Live Report
Dal 2 Novembre al 6 Novembre 2016

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Intrattenimento e ricerca, un’offerta musicale ampia, variegata, globale, che abbraccia elettronica e pop d’avanguardia. L’edizione 2016 di Club to Club ha confermato il livello di eccellenza della manifestazione torinese, capace di accogliere e guidare, tra diversi percorsi, un pubblico attento e maturo proveniente da ogni parte del mondo. Anche i numeri – il comunicato ufficiale parla di 45.000 presenze nei cinque giorni – contribuiscono a certificare il successo della kermesse.

Club to Club 2016 si è smarcato dall’etichetta di festival di sola musica elettronica proponendo i live di Swans (una delle performance più ammalianti ed energiche), Junun (progetto che coinvolge anche il chitarrista dei Radiohead, Jonny Greenwood, in un viaggio tra atmosfere orientali), Arto Lindsay e il rapper, fenomeno del nuovo trap italiano, Ghali. Insieme a loro, un mix tra storia (Autechre, Dj Shadow) e contemporaneità, che ha fotografato anche le nuove correnti dell’elettronica hi-tech e culturalmente impegnata (Arca, Elysia Crampton, Chino Amobi, collettivo Janus e Lorenzo Senni). Anche il clubbing ha avuto la sua voce in capitolo con l’impeccabile dj set di Laurent Garnier, l’interessante selezione di Nick Murphy (Chet Faker), la padronanza del dancefloor di Jon Hopkins e Daphni e la solarità funky e tropicale della house di Motor City Drum Ensemble. Nelle sale dell’Ac Hotel Torino, invece, grazie all’evento Absolut Symposium, sono andati in scena dibattiti, interviste e workshop che hanno coinvolto alcune tra le stelle della line-up nel lato più culturale del festival. A testimonianza di come Club to Club punti non solo ad un mero intrattenimento, ma anche a trasmettere, tramite i linguaggi della musica, messaggi sociali e culturali.

Mercoledì 2 novembre

In questo senso va letto il live di Elysia Crampton che mercoledì 2 novembre ha inaugurato il festival nella storica e splendida cornice della Reggia di Venaria Reale. L’artista queer boliviana, immersa nel dibattito post-coloniale, suona davanti ad iconiche fotografie di famiglia che rendono omaggio alla popolazione indigena del suo paese d’origine, citando le lotte di Bartolina Sisa (citata nella traccia After Woman dal suo ultimo lavoro, Demon City), donna Aymara che nel ‘700 guidò un esercito di 40mila persone contro gli occupanti spagnoli. Il percorso della Crampton si muove in scenari distopici, tra suoni altamente definiti, spigolosi e metallici che immergono l’ascoltatore in un mondo dominato dai nuovi demoni (avatar, OGM, biotecnologie), dove non mancano spari e martellate degne dei classici war games. L’impressione, confermata anche quando l’artista prende in mano il microfono e si lascia andare ad urla demoniache, è che la violenza della sua musica, quasi un atto di resistenza, tenti di esorcizzare le preoccupazioni (identità di genere, patriarcato, violenza e soprusi) del presente e del futuro. La particolarità della Crampton è il suo rapporto con la terra d’origine, espresso nella latinità dei ritmi del reggaeton e del tresilllo (tendenze analizzate su queste pagine ) che prendono piede nella seconda parte del live senza mai assumere una tendenza da dancefloor. Fungono più che altro da anello di ricongiunzione con le tradizioni folkloriche sudamericane. Le immagini poi ci portano dal Sudamerica a una galassia extraterrestre, dove il percorso arriva a conclusione con la perdita di qualsiasi tratto umano.

Interessato alla protesta e a scenari post-umani è anche Chino Amobi, che a Elysia Crampton è legato dalla produzione dei brani Dummy Track e Children of Hell nell’album Elysia Crampton presents: Demon City. Il producer di Richmond fa esplodere rumori e suoni selvaggi e aggressivi, accompagnati da uno spoken word sui tempi che corrono, sulla società che crea divisioni e dualismi. «You want freedom, you want democracy? You are crazy», urla a squarciagola Chino Amobi. Dietro di lui scorrono immagini, marchiate NON (l’etichetta gestita assieme a Angel-Ho e Nkisi) accompagnate da città distrutte, scenari di una guerra che ha abbattuto edifici e identità. Il live, però, risulta poco coinvolgente rispetto al percorso impostato dalla Crampton. E il pubblico, infatti, non sembra apprezzare in pieno gli isterismi di Amobi, preferendo poco dopo scatenarsi con il dj set di Olivia, figura centrale del festival Unsound, organizzatore dell’apertura di Club to Club 2016.

