Migliori album 2017. La classifica di Fernando Rennis

Dopo l'articolo d'apertura affidato a Riccardo Zagaglia, continuano le riflessioni sul 2017 dei redattori e dello staff di SA. Tocca a Fernando Rennis secondo il quale «È una questione di qualità ma anche, soprattutto, di speranza».

L’ennesimo sequel (mal riuscito) di un film cult (in questo caso It) mi ha aperto gli occhi su una parola inflazionata e spesso maltrattata, ma allo stesso tempo fondamentale per il periodo storico che stiamo vivendo. Sarà perché Star Wars è sempre stato per chi scrive qualcosa che supera di gran lunga il concetto di film o, forse, perché quei ragazzini del romanzo di King lottano contro le proprie paure e, sconfiggendole, ridimensionano il pagliaccio che turba la loro adolescenza: insomma, speranza è la parola-salvagente di quest’anno e lo è sia quando la usiamo guardandoci indietro (i vent’anni di Ok Computer, i cinquanta di Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band) che quando la stringiamo a mo’ di amuleto per sperare in tempi migliori.

Infatti, se una delle ultime cartucce sparate dalla discografia del 2017 dedica un intero lavoro al tema dell’Utopia, una sorta di movimento escapista che sostituisce il mondo in cui viviamo con un altro luogo di gran lunga migliore, il capolavoro degli Algiers (cupo, vivido, eterogeneo e inquieto) è un grido disperato che infrange i muri razziali, sociali e economici creando un aspettativa verso un futuro più roseo, contrapposto alla fuliggine degli ultimi anni. Il buon Kendrick Lamar, fuoriclasse ormai consolidato, mette in rima il suo rigetto verso l’era di Trump, dei soprusi legati al colore della pelle e di una società che dovrebbe bruciare Photoshop e tornare ad ammirare le imperfezioni delle afro, nel tentativo di rivestire il mondo di calore umano e quindi, ancora, di speranza. Che dire, allora, di chi dopo anni di silenzio torna intitolando un disco American Dream, concetto cardine di intere generazioni convinte di potercela fare e quindi di accantonare un presente scialbo e deludente in favore di un futuro migliore? Un po’ come mettere a dormire i propri demoni e quelli degli altri salutandoli con affetto, dando loro la buona notte, nella speranza che, nonostante il sistema, riuscirà a sonnecchiare soltanto quando fuori sarà buio pesto, il domani sarà qualcosa in più di «un altro giorno».

In attesa di questa new hope c’è ovviamente l’occhio (e l’orecchio) attento di gente ormai navigata e senza timore come gli Everything Everything, che prendono di petto la situazione e traducono in musica le ansie post-Brexit e l’aria pesante degli attentati terroristici che si susseguono in televisione. Ci sono giovanissimi che tentano di rimanere in bilico tra due fuochi: Londra e Tokyo, innovazione e tradizione (sì, vale esattamente per tutti e due i luoghi), Mura Masa (e vai di dancefloor) o Mr Jukes (occhialini alla Lennon e tavolo al Jazz Cafe già prenotato). Debutti farciti di tenerezza cinematografica come quella dei Cigarettes After Sex e dolci ritorni come New PornographersBroken Social Scene. La speranza è anche rivolta al presente: non è tutto dovuto, non è tutto già scritto, e a farne le spese sono stati quegli Arcade Fire da sempre osannati dalla critica (e dai numeri, oltre che dalle star) che hanno fatto il classico buco nell’acqua. Per carità, capita a tutti, ma la paura di chi scrive era di trovare a prescindere grossi voti per un album che, dopo quanto fatto in passato, non è all’altezza della loro produzione. E invece no, anzi, arene mezze vuote e un divorzio dal loro storico manager sono stati effettivamente un po’ eccessivi come dimostrazione che al popolo le brioche possono piacere ma se le farcisci con una campagna promozionale al limite del ridicolo non è detto che ci sia la calca sotto il balcone della regina.

