita. È solo pochi mesi dopo che, all’età di quindici anni e mezzo circa, ho una specie di rivelazione. Scopro quasi d’emblée che esistono nuovi mondi sonori oltre a quelli praticati o coscientemente non praticati fino a quel momento. I mondi che inconsciamente stavo cercando già da un po’. Il 1993, per quanto mi riguarda, arriva quindi nel 1994, nel 1995, nel 2000 e così via. A partire direi da In Utero e Vs, che a non troppi mesi dall’uscita sono tra i nastri che girano ininterrottamente nello stereo. Il terzo album dei Nirvana, è vero, non trasmette la stessa sensazione di irripetibile equilibrio e stato di grazia di Nevermind. Ne restituisce un’altra spinosa e controversa, come i Nirvana stessi catturati da Steve Albini: angolari, discordanti, intermittenti, abrasivi. Vs è tra i dischi che ho amato di più dei Pearl Jam. È discontinuo, certo, anche se i momenti belli li ho tuttora bene impressi nella memoria, che siano di rock aggressivo, rabbioso ma che funkeggia in scioltezza, o di folk-rock più elegante e intimo. Siamese Dream degli Smashing Pumpkins è un altro dei dischi che ha plasmato il mio immaginario musicale: un grunge-rock di forza e di delicatezza, un sogno estatico che sconfina nello shoegaze. Preferisco ancora Dog Man Star a Suede, perché è più “album”. Sarebbe stato ancora meglio se invece di certi filler Brett Anderson e soci avessero inserito, che so, una My Insatiable One e qualche altro pezzone sparso sui vari lati B. Però che singoli: amo tuttora incondizionatamente Animal Nitrate, e in particolare l’extra mordente aggiunto dalla chitarra di mister “Johnny-Marr-meets-Mick-RonsonBernard Butler (dite quello che volete ma senza di lui i Suede non sono stati più gli stessi). Ovviamente Gentlemen degli Afghan Whigs: parlo pure qui del suo delizioso r&b con chitarre post-hardcore e melodie esagerate tra ammiccamenti black e melodrammi elettrici, che lo ascolti una volta e sei fregato, ti rimane dentro per sempre. Altrettanto ovviamente Rid of Me, la Polly Jean che più mi sconfinfera: cruda, bluesata, aspra, violenta, urticante. Potrei citare ancora Pork Soda dei Primus (credo che mi abbia fatto scoprire il senso dello slap, praticamente è un trattato sul tema), il soave Souvlaki degli Slowdive (goddamn you’re so fucking suave, avrebbe detto Dennis Hopper…), Cure for Pain (Candy says she wants me with her down in Candy Land… quel sax, quel basso, quel crooning, mamma mia!) e qualcos’altro che mi sarò scordato di sicuro.

Album e artisti scoperti in tempi diversi, non tutti a stretto giro, ma in modo da lasciarmi tracce profonde che perdurano allo stato attuale delle cose. Oggi però voglio parlare di altri dischi ancora, incrociati tra ricerca, “lavoro” (sempre abbastanza restio a usare il termine a riguardo) e semplice curiosità di ascoltatore. Perle troppo oscure, fuori portata, fuori “dal mondo”, difficili o semplicemente sconosciute per il quattordici-quindicenne del 1993 come per l’adolescente degli anni successivi. Opere di cui non avevo contezza e cognizione e che più avanti si sono rivelate come punti di “snodo” – parlo dei dischi in sé, ma anche dei loro autori – per l’evoluzione di certe musiche precedenti e successive; evoluzione a volte compiuta, proseguita oltre, e a volte sospesa o interrotta con quelle band (peccato). Il suddetto 1993 non sarà al livello del 1991, l’ultima (?) annata davvero epocale del “rock” come lo intendiamo di solito. Rimane in ogni caso l’espressione di un momento intenso, ricco di bei dischi e di storia – o meglio ancora, di storie, che naturalmente si intrecciano con le nostre. Storie a cui siamo arrivati in ritardo, anche se alla fine l’importante è esserci arrivati e non essere rimasti poi fermi. Ecco allora dieci dischi del 93 perduto, più un bonus (perché si tratta di un’antologia), più due outtake italiane. Abbiamo fatto tredici, in totale (già, a proposito di amarcord, ai quei tempi si giocava ancora al Totocalcio con la schedina cartacea: mai vinto nulla…).