Giovedì 3 novembre 2016

Il giovedì di C2C comincia nel quartier generale del festival, le sale dell’hotel AC Torino, scelto dal partner Absolut per una serie di incontri e interviste. Assistiamo al workshop di Giovanni Ansaldo, di Internazionale, che spiega come intervistare un’artista, e poi al confronto tra Max Dax ed Arto Lindsay incentrato sul rapporto tra musica e arti figurative. Il chitarrista e cantante si esibirà più tardi al Conservatorio Verdi insieme al batterista jazz, Paal Nilssen-Love. Sui ritmi da jam session di quest’ultimo, Arto Lindsay improvvisa alla chitarra con l’approccio sgremble, ovvero fuori da criteri armonici, lontano da accordi di facile presa, lasciandosi andare a suoni distorti e dissonanze. Il pubblico resta estasiato e sorpreso. L’artista lo riscalda con la sua voce, soffice e ammaliante, proponendo anche le atmosfere brasiliane, tanto care ad Arto, dell’album O Corpo Sutil, lavoro dalle tinte più legate alla forma canzone.

C’è poco tempo, però, per riflettere sulla genialità e l’estro di Arto che subito ci spostiamo al Lingotto Fiere. Gli spazi enormi ma curati nei minimi dettagli, accolgono prima il producer inglese, Forest Swords, e a seguire il noise ambientale intenso e misterioso di Tim Hecker che pesca dai suoni dell’ultimo album, Love Streams. È un live assolutamente suggestivo anche dal punto di vista visuale: il viola e il rosso avvolgono gli spettatori, mentre le creazioni luminose di Mfo spezzano l’oscurità con squarci di luce. E i visual continuano ad essere protagonisti della serata grazie a Jesse Kanda che fa da spalla ad Arca. L’icona queer è, oltre che uno degli artisti più attesi di Club to Club 2016, il producer più chiacchierato e discusso attualmente. La musica, un’elettronica senza forma compiuta, disturbante e spigolosa (qui la recensione dell’ultimo Mutant), legata a discorsi di identità di genere e di postumanesimo, ha conquistato anche gli scenari del pop. Kanye West, Björk e Fka Twigs lo hanno chiamato a produrre alcuni dei loro lavori. Sul main stage del Lingotto il venezuelano (vero nome Alejandro Ghersi) si presenta con un look che sembra trasmettere il suo concetto di mutazione di genere. Indossa una giacca d’abito maschile sopra a delle autoreggenti e tacchi a spillo. Ma la vera sorpresa è quando, durante un dj set di dub techno oscura e opprimente, prende il mano il microfono e si mette a cantare. Anzi, a urlare frasi impronunciabili con piglio punk eppure perfettamente calate nella sua inquietudine. Alla fine della kermesse la sua risulterà una delle performance più significative dell’intero festival.

