Migliori film 2018. La classifica di SENTIREASCOLTARE

È stato l’anno dei grandi maestri più di ogni altra cosa. E dire che di eventi se ne sono succeduti in questo frastornante 2018 cinematografico, un anno vissuto (anche troppo pericolosamente) in balia di polemiche che hanno riguardato i nuovi sistemi di fruizione di questa affascinante e imprescindibile arte (lo streaming) e quella ben più politica e sociale dei movimenti contro la violenza sessuale, specialmente sulle donne, e la conseguente parità di trattamento a Hollywood. Proprio Hollywood è stato il luogo in cui Robin Wright ha potuto riprendersi idealmente la rivincita sul collega Kevin Spacey, protagonista quest’ultimo di una sconcertante e professionalmente imbarazzante video-arringa in cui assume i connotati del personaggio simbolo della sua carriera e manifesta indirettamente quanto sia labile nella mente dello spettatore la separazione – che pure dovrebbe essere netta – tra persona e personaggio. Polemica che nel corso dei mesi successivi allo scandalo Weinstein ha assunto i connotati di una vera inchiesta, di una rivoluzione che ha travalicato – giustamente – i confini dello show business per arrivare a intaccare ogni angolo della nostra società, ancora troppo ancorata a schemi che definire passatisti e intrisi di un bigottismo inconscio ed esasperante parrebbe quasi eufemistico.

Gli ultimi dodici mesi hanno visto quindi inasprirsi la battaglia sui diritti per le pari opportunità, anche se occorre dire che alcune modalità con cui questa è stata affrontata talvolta hanno lasciato a desiderare, dando man forte a forme di giornalismo ruffiano e approssimativo: è il caso delle sterili condanne alle selezioni dei film in concorso ai vari festival internazionali (Cannes e Venezia in primis), colpevoli – secondo alcune penne della carta stampata –di concedere poco spazio a registe donne, quando invece le cause sono da rintracciare più in profondità, magari segnalando una sistematica selezione all’origine del problema. La qualità di un film, lo si è ribadito più volte, dovrebbe esulare dal sesso di chi produce, dirige, compone, recita, ecc. Proprio l’ultima edizione della Mostra di Venezia ha dimostrato l’importanza della parità di dignità tra uomo e donna, spesso sbilanciandosi proprio a favore di quest’ultima (pellicole come ROMA, The Favourite, Tramonto, The Nightingale, tutte premiate, stanno lì a testimoniare proprio il concetto di fondo).

Da Cannes, non solo la questione #metoo, ma anche la recente lotta che vede contrapposti gli schieramenti a favore della sala cinematografica contro quelli dello streaming, con Netflix a dichiarare apertamente guerra dopo l’illusoria pace dello scorso anno (ritirando in pratica tutti i suoi prodotti dal concorso – anche perché non ammessi – e dal fuori concorso, e ripiegando poi dignitosamente su Venezia). Una polemica destinata a continuare e probabilmente a ingigantirsi nei prossimi anni, anche a causa dei nuovi servizi in attesa di lancio, a Disney (Disney+), Apple e al già attivo DC Universe (per il mondo cinefumettistico della Warner). L’ultima zampata, il colosso americano dello streaming l’ha data proprio in questi giorni piazzando l’episodio interattivo di Black Mirror, con cui sì Charlie Brooker porta il discorso sull’avanzamento tecnologico e sui suoi deleteri effetti sul fruitore al livello successivo, ma che sancisce definitivamente come il discorso “interattività” poco si sposi con un’arte che dovrebbe in primis salvaguardare la visione – unica e non sostituibile – di un creatore. Delegare la decisione allo spettatore, anche se trattasi di decisioni studiate a tavolino proprio dall’autore, non sembra affatto una strada rassicurante.

Si diceva quindi dei grandi maestri – dai più vecchi a quelli delle ultime generazioni – che quest’anno più che mai hanno deciso di virare il loro personalissimo discorso su toni più didascalici, politici e incisivi, pur mantenendo inalterato tocco stilistico e ispirazione, garantiti dagli anni di esperienza e da un’urgenza motivata dalle ultime vicende politico-ambientali. È il caso di The Post di Steven Spielberg, con cui l’autore della nostra infanzia rispolvera il problema purtroppo sempre attuale degli attacchi alla stampa, glorificandola e ribadendone l’assoluta importanza attraverso la vicenda emblematica dei Pentagon Papers, ma senza lasciarne in ombra le criticità. Il film è tecnicamente prodigioso, con movimenti di macchina invisibili e allo stesso tempo virtuosistici, mentre sul versante attoriale è una gara di bravura tra i veterani Streep e Hanks. In BlackKklansman Spike Lee grida in maniera diretta contro gli Stati Uniti razzisti di quest’epoca, spostando il racconto negli anni Settanta delle pantere nere, e riesce a imboccare un pubblico ormai assopito con perentori cambi di registro e sferzate allo stomaco che difficilmente si dimenticano, il tutto condito da un’ironia che ricorda da vicino i primi anarchici lavori del regista. Dopo l’Oscar per Ida, Paweł Pawlikowski torna a raccontare le contraddizioni e gli orrori della passata epoca, che lentamente rischia di essere dimenticata o ignorata dalle nuove generazioni. Lo fa lasciando del tutto fuori campo la Storia, e raccontando in Cold War il tormento romantico di una coppia che si fa simbolo dell’Est dilaniato del secondo dopoguerra e dell’incertezza politica contrapposta alla solidità degli affetti. Una storia semplice, paradigmatica, riflessa nel magnifico bianco e nero di Łukasz Żal.