 

Don Caballero – For Respect

Il math rock l’ho “scoperto” almeno con una decina di anni di ritardo, quando non dico era agonizzante, ma già aveva dato il meglio di sé. Questo figlio un po’ secchione dell’hardcore evoluto o “progressivo” degli anni ’80 ci ha fatti meravigliare e sotto sotto fremere di soddisfazione al pensiero che i gruppi post-hardcore sfoggiassero velleità da ensemble jazz (avete rotto il [email protected]##o con questa storia che i punk non sanno suonare… voi e i vostri assoli inutili, e il prog che nemmeno ascoltate…). Soprattutto, poi, quando queste velleità si concretizzavano in una musica incalzante, forte e disciplinata, in una furia esecutiva che non era in contraddizione, semmai in febbrile dialettica, con la sua controparte cerebrale. L’ascolto dei primi Don Caballero – e vicino a For Respect aggiungerei i pezzi raccolti in Singles Breaking Up (Vol. 1) – è tuttora un’esperienza piacevolissima, anche perché la materia sonora qui è più asciutta e tesa, meno arzigogolata dei pur invidiabili lavori successivi.

Gastr del Sol – The Serpentine Similar

Se qualche appiglio per avvicinarmi al post-hardcore matematico dei Don Caballero avrei potuto trovarlo nei suoni del grunge frequentati allora – e che per quanto mi riguarda sono stati la spinta propulsiva di un interesse appassionato verso tutto il resto della musica rock – la musica enigmatica dei Gastr del Sol richiede un passo successivo, la consapevolezza dello slow core, del post-rock, con tutto ciò che ne consegue. Tanti ascolti e pagine lette, imbeccate arrivate da libri, giornali, le poche radio che passavano la “tua” musica (prima di Internet, of course). Le trame scarne e rarefatte con improvvise impennate bluesy di A Watery Kentucky, un bozzetto da camera “rovinato” da infiltrazioni rumoriste come A Jar of Fat, ti devono arrivare anche per contrasto con la tua esperienza del rock-rock (due volte non per refuso). Per farti capire come nascono i nuovi mondi musicali (di post-rock nel 1993 non parlava nessuno in quel senso, nemmeno il buon Simon Reynolds).

Girls Vs BoysVenus Luxure N. 1 Baby

Altra band ascoltata con notevole ritardo. Non so se preferire Venus Luxure N. 1 Baby o il successivo Cruise Yourself. Che si opti per l’uno o per l’altro, il gruppo di Eli Janney e Scott McCloud è una delle bande indie/noise più interessanti e anche accattivanti tra i primi e metà anni ‘90. Senz’altro per come i Girls Vs. Boys usano la ritmica (specie il basso, a volte “doppio”) e una parte cospicua di synth ed elettronica accanto alle tipiche progressioni chitarristiche di matrice “sonica”. Ma anche per il modo in cui nelle trame fitte di suoni distorti e rumori avveniristici sanno piazzare la frase orecchiabile du-du-du-du-du che ti spiazza, ti stuzzica, ti fa ballare (!). Un ponte sonoro tra la Washington dei Fugazi in cui nascono e la Chicago della Touch and Go per cui incidono, ma pure la Seattle del grunge a sentire Learned It, o la New York dei Sonic Youth. Janney, Mc Cloud & Co. creano tante sinergie interessanti, tra gli arpeggi thrilling dei sonici e i bassi dark dei Joy Division, i riffoni degli Zeppelin e l’atonia cattiva dei Big Black, i synth androidi dei Chrome e l’industrial rock dei Cop Shoot Cop. Oggi spareremmo titoloni per molto meno.