Venerdì 4 novembre 2016

Lasciano il segno anche gli Swans, che suonano il venerdì sul main stage del Lingotto dopo il live etereo ed ipnotico di Anna Von Hausswolff. Michael Gira e soci sono particolarmente ispirati, sprigionano energia oscura da tutti i pori attraversando, nel percorso distorto e rumoroso, i pezzi dell’ultimo album, The Glowing Man, e le perle della loro ventennale carriera. L’esperienza, la padronanza assoluta degli strumenti, l’ispirazione di Michael quando intona invocazioni ultraterrene al microfono, trascinano la folla in estasi. A momenti assordanti e dissonanti di assoluto noise si alternano melodie su una chitarra elettrica rozza e sporca. Dopo un’ora intensa – a nostro parere tra i momenti più esaltanti dell’intera manifestazione – gli Swans lasciano spazio a un personaggio che ha qualcosa in comune con industrial e no-wave, ma sul versante più elettronico e da club. Powell, autore di un album discusso e burlone come Sport, è una figura eclettica ed estroversa nel panorama della techno e conferma questa impressione presentandosi dietro la consolle come un sarcastico divo in cerca di gloria. Anche il suo live si prende spesso gioco degli steccati del clubbing quando, lanciato il groove, lo interrompe dopo pochi secondi per amplificare suoni distorti e ripetuti Fuck you. Ma in realtà Oscar Powell sa come intrattenere una folla e non sfigura in una location così ampia come la sala del Lingotto, soprattutto quando travolge il dancefloor con bombe industrial techno che flirtano con la tradizione post-punk. Il pubblico è caldo, balla e apprezza il set. Nel frattempo, ci spostiamo nella saletta allestita da Red Bull Music Academy dove Fatima Yamaha fa muovere i fianchi con un colorato set house e disco dal sapore vintage e, più tardi, Amnesia Scanner, duo berlinese che recentemente ha pubblicato su Young Turks l’album AS, fa esplodere i timpani con un live set ultratecnologico, iperreale, violento e ipnotico. Sul main stage invece Nick Murphy, noto in passato come Chet Faker, è atteso soprattutto dagli hipster barbuti e dalle ragazze affascinate dal soul elettronico di Built On Glass. Infatti, il Nostro apre il djset con un remix electro dell’acclamata, Talk is Cheap, per poi proseguire per un’oretta tra tech-house sfumata electro e remix dal repertorio indie-rock, tra cui Everything in its Right Place dei Radiohead.

Non male come selezione. Ma bruscolini in confronto alle tre ore di dj set di Laurent Garnier, altro big della line-up sul versante più dancefloor oriented. Il francese ai piatti è sinonimo di assoluta competenza e il suo mix attraversa tempi e luoghi differenti: dai rave di Sheffield alla acid house dell’Hacienda, fino al french touch dei Duemila. Il risultato è che è impossibile stare fermi. Decidiamo dunque di spostarci ed ascoltare l’r’n’b glitchato e futurista di Gaika che unisce oscurità a ritmi latini di stampo dancehall, e il live mutante e onirico del progetto One Circle composto da Senni, Vaghe Stelle e A:Ra Moderati. I tre sorprendono tutti presentandosi on stage assieme a Dark Polo Gang, progetto trap romano invitato nel pomeriggio nel corso del workshop tenutosi all’Absolut Symposium. Il risultato è una buona commistione di generi che tuttavia non eccelle.

Si torna nel salone principale intorno alle 4:00, quando le luci si spengono. Il duo Autechre decide, nell’oscurità, di far chiudere gli occhi al pubblico stanco ed estasiato da Garnier, e condurlo verso una realtà parallela, scolpita come una scultura da strutture ritmiche artificiali a metà tra ambient-techno e hip-hop. Si ascoltano gli accenni più distopici dell’ultimo lavoro, elseq 1-5, ma anche estratti da Exai, i tocchi di ispirazione kraut e i synth predominanti di Incunabula, le pietre miliari, Tri Repetae e Amber. Live di non facile presa, soprattutto per chi non era mai entrato in contatto con l’autechrism, forse privo di climax in alcuni momenti rispetto a precedenti esibizioni del duo inglese, ma a conti fatti magico. Così come la chiusura della nottata affidata a Andy Stott.

