Parto da una considerazione personale per allargare la questione, o meglio per porre qualche questione su cui sto riflettendo (in splendida solitudine, c’è da dire) da tempo e che grossomodo ruota(no) intorno alla musica, anche se sarebbero tranquillamente applicabili a ogni forma di “fenomeno culturale” in senso lato. Alla fine di giugno gli Zu, gruppo enorme il cui impatto giustamente è riconosciuto anche (e soprattutto) all’estero da una serie di personaggi tipo costellazione dei sogni, hanno suonato qualche data in formazione originale, con Jacopo Battaglia alla batteria e col featuring di Mats Gustafsson per celebrare il decennale dell’uscita (con ristampa annessa) di How To Raise An Ox. Le date, in termini di pubblico, ché sul palco non c’è neanche da chiederselo, sono andate tutte relativamente bene anche se la data romana mi è sembrata insolitamente fiacca dal punto di vista della partecipazione. Cosa che già in diretta mi aveva fatto storcere il naso spingendomi a chiedermi come fosse possibile che gli Zu, in formazione originale, a casa loro (Ostia è pur sempre Roma), non facessero un sold-out di quelli imbustatissimi. Da lì la riflessione si è allargata alla composizione di quello che a me sembrava uno scarso pubblico (è una iperbole eh, sia chiaro): molte facce note tra musicisti, promoter, discaholics (per usare un neologismo made in Gustafsson). C’era però qualcosa che stonava. Anzi, c’era qualcosa che avevo più volte notato senza però mai metterlo veramente a fuoco. E quel qualcosa era la totale assenza di qualsivoglia forma di “ricambio generazionale”. Eravamo tutti “vecchi”. Così questo ricambio generazionale mancato, soprattutto in occasione di un live come al solito micidiale di quella che era ed è una vera macchina da guerra, specie con Battaglia alla batteria che è un po’ come rimettere tutte le spire del proprio DNA al proprio posto, mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca e mi ha fatto pensare.
Mi ha fatto pensare che questo momento storico, in apparenza floridissimo per “l’indie” italiano in italiano – qualsiasi cosa voglia dire – sia in realtà una illusione e pure abbastanza brutta. Una illusione infruttifera, si direbbe con gergo da economista, se non addirittura dannosa. I motivi sono semplici: da un lato continua a perpetuare quella distorsione ottica per cui certa roba che di “indipendente” non ha nulla sia “indie” non-si-sa-ancora-bene-su-quali-basi; dall’altro come questo “indie” non-indipendente continui ad agire come una sorta di tappo, un blocco per lo sviluppo di un underground che è costretto a (ri)farsi veramente sempre più underground finendo con l’atomizzare il già scarso appeal verso un pubblico più ampio. Come a dire, dalle 1.000 copie di un qualsiasi 7” autoprodotto del giro hardcore di fine ’90 siamo arrivati a tirature da 300 copie che spesso avanzano e restano a marcire sotto il letto di chi ha ancora il coraggio di produrle. Inoltre quell’indie-non-indipendente occupa spazi – sempre in calo, sempre meno “specifici”, sempre più alla “di tutto un po’” in un inseguimento che ha molto del commerciale e poco del culturale – costringendo in un angolino sempre più buio e più angusto molta dell’ottima musica prodotta in Italia. Ma soprattutto – e mi ricollego al mancato ricambio generazionale in certi ambiti musicali più di ricerca? più avventurosi? più eterogenei e meno catalogabili? – sembra autorizzare una sorta di bolla autoreferenziale che funge quasi da liquido amniotico, da cullante grembo privo di insidie, riconoscibile, familiare, totalmente inoffensivo e complessivamente “piatto”, che è secondo me la negazione più totale e perfetta del fare/fruire musica. Sperimentare, incuriosirsi, crearsi percorsi, collegare mondi anche distantissimi. Fare delle ricerche, provare il nuovo, l’inatteso, l’insolito. Stupire e stupirsi. No. Nulla di tutto questo sta avvenendo in questo momento storico così nebuloso e confuso. Si sta creando una mega bolla piatta di cantautorini tutti indistinguibili o quasi l’uno dall’altro o trapper/producer spesso fuffa per propria ammissione, generando una fruizione musicale che non crea legami duraturi o – warning: parolaccia! – scene.