Dio salvi la regina quindi, quella splendida, e tutt’altro che morta, più-che-trentenne (e tirata a lucido in versione deluxe come quell’altra gemma ristampata che risponde al nome di Automatic For The People) sbucata fuori dalla sala prove degli Smiths che a distanza di anni oscura ancora un Morrissey al quale si deve voler bene a prescindere e, proprio per questo motivo, che merita le nostre facce di sufficienza dopo l’ascolto del suo ritorno. Allo stesso modo, Dio salvi St Vincent e la conservi intatta così com’è: una Lady Stardust cangiante, multiforme, aliena sia musicalmente che visivamente. Ascoltare il suo Masseduction significa arrivare a fine disco con la consapevolezza che i Weinstein ci sono sempre stati e sempre continueranno a esserci, ma nel 2017 continuare a ridimensionare la donna a puro oggetto erotico e/o d’arredamento significa non essere usciti dal peggiore dei medioevi (off-topic, ancora indie vs mainstream?!): quello mentale.

Concediamo un anelito di un futuro migliore anche a Butler e compagni e pensiamo al lato positivo: le nuove leve (o comunque chi si era già intravisto di sfuggita e adesso finalmente esce allo scoperto con un un album di debutto) spingono e portano con loro tutta la freschezza di cui dovrebbero per antonomasia disporre. PumarosaSamphaLittle CubFufanuLowly sono solo alcuni esempi di quello che ci aspetta. Siamo in una fase di transito, lo scrivevo l’anno scorso e lo ribadisco, e me lo fa pensare soprattutto quel fratello maggiore che ormai è diventato uno zio ma che non ha mai perso una dote ammirevole: l’onestà. Lo sbruffone imbottito di coffe and cigarettes adesso è un quarantacinquenne che crede ancora nella forza del rock’n’roll, ha fatto pace col proprio passato (non con suo fratello) e non ha problemi a mostrarsi per quello che è, con tutti i suoi limiti e i suoi pregi: da un lato il fatto che non è mai stato un grande paroliere o che i brani del suo primo vero disco solista siano scritti da altri, dall’altro che la sua voce rimane generazionale e, soprattutto, vera. Insomma, grazie Liam, perché sei stato una rivelazione, l’outsider che si rimette in gioco coi rookies e sa ancora il fatto suo. Tanto da oscurare il ritorno del fratellone Noel, un po’ impreparato a dividere il successo in famiglia dopo la saga Oasis, sicuramente meno acuto e spassoso rispetto al passato.

Sperare quindi significa riporre fiducia sui giovani, gli esordienti, l’aria fresca che può e deve smuovere le acque, e nonostante il frenetico modo in cui si usufruisce della musica in quest’era tanto tecnologica quanto oziante (assorbiamo news senza verificarle, ascoltiamo le playlist e non i dischi…), di cose belle e nuove ce ne sono parecchie. Andiamo a prenderle, non lasciamole lì. Lo scrivevo già qualche tempo fa su questi lidi: credo sia stato Julian Barnes a sottolineare che «la differenza non è tra chi ha segreti e chi non ne ha, ma tra chi vuol sapere e chi no. A mio giudizio, voler sapere è segno d’amore». Facciamo quest’atto d’amore nei nostri confronti, al di là dell’amore che possiamo provare verso artisti viventi o passati a miglior vita.

Già, perché continuiamo a perdere pezzi, l’anno scorso è stato soltanto più evidente perché un’intera epoca stava per inabissarsi chiedendo il conto. Ora che ci siamo abituati, abbiamo ridimensionato i nostri necrologi cibernetici e abbiamo guardato in faccia la realtà: altro giro, altra corsa. Stiamo uscendo dalla crisi, intesa nella sua accezione più ampia, e ci tocca trattenere il fiato ancora per un po’. È una questione di qualità ma anche, soprattutto, di speranza. Speriamo che sia ancora una volta l’ultima a morire; ascoltando le uscite dell’anno il sentimento che vien fuori è quello di un’occhiata rasserenata verso il futuro immediato: l’arte è viva, protesta, reagisce e quando questo succede vuol dire che l’umanità è ancora in piedi, con lo sguardo eretto all’avvenire fisso ai soli nascenti

Su SA trovate anche l’editoriale/classifica di Riccardo Zagaglia.

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