Migliori album 2018 / primi sei mesi. Le considerazioni di Diego Ballani

Diego Ballani ci racconta questi primi sei mesi dell'anno in un lungo editoriale. Se l'Hip Hop domina non è detto che il vecchio rock se la passi male, anzi

Sarò sincero, avrei voluto improntare questo commento ai primi sei mesi dell’anno discografico a quel senso di accerchiamento che prova chi, come il sottoscritto, non ha ancora del tutto metabolizzato lo strapotere della black culture e della musica senza chitarre. Poi mi sono messo a controllare alcune delle liste già pubblicate dai magazine americani e inglesi, ho fatto un check delle cartelle del mio PC e della cronologia di Spotify, solo per accorgermi che in questo primo scorcio del 2018 il rock (se ancora lo possiamo chiamare così) non è stato affatto assente dal giro della musica che conta. Anzi, in fatto suggestione presso un pubblico mediamente giovane (quello che ancora legge di musica) ce n’è per tutti i gusti. Ci sono stati ritorni importanti come quello degli SleepJack White, artisti che continuano un discorso “generazionale” come Car Seat Headrest e Arctic Monkeys. C’è chi si propone come catalizzatore di uno spleen giovanile con uno stile che rimanda all’alt rock dei 90s (Snail Mail) e chi segue vecchie tecniche di drammatizzazione che non hanno ancora perso il loro appeal (Iceage e Starcrawler).

Qual è il punto allora? Perché quando pensiamo alla musica del 2018 ci viene in mente il sorriso pacioso di Kamasi Washington, i neri con la pistola di Childish Gambino e la coppia pro establishment dei Carters? Perché oggi la black music è quella che si prende l’onere di raccontare la società, nel bene e nel male. Al rock non resta che contendersi il terreno dell’escapismo, abdicando al ruolo contestatario e ribellistico incarnato per decenni e procedendo, nel migliore dei casi, verso una dimensione interiore che suona come l’ultimo rifugio da una spiacevole realtà. Come si esce da questa situazione? Ad esempio alla maniera di Amen Dunes: il suo nuovo album è ancora visceralmente intimista ma al tempo stesso urbano, problematico e moderno. Damon MacMahon ha una solida reputazione di cantautore romantico e spettrale. Il precedente Love era un capolavoro di folk notturno e introspettivo, capace di definire da solo l’estetica Sacred Bones. Oggi torna con quello che qualcuno ha già definito “spiritual bedroom pop“. Un disco che pare la risposta costruttiva alle chiusure e alle paure che incrinano la convivenza pacifica della società americana. Un album che difficilmente verrà spodestato dalla testa della mia classifica personale. Agli Iceage abbiamo già accennato. Loro sono Danesi e giovanissimi. Hanno un pedigree punk che è una specie di garanzia di autenticità e un leader carismatico che ha impresso al resto del gruppo una svolta verso l’archetipo del rock decadente. Parlano a pochissimi al di fuori del recinto “indie” (o di quel che ne resta) ma al di là dei cliché nickcaviani, hanno allestito una raccolta che affascina e conquista.

Una delle caratteristiche della musica odierna a base di chitarre è il suo coagularsi intorno a formule sempre più pure. Per dire, seppur in maniera ancora molto sotterranea sta tornando l’hardcore (!). La nuova onda è capitanata dai Turnstile, che dalla loro hanno una carica distruttiva autentica e un eclettismo che non ne intacca l’ortodossia. Un discorso analogo può essere fatto per Beechwood e Starcrawler: due formazioni il cui sound rimanda al 70s rock nelle forme più pure. I primi hanno pubblicato non uno, ma ben due album che portano il rock’n’roll sudicio di Los Angeles dalle parti della melodia forbita di marca Big Star. I secondi sono rampolli dell’aristocrazia rock di LA. Guidati dalla cantante Arrow De Wilde e dal chitarrista Harry Cash, sono destinati a conquistare il pubblico a colpi di riff serrati e trovate grandguignolesche rubate ad Alice Cooper.

Fra gli esordienti vale la pena citare due gruppi espressione della fiorente scena di South London. I primi sono gli Shame dell’istrionico cantante Charlie Steen, autori di un rock non certo addomesticato. Una specie di incrocio fra il tiro apocalittico dei Killing Joke e il dinamismo anthemico dei Fat White Family, che si è ritrovato improvvisamente catapultato nella Top 40 inglese. Alle loro colleghe e amiche Goat Girl non è andata altrettanto bene, sebbene il loro sound (una specie di Paisley virato dark, sotto le influenze voodoo di Jeffrey Lee Pierce) non sia meno interessante. Chiudiamo l’angolo delle nuove band con gli splendidi australiani Rolling Blackouts Coastal Fever, il cui primo album sulla lunga distanza, per quanto mi riguarda, è il disco jangle pop dell’anno. Non potrebbe essere altrimenti, visto il fuoco di fila costituito dai tre cantanti/chitarristi e le incalzanti ritmiche motorik che donano al tutto originalità.

