Migliori album 2017. Le considerazioni e la playlist di Federico Sardo

Ancora classifiche di fine anno con la playlist e le considerazioni di Federico Sardo

Dicembre e come sempre ci troviamo a fare i conti con la questione dischi dell’anno. Salterei a piè pari la polemichetta sul fatto che le liste di dischi dell’anno non hanno senso, che bisognerebbe pensarci molto tempo dopo, che di certo non ha senso farle con l’anno ancora in corso…È tutto vero, ma resto dell’idea che quelli che sollevano queste obiezioni le prendano sul serio più di quelli che le classifiche le stilano. È un gioco come un altro, nessuno ha pretese di oggettività, e se i criteri temporali che ci siamo dati ormai sono questi, e lo fanno tutte le testate del mondo, tanto vale giocare senza farsi troppi problemi.

La polemica che invece ho voglia di sollevare, e lo faccio perché già so che in molti storceranno il naso per alcune mie scelte, riguarda in generale il mondo di quelli che scrivono di musica. Sempre più spesso mi trovo a chiedermi come mai, soprattutto in Italia (leggo molte testate straniere e frequento gruppi dove si parla di musica a prevalenza straniera, ma questa cosa la vedo soprattutto tra gli addetti ai lavori del nostro paese) la posa preferita di chi scrive di musica, soprattutto dopo una certa età, sia quella di chi le ha già viste tutte. Di chi deve dimostrare di averlo più lungo degli altri (che significa conoscere più dischi) e di non farsi fregare come invece tutti gli altri.

Tra le primissime posizioni della mia classifica ci sono per esempio Arca e Jlin, scelte non particolarmente originali e nomi di cui sicuramente si è parlato molto quest’anno, ma credo anche che si tratti di lavori di grande valore – più avanti nell’illustrare la classifica entrerò maggiormente nel dettaglio. Mi chiedo perché tra gli addetti ai lavori si porti molto il dire sempre e comunque, rispetto a chi prova a fare qualcosa di “nuovo” (per carità, mettiamoci anche le virgolette), che in realtà era già stato fatto, tendenzialmente tirando fuori nomi che chi un po’ queste cose le mastica conosce benissimo (recentemente ho visto tirare in ballo Pauline Oliveros, Terry Riley e Jon Hassell) e che in definitiva è tutto marketing, è tutto hype. Non credo di essere particolarmente ingenuo e penso di avere una collezione di dischi abbastanza oscura da potermi dire al riparo da tutto questo (peraltro sintonizzandoci per un secondo con il mondo reale, nessuno per strada ha mai sentito nominare Arca) e credo che tutto sommato sia solo un sintomo di stanchezza da social network: se una cosa ha effettivamente un valore e dei motivi per cui parlarne incomincia presto a venire fuori “troppo spesso” nelle nostre bolle, portando così a una fisiologica stanchezza e antipatia da parte di qualcuno. Non lo so, queste sono solo le risposte che mi sono dato su una questione che mi sta dando da pensare negli ultimi giorni e che ho pensato avesse senso tirare fuori in questo contesto.

Dopo questo lungo preambolo di excusatio non petita, passo a parlare delle cose che più mi sono piaciute nel corso di questo 2017. Più o meno da quando è uscito (e dall’aspettativa – non tradita – che mi avevano dato i primi brani pubblicati) ho capito che quello di Arca sarebbe stato il mio disco dell’anno. Mi è piaciuto moltissimo ed è probabilmente la cosa che ho ascoltato di più, essendo il suddetto rimasto per mesi fisso nella mia autoradio. The Bug recentemente diceva che le musiche sperimentali sono bellissime ma secondo lui il passo in più è quando si riesce a fare qualcosa di pop usando tecniche sperimentali, innovazione e sonorità diverse, e che quelli sono i momenti più indimenticabili della musica. Credo che Arca avesse già ampiamente dimostrato di essere un produttore geniale e “nuovo”, nonché molto influente, ma in questo album (ancora più che nei lavori per FKA Twigs, visto che qui il sangue è il suo, il cuore è il suo) è riuscito a portare il suo talento nell’empireo del pop con un disco di canzoni, peraltro davvero personale e sentito, oltre che riuscitissimo. Questo insieme di cose per me ne fa, sia nella teoria che nella pratica, il mio disco preferito dell’anno. Un altro lavoro che mi è piaciuto tantissimo, e che non è in cima alla classifica soltanto per quel discorso sul pop e perché il suo autore applica soltanto un’evoluzione del proprio lavoro più che una rivoluzione, è quello di M.E.S.H., forse il disco definitivo di tutto un periodo, di tutto un suono, di tutto un giro di etichette (una scena? Un tempo si diceva così). Questo tipo di elettronica sicuramente è stata una delle cose più interessanti degli ultimi anni, poco facile all’ascolto ma indubbiamente in grado di parlare del nostro mondo meglio di quasi tutto il resto, e questo album ne è forse il lavoro più compiuto.

