Migliori album 2018 / primi sei mesi. Le considerazioni di Elena Raugei

Continuano le considerazioni e le liste di questi primi sei mesi del 2018

La prima metà dell’anno è andata, e ci sono cose che senz’altro “vanno”, e altre che invece dovrebbero presumibilmente restare. Tra le prime, “Il Mucchio Selvaggio”, perlomeno la sua storica versione su carta, che mi vedeva coinvolta sulle sue pagine da circa sedici anni – un epilogo, per quanto dovuto da un insieme di differenti fattori, che procede in parallelo agli interrogativi sul futuro della musica “raccontata”. Ma si è perso anche, in Italia come già in altre parti del mondo, quel senso della decenza etica che dovrebbe prescindere ogni orientamento (pseudo-)ideologico. Sono quei tempi bui, qui, adesso, che potrebbero innescare nuove forme d’arte.

È una curiosa coincidenza, intanto, che i dischi che più mi sono rimasti impressi in questo “2018 pt. 1” siano tutto sommato concisi, essenziali nel numero delle loro tracce e del minutaggio. New Path, secondo lavoro per DFA Records dei franco-canadesi Essaie Pas (ascolta: Complet Brouillé), composti da Marie Davidson e Pierre Guerineau, fra le proposte in ascesa del panorama elettronico attuale: sei brani per neanche quaranta minuti complessivi. Bad Witch dei Nine Inch Nails (ascolta: Over And Out): altrettanti episodi per poco più di mezz’ora di durata. Il primo è una personale reinterpretazione del romanzo “drogato” A Scanner Darkly, del maestro della distopia – manco tanto fantascientifica – Philip K. Dick. : una post-Apocalisse prevalentemente strumentale, per una minimal techno super dark e super psichedelica, che fa fede alla narrazione originale in un concept espressamente politico e ugualmente umano. Musica glaciale e sintetica per un’epoca glaciale e sintetica, in un conturbante mix di lingua inglese e francese, che crea, ehm, elevata dipendenza: buon (s)ballo! Il secondo, il nono capitolo in lungo nella storia della band americana, chiude la trilogia avviata con gli EP Not The Actual Events e Add Violence ed è probabilmente il miglior album di Mr. Trent Reznor, ormai accompagnato in pianta stabile da Atticus Ross, dai fasti di The Fragile (addirittura!?). Abbiamo a che fare con una miscela, ispirata, di rock aggressivo in discendenza dalle violente sonorità degli anni 90, sperimentazione e una sorta di crooning digitale, in aggiunta a influenze jazz e drum’n’bass che donano nuova linfa all’industrial rock della premiata ditta, rammentando tanto Blackstar di David Bowie quanto la colonna sonora, e non solo, di Strade Perdute di David Lynch. Mentre ci si interroga, definitivamente, sul doloroso vivere odierno: “There aren’t any answers here / No, no, not anymore”.

A proposito di cupezza, tanto di capello al numero 7 dei Beach House (ascolta: Lemon Glow). Victoria Legrand e Alex Scally riescono a rinnovare il loro miracolo dream pop, ma ci sono più ritmi e trame moderne, c’è maggior sporcizia e c’è un’attitudine psych garantita dalla collaborazione con Sonic Boom. In stato di grazia, senza ripetersi. Emergono, invece, gli Shame e le Goat Girl, provenienti dalla stessa identica, fervida scena, quella inglese di Brixton: sia il (post-)punk di Charlie Steen and company sia il blues-folk-punk delle quattro ragazze guardano con l’irruenza della gioventù alla devoluzione metropolitana. Altro indie rock che tira, e che insegna a tanti colleghi persino molto “vicini” come si gestiscono le reunion, è quello delle veterane Breeders guidate dalla sorelle Deal, in formazione classica, come quella del “masterpiece” Last Splash: All Nerve schiera canzoni energiche e schiette, presentate per la prima volta dal vivo in Italia mesi fa.

Ho poi apprezzato le storture elettriche dei nomi di culto Peter Kernel e ********, il synthpop 80s “dalla Grecia” di Eleanor Friedberger e la black melodica e princiana di Janelle Monáe, entrambe accessibili ma di gran classe, per proseguire con svariate altre proposte meritevoli, segnalate poche righe sotto. Chiudo con un poker di italiani “a latere” rispetto alla canonica forma-canzone: Bruno Belissimo con la sua disco music policroma e multiculturale, che spazia dalle nuance horror ai beat balearici; gli ultimi  Calibro 35, in ottica orchestrale al fianco degli Esecutori di Metallo su Carta, e l’inedito GDG Modern Trio di Dorella, Ghittoni, Giampaoli, per architetture strumentali da eccelsi veterani mai stanchi di “viaggiare”; l’addio in requiem, coraggioso e struggente, dei Father Murphy, che celebrano la vita calando il sipario, o viceversa. Arrivederci.

Ascolti 2018 (gennaio – giugno)

  1. Essaie Pas – New Path
  2. Nine Inch Nails – Bad Witch
  3. Beach House – 7
  4. Shame – Songs Of Praise
  5. Goat Girl – Goat Girl
  6. The Breeders – All Nerve
  7. Bruno Belissimo – Ghetto Falsetto
  8. Eleanor Friedberger – Rebound
  9. Calibro 35 – Decade
  10. Janelle Monáe – Dirty Computer
  11. Peter Kernel – The Size Of The Night
  12. ******** – The Drink
  13. GDG Modern Trio – Spazio 1918
  14. Father Murphy – Rising. A Requiem For Father Murphy
  15. John Parish – Bird Dog Dante
  16. Sons Of Kemet – Your Queen Is A Reptile
  17. Oneohtrix Point Never – Age Of
  18. Anna Von Hausswolff – Dead Magic
  19. Bonnacons Of Doom – Bonnacons Of Doom
  20. Baustelle – L’amore e la violenza vol. 2
  21. A. A. L (Against All Logic) – 2012-2017
  22. Yakamoto Kotzuga – Slowly Fading
  23. Rejjie Snow – Dear Annie
  24. Father John Misty – God’s Favorite Customer
  25. Iceage – Beyondless

Altri editoriali, ascolti 2018 pubblicati finora: Tommaso Bonaiuti, Stefano Solventi.

Tracklist

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