Migliori album 2018 / primi sei mesi. Le considerazioni di Davide Cantire

Se il trend di questi primi sei mesi dovesse essere riconfermato anche a fine anno, il 2018 si rivelerebbe uno dei più mediocri musicalmente parlando, privo di uscite sensazionali o magari saturo di grandi aspettative prontamente disattese e/o sbriciolate

Chi persiste nel leggermi sa benissimo quanto la mia idea di musica sia più affine al puro cantautorato, anche se non allergico alle miriadi di contaminazioni possibili, quindi leviamoci subito il dente: se il trend di questi primi sei mesi dovesse essere riconfermato anche a fine anno, il 2018 si rivelerebbe uno dei più mediocri musicalmente parlando, privo di uscite sensazionali o magari saturo di grandi aspettative prontamente disattese e/o sbriciolate in onore di un tirare i remi in barca per rimanere in territori accomodanti. Sia chiaro, da gennaio a luglio si sono susseguite le uscite più disparate, in grado di offrire all’ascoltatore un ventaglio d’emozioni diverse, ma nulla che facesse gridare al miracolo.

Non lo fa l’ultimo grandioso EP dei Nine Inch Nails, per il semplice fatto che stiamo qui a parlare di album breve – anche se efficacissimo e forse la produzione migliore dei sei mesi trascorsi; non lo è nemmeno il ritorno back-to-back di Father John Misty, che con l’ultimo God’s Favorite Customer assembla il suo lavoro musicalmente più maturo e decisamente meno arrabbiato rispetto al precedente Pure Comedy; un cantautorato, quello di Mr. Tillman, catarticamente romantico e calato in maniera sottile nel frastuono menefreghista di una metropoli qualunquista come Los Angeles. Non è sconvolgente – per le sorti della storia della musica, ma in quanto a quelle della carriera è un bell’azzardo – nemmeno il divisivo Tranquility Base Hotel & Casino, con cui Alex Turner rimodella i suoi Arctic Monkeys sul modello “puppettiano”, ma almeno dimostrazione che c’è ancora qualcuno con la voglia di rimettere tutto in discussione senza adagiarsi su facili allori (AM). Lo scettro di miglior pop dell’anno, finora, è tutto per In a Poem Unlimited, firmato U.S. Girls (per motivi scanditi meglio nella nostra recensione).

Di maniera – ma che maniera – lavora invece Kamasi Washington, che con il suo ultimo Heaven and Earth (nonché il ghost album, The Choice) tratteggia le due facce di una stessa medaglia con il solito piglio ispirato e iper-citazionista. Stephen Malkmus e i suoi Jicks immergono corpo e anima in un cantautorato folk di ispirazione classica, qualche colpo di genio, brivido frizzantino e lavoro certosino per uno dei dischi più rilassanti dell’ultimo periodo, un po’ l’opposto di Ruban Nielson, che porta la sua Unkown Mortal Orchestra a spasso tra Sex & Food. Rimanendo sulle sponde più riconoscibili dell’indie tout court non si possono non citare i Beach House di 7, sottilmente fermi nella loro idea di dream-pop, e l’ultimo lavoro di Courtney Barnett, a cui abbiamo da poco dedicato un’essenziale monografia. Da segnalare anche il ritorno in gloria dei Mazzy Star, anche se solo in breve (con l’EP Still) e il genuino Twin Fantasy alla voce Car Seat Headrest.

I brividi elettronici e adrenalinici di questa prima parte di 2018 sono tutti riservati a John Maus, genietto del sintetizzatore, ora altezzoso ora giocoso (Addendum), mentre lavora con lo stampino imprimendo il suo inconfondibile marchio di fabbrica Paul Kalkbrenner, da poco concessosi anche al pubblico italiano (sponda I-Days). Tra i dischi imprescindibili del genere troviamo spuntata anche la casella Oneohtrix Point Never mentre delude alquanto Jon Hopkins, il cui Singularity appare fin troppo svogliato e fuori fase.

Deludono (anche se non si tratta di bocciatura totale) nell’ordine: Gorillaz, Florence and the Machine, Lily Allen, e quel pazzoide di Kanye West (anche se ye ha sempre quel qualcosa al suo interno che lo distingue dal resto del lotto). Nell’anno in cui Kendrick Lamar trionfa con il Pulitzer per il suo DAMN. e vede trionfare Black Panther al box-office (di cui ha curato la soundtrack), c’è un J Cole che vuole accaparrarsi tutto nei prossimi mesi e ne avrebbe ben donde. Staremo a vedere, certo è che questa prima parte di 2018 è un po’ come il mondo della politica: troppe, troppe, troppe promesse non mantenute e chiacchiere al vento. Speriamo che il vento cambi [Sulle uscite italiane c’è bisogno di un altro po’ di tempo per tratteggiare un quadro di senso compiuto, quindi l’appuntamento è fissato a fine anno].

Ascolti 2018 (gennaio – giugno)

Su SA trovate già gli editoriali e le liste consigliate di Elena Raugei, Tommaso Bonaiuti e Stefano Solventi, mentre nella sezione classifica 2018 potete recuperare tutto il votato finora dalla redazione e dallo staff, che come sapete è in continua evoluzione.

Tracklist