Già tante parole sono state spese per Jlin (che mi ha colpito molto dopo un album che non mi aveva entusiasmato, a differenza di quanto accaduto nel resto del mondo) e per la bellissima compilation di ambient contemporaneo della PAN, mentre per quanto riguarda il rock (più o meno, dai) sicuramente il mio disco dell’anno è stato quello del formidabile Group Doueh (recuperate tutto quello che è uscito per Sublime Frequencies) insieme ai postpunker francesi Cheveu, vero incontro tra psichedelie fatto con originalità. Sorprendente l’album di Kaitlyn Aurelia Smith, che invece di essere il lavoro di sintetizzatori che uno si poteva aspettare, è sì un’opera in cui le macchine vengono usate con maestria assoluta, ma al servizio di vere e proprie canzoni, in un contesto che si potrebbe definire pop, fatto di brani cantati. Pop magari non radiofonico, molto particolare e sofisticato (diciamo che un nome che può venire in mente è quello di Kate Bush), ma davvero ben fatto e del quale ci sarebbe molto bisogno. Il nuovo disco di James Holden non è una pietra miliare come il precedente ma è comunque un gran bel sentire, qualcosa di vicino alla mia idea di musica ideale, e Alessandro Cortini ha realizzato forse il suo lavoro migliore con Avanti, del quale consiglio assolutamente di andare a vedere il live, dove le musiche sono impreziosite da visual incredibili tratti da filmati della sua infanzia. Mi sento di spendere due parole per il progetto Guarapo, curato da Palm Wine e Jim C. Nedd e pubblicato da Honest Jon’s: i due hanno scoperto queste feste a Barranquilla animate da una musica fatta di brevissimi campioni di rock-blues africano distorti e modificati, e ne hanno poi curato una formidabile compilation di inediti, uno dei lavori più interessanti usciti quest’anno sia per le sue premesse che per il trascinante risultato, davvero in contatto con quello spirito primordiale proprio di ogni musica da ballo.

Notevole anche l’album dei Visible Cloaks, soprattutto dal punto di vista teorico, un lavoro che parte dalle musiche del Giappone della bubble era aggiornate a un presente inafferrabile, e l’ottimo esordio dei Khalil su Posh Isolation, che fanno quello che nessuno aveva ancora pensato di fare partendo da basi trap e r’n’b e lavorandoci sopra da par loro. Il ritorno di Sakamoto merita solo rispetto e devozione, mentre un po’ di orgoglio è consentito per i lavori degli italiani Still e Caterina Barbieri che escono per etichette straniere di un certo peso (PAN e Important Records) dimostrando che non siamo inferiori a nessuno, grazie alla dancehall destrutturata di Trabucchi e ai sintetizzatori trance-inducing della produttrice bolognese di stanza a Berlino. Un altro disco davvero bello e affascinante è quello della svedese Ellen Arkbro, uscito per la sempre ottima Subtext. I Necks si confermano una garanzia e uno dei migliori gruppi in attività (appello ai promoter italiani: portateli a suonare più spesso! Magari anche dalle parti di Milano), mentre Nico Niquo mescola il grime a gravità zero di Mumdance (senza l’elemento ritmico), le esplorazioni cosmiche di un Klaus Schulze, un elemento di finto lo-fi, e le più classiche reminiscenze Eno filtrate hypnagogic pop per cullarvi e mangiarvi il cervello in un mare gommoso. Per quanto mi riguarda è stato un anno di ottime uscite (altre segnalate nella classifica di metà anno), non c’è che dire.

Per quanto concerne le classifiche personali dei collaboratori di SA finora pubblicate, trovate quelle di Tommaso Bonaiuti, Riccardo ZagagliaFernando Rennis, Elena Raugei, Luca Roncoroni e Stefano Solventi. Tra quelle delle testate nazionali e internazionali invece: Rumore (con i commenti del direttore Rossano Lo Mele), WIRE, Stereogum, Rough TradeNME, Rolling Stone, Bleep.com, Consequence of Sound, Quietus e Pitchfork (videoclip).

Tracklist