Sabato 5 novembre 2016

Ci si risveglia un po’ frastornati, tempo di rifocillarsi con della buona birra e si torna a Lingotto Fiere. Sono circa le 21:30 e folle di teenager sono in attesa che sul palco del main stage si presenti Ghali. Il rapper 23enne di origine tunisina, classe 1993, è il nome più hypato nel trap rap italiano attuale. Look urban, occhiali da sole, Ghali, scoperto dal produttore Charlie Charles e lanciato grazie a YouTube, intona rime e metafore su proverbiali beat a serpentina, ispirati dal suo personale percorso umano ed artistico (Mamma), dalla vita nelle periferie di Milano, dalla marijuana. Le prime file trovano un contatto empatico con il rapper, fino al singolo Ninna Nanna, pubblicato lo scorso 31 ottobre e che su YouTube conta già oltre 3 milioni di visualizzazioni. Dopo Ghali, si continua con un’altra delle esperienze più attese del festival. Sarà per la presenza alla chitarra di Jonny Greenwood dei Radiohead (l’anno scorso rappresentati al festival da Thom Yorke), ma l’attesa per la performance di Junun (parola che nella lingua urdu indica la follia) è alta. Il progetto, al debutto italiano a C2C, coinvolge anche Shye Ben Tour, compositore israeliano, e l’ensemble indiana The Rajastan Express. Un viaggio tra tradizioni e culture, un rimbalzo da Oriente a Occidente tra world music e jazz. E’ improvvisazione pura, dai caratteri mistici e sacri, dai ritmi e dai tamburi dispari, con la chitarra o il basso di Greenwood (che imposta anche i campionamenti elettronici al laptop) ad aprire squarci di melodia in composizioni che ricordano il minimalismo e la scuola di John Cage. Alti livelli, alta classe.

Purtroppo non riusciamo ad assistere al live in contemporanea degli Junior Boys nella saletta di Red Bull Music Academy, mentre, dopo di loro, Jessy Lanza suona l’ultimo album, Oh No, confermando le qualità di un ottimo lavoro synth-pop. Si torna nell’enorme salone principale per un’altra star di questa edizione del festival, Dj Shadow. Il producer festeggia i vent’anni del capolavoro Endtroducing con il tour The Mountain Will Fall, titolo del recente album. Il fascino dei beat, dei precisi campionamenti e della tecnica di scratching derivano in particolare dal suo storico lavoro, capace di creare un’atmosfera soffusa e onirica insieme a suggestivi visual 3D tra animali da savana e scenari tecnologici futuristi. Endtroducing, anche dal vivo, si conferma un capolavoro di hip-hop strumentale raffinato. Dj Shadow non è solo impegnato a maneggiare strumentazioni, tastiere, drum machine e laptop, usa il microfono come un MC, in particolare quando decide di scuotere il pubblico, sul finale, con un misto (vengono confermati i dubbi rilevati in sede di recensione ) di bass music, trap, hip-hop vocale e EDM pescato dall’ultimo album. Sotto palco, ci lascia andare a danze sfrenate, pogo e anche twerking. Ma il meglio il live del producer l’ha dato con la sua pietra miliare.

L’adrenalina è alle stelle e, da una sala all’altra, la notte prosegue all’insegna dei dj set d’autore. Sul main stage Jon Hopkins mostra la sua intensa collezione di dischi, mixando alla grande house, 2step garage, electro e techno, mentre, in saletta, Daphni, progetto di Caribou, spinge sulla cassa dritta sottolineando la passione per le melodie e le atmosfere sognanti. E’ avvolgente l’hip-hop creativo ed eclettico di Clams Casino mentre, poco dopo, sempre nell’area di Red Bull Music Academy, M.E.S.H propone la sua visione destrutturata di techno. Il pubblico è caldo e preso bene, entrambi i dancefloor sono affollati. L’aria che si respira durante il lunghissimo set di Motor City Drum Ensemble è di assoluta festa. Suoni vivaci, colori tropicali, vocals solari e densi di passione latina che si sposano alla perfezione con i quattro tempi della house. Così si va avanti, tra sorrisi, scambi di affetto e danze fino all’alba. Al risveglio, in una insolita calda domenica torinese, il quartiere di San Salvario, crocevia di culture ed etnie, viene animato da perfomance di world music, dj set, mercatini, mostre e proiezioni fino al party, curato da Warp Records, che si svolge domenica sera nel club Astoria. Spicca il live di Lorenzo Senni, di recente entrato nel roster della storica label UK, che presenta alcune tracce dell’imminente EP.

Si chiude con un’eccellenza italiana un festival che porta nel Belpaese suoni, atmosfere e ricerche provenienti da ogni parte del mondo, uniti dai concetti di crossover, sperimentazione e avanguardia di cui Torino, per cinque giorni, è stata punto di riferimento. Club to Club sempre più in alto.

8 Novembre 2016
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