Grant Lee Buffalo – Fuzzy

È il rock acustico diverso da come te lo aspetti. Fuzzy l’ho sempre paragonato nella mia testa al primo album dei Violent Femmes. Otto anni prima c’era il trio di Milwaukee, di cui adoro l’idea di suonare punk unplugged che straccia i vestiti del classico folk (e mette pure un paio di piercing nei posti giusti). Otto anni dopo arriva il trio dei Grant Lee Buffalo e Grant Lee Phillips oltre a scrivere splendide canzoni suona una dodici corde semiacustica oversaturata di feedback e fuzz. Con quel folk-noise che alterna le carezze alle coltellate, ha un modo tutto suo di reinventare il sound classico USA. Ci senti Neil Young, Bob Dylan, Lou Reed, Jeffrey Lee Pierce, i Flaming Lips, Steve Wynn. Ci senti soprattutto i GLB, una delle band più underrated dell’epoca e forse della Storia.

Jon Spencer Blues ExplosionExtra Width

Jon, con il suo blues tagliente e ultracool, ha fatto scuola, ed è stato uno dei personaggi di culto più riveriti dei ‘90. Extra Width non è forse il suo migliore ma apre il trittico di lavori che preferisco targati Blues Explosion: seguiranno Orange e Now I Got Worry (che, per la cronaca, me lo farà scoprire nel 1996). Chitarre scassate ma sul pezzo, un organo che fa tanto acid-soul e uno spettacolare blitz di theremin: è Afro, assoluto must. In History of Lies sembra di sentire reincarnarsi i Rolling Stones: quelli giovani e sfrontati patiti di rhythm and blues, non i colossi da stadio. Le ruminazioni selvatiche e sempre stilose di Spencer, Simins e Bauer, del blues preservano l’essenza più che la lettera. E non disdegnano incursioni nei generi affini (dal rockabilly crampsiano di Pant Leg al sincopato boogie-hop di Inside the World of the Blues Explosion). Si scrive blues explosion: si legge rock and roll.

 

MotorpsychoDemon Box

Mentre certi loro connazionali danno fuoco alle polveri del true norwegian black metal (e in tutta questa polvere che prende fuoco ci scappa il morto e pure qualche chiesa bruciata…) i più garbati hard-rocker Motorpsycho tutt’al più fanno fumare gli amplificatori. E a proposito di combustioni di suono, quella lenta e cadenzata di Nothing to Say è ancora adesso da manuale. Migliore band grunge fuori da Seattle, che come si sa questo genere di musica viene meglio a certe latitudini, dove fa freddino (freddone nel caso della Norvegia). Niente male nemmeno lo stoner scandinavo di Feedtime e il delirio di diciassette minuti diciassette della title-track (qui abbiamo i Kyuss del Circolo Polare Artico, sissignori, li abbiamo!). E ribadiamolo pure che Sunchild è il miglior apocrifo Dinosaur jr. a memoria d’uomo (facciamo del sottoscritto va’…). Il miglior grunge non del Nordovest americano, si diceva, prima che i Motorpsycho cambiassero pelle e tirassero fuori il migliore sound West Coast non della West Coast o il miglior progressive rock non così prog (prima di convincersi che se non è doppio CD o concept, non è buona cosa, i norvegesi hanno tirato fuori anche un Little Lucid Moments che per me rimane una gran bella cosa). Non diciamo il miglior gruppo a chiamarsi come un film di Russ Meyer, perché vogliamo tanto bene (anche) ai Mudhoney. Mille influenze e mille anime, un solo Motorpsycho – anzi solo due al 100%, Bent e Snah. Ma a noi piacciono anche per questo, e soprattutto perché hanno fatto dischi gasanti come Demon Box (e il Timothy’s Monster che verrà poco dopo).

Polvo – Today’s Active Lifestyles

I Polvo li amo soprattutto per Exploded Drawing, anno 1996 e loro supremo – a mio avviso – capolavoro. Pure i dischi precedenti sono prove splendide di quello che è il loro merito più grande: avere creato una propria grammatica sonora paragonabile a quella dei Sonic Youth, e portato le armonie degli stessi sonici, dei Dinosaur Jr., dei Pixies, un passo più in là, raffinandole alla propria maniera. Il noise rock del quartetto di Chapel Hill acquista in effetti un che di alchemico, nonché di sottilmente manierista, dalle combinazioni di due chitarre scordate in modo talmente esibito da rasentare il sublime in sé e per sé. Eppure la morsa atonale in cui i duellanti Ash Bowie e Dave Brylawski stringono saldamente le linee dei pezzi, facendole spesso attorcigliare su se stesse, non frena, al contrario esalta e libera un disegno armonico lucidissimo e addirittura invitante. Che aggancia tre decenni di chitarrismo psichedelico americano – dai Quicksilver Messenger Service ai Red Crayola, ai Television – alle evoluzioni contemporanee del post-rock cui va incontro e che per certi versi anticipa.