Per questi motivi, esposti sommariamente per non ammorbare più di tanto il caro lettore – ma ce ne sarebbe ancora da sproloquiare sull’argomento eh – per questo primo scorcio di 2018 mi sentirei di consigliare, dei dischi che ho ascoltato di più o tra quelli da cui ho tratto il maggiore giovamento, solo roba italiana. Perché quello che ho scritto sopra fa ancor più rabbia se si considera quel fermento sotterraneo (ma nemmeno troppo) che chi ha vissuto epoche passate e, diciamo così, più naïf ha l’impressione di trovarsi in un bengodi musicale tutto suo, esattamente quello che una volta era rappresentato da Washington DC o Seattle o Madchester o chissà cos’altro. E allora cominciamo questo rapido giro “concatenato” (a dimostrazione che un legame, se non una scena, c’è ed è vivida) proprio con gli Zu, o meglio con “a part of”, consigliando l’attesissimo lavoro a nome ZU93 con David Tibet, raro esempio di “rivoluzione” sonora ossianica eppure intellegibile; continuiamo con il lavoro di Massimo Pupillo – che degli Zu è colonna portante – e Stefano Pilia pubblicato da Soave, Kenosis; Pilia che ha lavorato anche con Alberto Boccardi per un altra ottima prova di collaborazione a distanza, ossia quel Bastet pubblicato dall’egiziana Naszaphone. Con Pilia ha condiviso spazi e dischi anche Paolo Spaccamonti, che quest’anno si è presentato non in solo, ma addirittura con un grosso calibro qual è Jochen Arbeit degli EN, in un lavoro rock-psycho-geografico: CLN. A pubblicarlo è lo sforzo congiunto tra Escape From Today e Boring Machines. La prima ci ha regalato anche il nuovo disco dei Cani Sciorrì, formazione che conosce solo il verbo delle legnate noise-rock in faccia (e non a caso è scelta dai riformati Distorted Pony per il tour europeo); la seconda, in assoluto l’etichetta italiana più interessante DI SEMPRE, invece rilancia con l’ottimo lavoro di Luciano Lamanna, Sottrazione, o i ritorni mai così apprezzati di The Star Pillow e Dream Weapon Ritual, per non dire del “canto del cigno wannabe” per gli Heroin In Tahiti con Casilina Tapes. Ma nel catalogo della label di Onga c’è spazio anche per Maurizio Abate, probabilmente il campeon di questo scorcio di 2018, visto che l’ottimo Standing Waters l’ha visto omaggiato un po’ ovunque, cartaceo e digitale, italiano ed estero, ma Maadi Sessions (in uscita per Backwards) con le sue volute nord-africane e soprattutto il lavoro a quattro mani con Riccardo Sinigaglia in Dialoghi Nel Vuoto, pubblicato di nuovo per Soave – di cui segnaliamo anche il lavoro di Electronic Modular Orchestra – a chiudere un cerchio iniziato qualche riga più sopra, è qualcosa che sta al livello della FRKWYS series.
Per un fine-corsa accennato, quello degli HIT, un fine-corsa purtroppo reale: quello di Rising. A requiem for Father Murphy è, come da titolo, l’ultimo passo nella litania del dolore del reverendo più apprezzato all’estero e di sicuro una mancanza grave per le sorti delle musiche italiane più off. Musiche italiane off da esportazione che in questo scorcio ci hanno regalato anche, in ambito elettronico/sperimentale/field recordings, gli ottimi lavori della trimurti Fabio Orsi, Claudio Rocchetti e Luca Sigurtà, mentre sul versante più avventuroso da segnalare l’ottimo Machweo, alle prese con full band e una visione spiritual jazz inedita e sorprendente in Primitive Music, o il ritorno della congrega freak-jazz Al Doum & The Faryds con un disco-bomba com’è Spirit Rejoin o l’esordio free-cosmico di Astral Brew su MacinaDischi. Infine sul versante psych, di sicuro l’accoppiata Mamuthones/The Lay Llamas ha fatto centro, e non solo per aver pubblicato con Rocket Recordings, mentre se proprio vi piacciono le chitarre rumorose, beh, tra Turin Horse, Northwoods, Gerda, Ultrakelvin, Lleroy e compagnia rumorosa c’è da stare più che allegri. Infine, last but not least, uno dei migliori album finora pubblicati è senza dubbio quello del duo Holiday Inn, il cui Torbido non è che l’ultimo rigurgito maleodorante in scia post-punk synthetico à la Suicide di quella bellissima ed effimera scena che è Roma est. Ecco, una carrellata di nomi per dire che c’è un mondo oltre la trap, c’è un mondo oltre l’indie cantautorato in fotocopia… bisogna solo avere il coraggio di scoprirlo.
- ZU93 – Mirror Emperor
- Maurizio Abate – Standing Waters
- Holiday Inn – Torbido
- Father Murphy – Rising. A requiem for Father Murphy
- Pilia & Pupillo – Kenosis
- Pilia & Boccardi – Bastet
- Fabio Orsi & Alessandra Guttagliere – Giardino Forico
- Paolo Spaccamonti & Jochen Arbeit – CLN
- Heroin In Tahiti – Casilina Tapes
- Luciano Lamanna – Sottrazione
Su SA potete recuperare anche gli editoriali pubblicati finora con le considerazioni di metà anno di Luca Roncoroni, Diego Ballani, Tony Donghia, Davide Cantire, Elena Raugei, Tommaso Bonaiuti e Stefano Solventi. Se volete c’è anche la classifica 2018 con le votazioni in tempo reale.