A distanza di vent’otto anni da La cosa, Nanni Moretti ritrova l’urgenza del documentario, e con Santiago, Italia racconta una bella storia italiana tracciando inevitabilmente e giustamente un parallelo spaventoso e riflettendo su come i modi e gli atteggiamenti si siano pericolosamente invertiti e imbruttiti, tanto che il paragone con il Cile di Pinochet non sembra poi così azzardato. Alice Rohrwacher insiste nel sofferto scontro tra due mondi nel bellissimo e delicato Lazzaro felice, così come Matteo Garrone – dal canto suo – smaschera il sotterfugio, lo rende manifesto nella più piccola provincia del nostro paese per testimoniare la sua presenza costante, capace di fagocitare qualsiasi spiraglio di umanità (Dogman). Umanità che invece si percepisce in ogni fotogramma di Un affare di famiglia, ennesimo capolavoro firmato Hirokazu Kore’eda, nel quale il nucleo famigliare assume i connotati di una quotidiana manifestazione di attenzione e affetto, sincero e disinteressato. Se in Giappone ci si interessa al concetto di famiglia, nel suo ultimo affondo Paul Thomas Anderson sposta la sua analisi sui binari degli equilibri di coppia, dove l’amore è un puro e stratificato espediente per far venire a galla giochi di potere e atteggiamenti subdoli a cui prima o poi siamo costretti a cedere. Amare significa capitolare, annullare quella solida parte di noi stessi che consideriamo inattaccabile e inscalfibile, slegare quel Filo Nascosto nel nostro cuore, abbandonarsi alla vera essenza dello stare al mondo.

E così, tra cani che si dimostrano più umani degli umani stessi (la metafora politica di un Wes Anderson ormai a briglia sciolta sul percorso della maturità), una badante investita del ruolo quasi angelico di madre natura (l’abbacinante bellezza del Cuaròn di ROMA), la trascinante estate dei sentimenti, delle pene e della spensieratezza del canto primo di Kechiche (Mektoub, My Love: Canto Uno) e la carrellata di morte che condisce il variopinto paesaggio western dei fratelli Coen (La ballata di Buster Scruggs), si arriva alla conclusione di questo 2018 molto intenso, sia per contenuti che per forma, a cui forse è mancata la vera zampata e più coraggio da parte delle generazioni più giovani (il più promettente ci è sembrato lo Sean Baker in splendida forma di Un sogno chiamato Florida), ma come sempre il discorso è solo rimandato ai prossimi dodici mesi.

Top 20 2018 (di seguito, ove possibile, le nostre recensioni)

  1. Il filo nascosto (Paul Thomas Anderson)
  2. The Post (Steven Spielberg)
  3. ROMA (Alfonso Cuaròn)
  4. Mektoub, My Love: Canto I (Abdellatif Kechiche)
  5. L’isola dei cani (Wes Anderson)
  6. La ballata di Buster Scruggs (Joel & Ethan Coen)
  7. Un affare di famiglia (Hirokazu Kore’eda)
  8. Lazzaro felice (Alice Rohrwacher)
  9. Dogman (Matteo Garrone)
  10. Chiamami col tuo nome (Luca Guadagnino)
  11. Cold War (Paweł Pawlikowski)
  12. First Man – Il primo uomo (Damien Chazelle)
  13. BlackKklansman (Spike Lee)
  14. La forma dell’acqua – The Shape of Water (Guillermo del Toro)
  15. Private Life (Tamara Jenkins)
  16. Santiago, Italia (Nanni Moretti)
  17. Lady Bird (Greta Gerwig)
  18. Morto Stalin, se ne fa un altro (Armando Iannucci)
  19. Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Martin McDonagh)
  20. Un sogno chiamato Florida (Sean Baker)

Top 3 – Migliori debutti italiani:

  1. Saremo giovani e bellissimi (Letizia Lamartire)
  2. Ride (Valerio Mastandrea)
  3. La terra dell’abbastanza (Damiano e Fabio D’Innocenzo)
31 Dicembre 2018
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