 

Red House PaintersS/t

Down Colourful Hill, il mini album dell’anno prima, è già un ottimo disco. Ha questa ballata mesmerica, Medicine Bottle, che è un gioiello rarefatto da nove minuti. E poi una novelty scoppiettante, strana, Lord Kill the Pain, dove si parla di flirt tra la ragazza di Mark Kozelek (presumibilmente) e un certo suo amico Sam (e si invita il Creatore e fare fuori tutti tranne l’autore della canzone so I can sleep peacefully). Vecchio filibustiere, non sei cambiato . I monologhi infiniti in cui ci racconti per filo e per segno quello che ti passa per la testa e i pezzi in cui dileggi i colleghi li potevamo quasi pronosticare nel 1992. Quel lato confessionale che oggi il nostro Mark declina all’estremo in una sorta di stream of consciousness di fatti suoi narrati in presa diretta, qui era giusto più sorvegliato. Oltre alla spia di un individuo scontroso e idiosincratico, nel primo senza titolo targato Red House Painters abbiamo le avvisaglie e anzi la prova di un cantautore di talento, che i suoi testi amari li manda in spinning su dei giri armonici infiniti e circolari, li traduce in un disegno musicale dal cuore ipnotico, di una delicatezza e di un’eleganza davvero magistrali. Tra le ascensioni educate dei Galaxie 500, l’intimismo postpsichedelico degli American Music Club, nobili retaggi cantautoriali (Leonard Cohen, Tim Buckley, Nick Drake, Cat Stevens) e una vena sadcore assolutamente contemporanea. Difficile scegliere un brano più avvolgente di un altro: diciamo che da Grace Cathedral Park o da Katy Song ci si lascia imbambolare e dondolare con estremo piacere. Un po’ come difficile è optare per una sola delle due versioni, la dream pop “chitarrosa” e la mozzafiato al pianoforte, di Mistress. Si finisce per tenersele strette tutte e due (e per tenerci stretto pure questo ineffabile e splendido bastardo maestro delle mezzetinte scure…).

 

Seam The Problem with Me

Seam, il secondo gruppo di Sooyoung Park, già voce e chitarra dei Bitch Magnet. E quanto fossero grandiosi i Bitch Magnet, uno dopo che li ha ascoltati non se lo scorda facilmente. Basta Ben Hur con il suo primo brano Dragoon: 9 minuti e mezzo di suite – ma chiamiamola pure sinfonia – punk-psichedelica-fusion-noise in cui si trova condensato un decennio di rock hardcore-underground americano (Black Flag, Sonic Youth, Swans, Big Black, Dinosaur Jr., Fugazi, Slint e chi più ne ha più ne metta). Dopo le meraviglie con i Bitch Magnet, Park ne mette in fila altre meno sfavillanti ma comunque incantevoli con i Seam, in cui reinventa una sorta di folk-rock a sua misura: Rafael, Bunch, ovvero come suonerebbero i R.E.M. o i Buffalo Tom con dietro una muraglia di chitarre che macinano ciò che rimane dell’hardcore, ridotto in polveri fini ma acusticamente esplosive, e con certe premonizioni e intuizioni già emo.

