Migliori album 2017. La classifica di Stefano Solventi

Ancora classifiche dei redattori di SA è la volta di Stefano Solventi che stocca alcuni ritorni di illustri prtagonisti dei 90s per elogiare l'album monumento di Magnetic Fields, il roscio che tutti osannano e altre traiettorie tra post-punk, slaker folk, psych e quant'altro

Cosa è successo negli ultimi cinque mesi dell’anno? Qualcosa che possa cambiare o addirittura stravolgere l’idea che del 2017 mi ero fatto alla fine di luglio? In parte sì, ma – appunto – solo in parte. Innanzitutto, di altri titoli importanti ne sono usciti eccome, alcuni molto attesi. Come il buon rientro sulle scene degli LCD Soundsystem, ad esempio, all’insegna di un immaginario berlinese (in senso Eno/Bowie) a tratti sfacciato, comunque piuttosto a fuoco e in definitiva convincente. Meno buono invece il ritorno dei The War On Drugs, chiamati a confermare su major (Atlantic) il gran bel respiro del predecessore, salvo dimostrare il fiato piuttosto corto e al più procurarci un bel sospiro di delusione/rassegnazione. Curioso poi il “contest” tra i fratelli Gallagher, inaspettatamente vinto da un Liam che ha sfornato il disco degli Oasis se gli Oasis lottassero ancora insieme a noi (il suo As You Were è lavoro perfettamente innocuo, ma portatore sano di faccia tosta e convinzione), mentre Noel con Who Built The Moon? ha cercato di indossare un soprabito electro sclerotizzato noise in cui a dire il vero si muove un bel po’ a disagio (rassegnati, Noel: sei un tipo da giubbottino jeans).

Tra i molti altri ritorni, si segnala un Billy Corgan da cameretta (la sufficienza Ogilala tutto sommato se la merita, suvvia), una Björk sempre più impegnata a definire la versione classica di se stessa (altra sufficienza), un Beck ipercromatico che zompa tra Hall & Oates e i Police con effetto party secchione (sufficiente pure lui). I Novanta e i suoi reduci sembrano insomma imprigionati in una bolla spazio-tempo, abbiamo bisogno della loro convinzione ma forse non della loro calligrafia, soprattutto se desiderosa di riscattarsi. Fanno molto meglio infatti Robert Plant e i Dream Syndicate, entrambi capaci di spedire missive piene di sostanza al tempo, al tempo bastardo che tutto travolge, e lo fanno preoccupandosi di essere solo e soltanto se stessi, disinteressandosi all’eventualità di essere altro: obsoleti, certo, ma attenzione perché stiamo parlando della dimensione in cui il rock deve imparare a muoversi. E significare oltre l’obsolescenza. E fottersene, dell’obsolescenza.

Sfrontatamente citazionisti, e in ragione di ciò significativi, sono anche i Protomartyr da Detroit, giustamente paragonati ai Fall, ma capaci come pochi di prendere per le palle la zeitgeist della ruin city e propinarci una raccolta di sermoni sferzanti, elettrici, apocalittici. Come dire, sarà old-school ma è pur sempre qualcosa, e una frustata fa effetto anche se la frusta sta per sfibrarsi. Non sono però molte le buone notizie dal fronte del rock tradizionalmente inteso, visto come una delle ultime band capaci di coagulare interesse globale abbia sfornato un lavoro appena dignitoso: parlo dei The National e, no, per me non ci siamo. Gente seria e appassionata, eh, ma ogni volta che li ascolto – e il nuovo Sleep Well Beast non fa eccezione – mi sembra che il loro perimetro espressivo sia angusto e prevedibile come l’ascensore di un centro commerciale. Quasi lo stesso mi viene da dire per l’accoppiata Courtney Barnett/Kurt Vile – un alt-folk appena gradevole il loro – e ahimé per il grande Micah P. Hinson, dal quale, confesso, mi aspettavo il botto e non l’accartocciarsi in un’epica fin troppo autoreferenziale di The Holy Strangers. Chiuderei questo capitolo “novità ma non troppo” con la tiepida conferma di St. Vincent (Masseduction è un buon concept non sorretto da intuizioni melodiche e di arrangiamento all’altezza) e il buono, a tratti buonissimo quinto album dei Grizzly Bear, ai quali se non arride un successo più grande è forse per una certa refrattarietà all’hype, altrimenti non me lo spiego.

Se un botto c’è stato, in questa seconda metà di 2017 complessivamente buono, lo ha messo a segno King Krule: il ventitreenne (!) londinese mette in mostra una personalità tentacolare, si muove prensile e liquido tra strutture e umori soul, blues, hip-hop, rock, jazz, post-punk, come un nipotino virtuale e carnale di Tom Waits, gli occhi aperti e sensibili sulla scorza di un mondo ostile, di cui raggiunge il cuore nero, scorticando strati su strati di ossessioni e visioni, impermeabilità e distanze. Sarebbe il disco dell’anno, ma alla fine lascio che a decidere sia la mia inguaribile affinità per l’obsolescenza (vedi sopra), ragion per cui confermo senz’altro la palma di miglior disco a 50 Song Memoir dei Magnetic Fields, perché un lavoro così eroico, una vera e propria impresa musicale, simboleggia per contrasto il persistere del rock come memoria, reminiscenza, riarticolazione di forme e segni in un passato continuamente presente. Ma se vogliamo scomodare quel concetto insidioso e ambiguo che risponde al nome di futuro, allora non possiamo che alludere innanzitutto a quello che ha appena fatto e a quello che sicuramente farà il buon Archy Ivan Marshall aka King Krule. Insomma, non è stata una decisione facile, come avrete capito.

Più sotto trovate la lista dei miei primi 20. Ah: se non lo avete fatto, leggetevi Polvere di stelle di Simon Reynolds, non fosse perché tra le molte altre cose glam contiene la biografia-omaggio a Bowie che non ha avuto il coraggio di scrivere esplicitamente. E scusate se è poco. Buon 2018. Continuate a crederci (malgrado tutto).

Per quanto concerne le classifiche personali dei collaboratori di SA finora pubblicate, trovate quelle di Tommaso Bonaiuti, Riccardo ZagagliaFernando Rennis, Elena Raugei, Luca Roncoroni e Stefano Solventi. Tra quelle delle testate nazionali e internazionali invece: Rumore (con i commenti del direttore Rossano Lo Mele), WIRE, Stereogum, Rough TradeNME, Rolling Stone, Bleep.com, Consequence of Sound, Quietus e Pitchfork (videoclip).

Tracklist
  • 1 74 No
  • 2 ‘86 How I Failed Ethics
  • 3 93 Me and Fred and Dave and Ted
  • 4 02 Be True to Your Bar
  • 5 13 Big Enough for Both of Us
  • 6 '81 How to Play the Synthesizer
  • 7 Tracklist TBA
The Magnetic Fields
50 Song Memoir