Il resto della classifica se la prendono di prepotenza alcune delle band che hanno contribuito a definire l’estetica indie del decennio ancora in corso. Alcuni nomi sono scontati: Beach House, Ty Segall e Parquet Courts sono artisti nel pieno della cosiddetta “fase imperiale” (da una definizione di Neil Tennant che indica il momento in cui lo zenith artistico corrisponde a un altrettanto soddisfacente ritorno in termini di notorietà). I primi si scuotono di dosso un po’ del torpore dreamy degli ultimi lavori, per fornire una delle prove più umane ed intense. Segall è ormai un songwriter ambizioso e magniloquente cui l’etichetta di garage rocker va stretta. Grazie all’intervento di Danger Mouse, poi, i Parquet Courts donano groove al proprio sound, senza perdere un grammo in fatto di nervosismo e fascino metropolitano.

Meno scontato era che i MGMT tornassero finalmente con un lavoro all’altezza della loro fama. Dopo due album tutto sommato deludenti, il gruppo ha dovuto spostare il focus sonoro di un decennio (dagli anni 70 agli 80) per trovare nel sound sintetico di Little Dark Age la quadra di un pop ricco di chiaroscuri. Un po’ quello che è successo anche ai MIEN, il supergruppo capitanato da Alex Maas dei Black Angels, impegnato in un psycho rock analogico a tinte dark, e agli Hookworms, passati dal furente chitarrismo dei primi album ad uno psycho kraut in cui l’elemento (proto)elettronico gioca un ruolo fondamentale. Grandissimo ritorno anche il loro, anche se, a pochi mesi dalla pubblicazione, se ne continua a parlare un po’ poco.

Purtroppo anche i No Age sembrano aver seminato di più di quello che hanno raccolto. Per chi scrive Snares Like a Haircut è il loro album più riuscito. Un lavoro che sintetizza i concetti di punk, psichedelia, shoegaze e krautrock in un sound urgentissimo. Una sorta di noise rock sinfonico, ipnotico e dal feroce appeal melodico. Se l’avete trascurato correte a recuperarlo. Ora che l’intero catalogo Drag City è finalmente disponibile su Spotify, vi sarà ancora più facile.
E visto che ci siete riascoltatevi anche il nuovo U.S. Girls. Prima però ripassatevi tutta la discografia dell’incredibile Meghan Remy. Ascoltate come nel corso di un decennio abbia saputo evolvere il suo cripto noise gotico e sepolcrale in un pop maturo ed espressionista, fino a trasformarsi nella versione grottesca e scorretta della divetta r’n’b. Il suo è uno dei lavori più incredibili dell’anno capace di attirare i fanatici della melodia raffinata e i freak con la passione per l’assurdo.
Meno assurda del solito, ma altrettanto convincente è invece la splendida Courtney Barnett. Tell Me How You Really Feel perde un po’ di quell’aria stralunata e slacker che ce l’aveva fatta amare agli esordi, ma ne guadagna in profondità e solidità del songwriting, lanciando la ragazza nel gruppo di quelle cantautrici in grado di segnare la propria generazione.

Terminiamo con i graditissimi ritorni di due autentiche leggende dei 90s. Gli Yo La Tengo fanno il loro compito con classe. Non aggiungono nulla ad uno stile plasmato nel corso di una carriera ultra-ventennale, ma non ne hanno neppure bisogno. There’s A Riot Going On scorre liscio senza scossoni e senza cedimenti, come un sogno ad occhi aperti sulle note di un folk rock dilatato e felpato che ancora nessuno ha saputo riprodurre con altrettanta maestria. Per Stephen Malkmus è diverso. Da grandissimo fan dei Pavement saluto il primo autentico album pavementiano della sua carriera. Il che non significa che Sparkle Hard torni alla formula del noise pop sfilacciato e senza nerbo di Slanted And Enchanted, ma per la prima volta ne riconquista lo sguardo obliquo, con la maturità dello slacker di successo, mescolando folk rock, melodie 60s e chincaglierie elettroniche, in una raccolta che suona come il punto di arrivo di una storia fantastica. Un artista il cui contributo impreziosice notevolmente questa prima metà dell’anno.

Ascolti 2018 (gennaio – giugno)

Su SA trovate già gli editoriali e le liste consigliate di Tony Donghia, Davide Cantire, Elena Raugei, Tommaso Bonaiuti e Stefano Solventi, mentre nella sezione classifica 2018 potete recuperare tutto il votato finora dalla redazione e dallo staff, che come sapete è in continua evoluzione.

Tracklist