 

UnwoundFake Train

Più che di un solo disco si tratta di una band da riascoltare in toto lungo l’arco di una carriera che ha regalato altri album notevoli – quali Repetition o Challenge for a Civilized Society (discografia tra l’altro ristampata abbastanza di recente dalla lodevole Numero Group). Tra i non molti a portare il rock atonale e noise-friendly dei Sonic Youth verso nuove declinazioni creative, gli Unwound sono in effetti ancora inafferrabili all’ascolto di oggi, in equilibrio su una lama sottile tra hardcore e grunge (Dragnalus), epici saliscendi fugaziani (Nervous Energy) o blues geometrici sbordati di caos Jesus Lizard. E ancora, eruzioni disperate di algida geometria noise e momenti di puro rock concettuale. Tra cui segnaliamo un’esaltazione della bellezza dell’armonico dissonante di chitarra (l’intro di Kantina) e l’ode alla ripetizione rivelatrice-psichedelica nella progressione strumentale infinita di Were, Are and Was or Is. Recuperarli è quasi un imperativo morale.

Bonus Track

Aphex Twin – Selected Ambient Works 85-92

Bonus perché è un’antologia di materiale già edito. E poi è il disco probabilmente ascoltato per ultimo… Se non si cambia nulla dai quattordici/quindici anni ai quaranta è grave. I gusti si evolvono. Le avversioni in compenso possono rimanere. La disco-repellenza del sottoscritto (intesa in senso di discoteca-come-situazione-pseudosociale) è intatta dopo venticinque anni e chi la smuove più. All’ascolto della musica dance elettronica, soprattutto quella avventurosa e di vocazione cross-culturale, mi avrebbero invece invitato i Chemical Brothers quattro anni dopo folgorandomi con Dig Your Own Hole. Invito accettato. A tenermi lontano per qualche anno, oltre alla scarsa conoscenza, era stato il polifosfato organico sonoro che i gggiovani conosciuti si sparavano – l’orrore, l’orrore – anche fuori dal dancefloor, su cui forse aveva un senso (forse eh….). Quel polifosfato sonoro (traduzione: m°#◊@) i ggiovani lo chiamavano “techno”. Quando forse techno nemmeno era. Solo polifosfato acustico, appunto. La mente mobile e acuta di un Aphex Twin o le sue equazioni “impossibili” tra acid house, ambient e techno (vera), risolte da genio della matematica applicata o se volete dividendo l’atomo come un electro-Einstein, erano fuori portata per il paesaggio sonoro di certa provincia più o meno cronica. Ma è bello lo stesso esserci arrivati anni luce dopo grazie alla critica musicale (per cui spesso ci scanniamo, scordandoci che alla fine ci ha salvati un po’ tutti).

Bonus Tracks Italia

Massimo VolumeStanze

«Alcol, questo era il suo problema… Questo era il problema di Thomas. Io… io ci ho sempre girato intorno». Giustamente ci si focalizza spesso sulla narrazione vocale di Clementi, ma di questo disco e dei Massimo Volume in generale bisogna notare la coesione e l’aderenza musicale, una presenza sonora di gruppo che poco ha da invidiare agli stessi punti di riferimento esteri, come potevano essere Fugazi o Jesus Lizard. Tracce di blues smozzicato, di jazz-core SST (la brevissima 15 di agosto), una vena hardcore che si propaga ancora prepotente (Insetti) ma prende forme quasi psichedeliche e “matematiche” per il 1993, tocchi sparsi di post-rock. Una musica a volte tanto serrata e aggressiva quanto è pausato e arioso il declamato clementiano, e in genere sempre impeccabile.

Almamegretta Animamigrante

Venticinque anni di Animamigrante. Che legge anche così: la dolorosa e sanguinante attualità attuale – non è una ridondanza – di O bbuono e o’ malamente, Sudd, Fattallà (clamorosa); così come potremmo dire di Napoli o Rigurgito antifascista dei cugini 99 Posse, anche loro all’esordio nel 1993 e meritevoli di una menzione particolare. Il dub mediterraneo degli Alma ha dentro cristallizzati gli umori, musicali e non, di un’epoca e di una città unica. Viene dal ventre e dal cuore di Napoli, ma da lì guarda la Giamaica, Bristol e il suo trip-hop (e galeotta fu tra l’altro la band di un napoletano d’Inghilterra, Robert del Naja), Nordafrica, Medioriente, America Latina – pure; un po’ meno il folk partenopeo di quanto succederà con Sanacore; soprattutto, una world music psichedelica con i giri lenti e le pupille dilatate, quanto lucida e luccicante nel dire quello che deve dire.

15 novembre 2018
15 novembre 2018
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