Students compete at the "Inspection of Singing and Marching" competition at the gymnasium of School #6 for students in the Dmitrov region, a suburb of Moscow, Dmitrov, Russia, 14 Dec 2016.

Migliori album 2019. La classifica di Fernando Rennis

Tra le foto scattate nel 2019 e scelte per il consueto contest annuale del World Press c’è questa della statunitense Sarah Blesener. Lo scatto fa parte di un progetto lungo quattro mesi dal significativo titolo Back Us From Home durante il quale la fotografa ha seguito giovani russi e americani impegnati nei rispettivi programmi statali atti a infondere in loro l’amore patriottico. Tra rigore, bandiere e facce tese ecco un momento di rottura: studentesse russe che ridono prima di una parata.

Il 2019 è stato un anno ricco di rotture, sia dal punto di vista sociale che da quello artistico. Il punto d’unione, la rottura per eccellenza, è la performance di Stormzy a Glastonbury con il giubbotto anti-pugnalata disegnato da Banksy. In quel gesto tanti significati, ma quello più importante è sicuramente il legame tra lo storytelling e la realtà. Ecco perché i miei dischi fondamentali dell’anno partono da Everything Not Saved Will Be Lost Pt 1 dei Foals e Dogrel dei Fontaines Dc. Entrambi raccontano il quotidiano, la band oxoniense lo proiettano in un’imminente fine del mondo mentre gli irlandesi lo cuciono sopra i confini di una Dublino controversa; una capitale periferica in cui riecheggia ancora l’eco dei romanzi di Joyce.

Lo scrittore modernista ebbe un legame molto forte con Trieste e, tornando ai nostri giorni, l’Italia è stata capace di sfornare dischi molto interessanti. A parte le conferme della qualità compositiva dei Be Forest e dell’eleganza del live di Motta, i Coma Cose e gli interessanti Mahmood, Venerus e Tha Supreme hanno contribuito a svecchiare classifiche telefonate e inclini al classico pop melodioso italico. Certo, sarebbe interessante vivere anche qui l’ondata di chitarre che sta dando filo da torcere alla trap nel mondo britannico e non solo.

Sul periodo d’oro del post punk ho riservato un long form, evito quindi di dilungarmi. Più che altro, sembra che il contrasto tra colori e oscurità tenga banco: se i National sono passati (a sprazzi e momentaneamente) al lato cromatico della forza, Nick Cave e Angel Olsen si scaldano in orchestrazioni e struggimenti vividi. E poi c’è la Gran Bretagna narrata da Slowthai – grande esibizione al Mercury Prize che ha visto premiato l’ottimo album di Dave – e Kate Tempest. Sul fronte RnB la forza scorre potente in Fka Twigs, Anderson Paak, Tyler the Creator e Toro Y Moi mentre continuo a tifare per Liam Gallagher in quella lotta fratricida che lo vede vincitore fuori e dentro il perimetro musicale, forse perché in entrambi i casi terribilmente spontaneo e sincero.

Il ritorno di Thom Yorke ha brillato ma mi ha lasciato una sensazione di incompiuto, al contrario del brio provato negli ascolti di Pom Poko, Karyys, Black Midi e Murder Capital. Come già fatto lo scorso anno, il mio augurio è che la curiosità non venga mai trascurata e che un orecchio teso ai nuovi talenti sia sempre d’obbligo. Grazie alla radio, mia compagna di vita da ormai quattro anni, ci sono stati molti emergenti che hanno stuzzicato il mio palato: dai dischi di Sam Fender e Dermot Kennedy (i consigli dello scorso anno) ai brani di Zebra Katz, Two Feet, Park Hotel, Matt Ryder, Arlo Parks, Sports Team, Celeste e molti altri.

Menzione speciale per i Coldplay, che hanno sorpreso con un album inaspettatamente interessante, lontano dall’overdose glicemica degli scorsi dischi iper-colorati e trainato da un interessante concerto in Giordania. Forse il fatto che in Everyday Life ci sia tanta realtà ha contribuito alla sua riuscita e, soprattutto, chiude il cerchio delle “rotture”.

In conclusione, il 2019 è stato un anno ricco che ha lasciato intravedere sviluppi interessanti per il prossimo decennio. Quello appena concluso è forse stato il più rivoluzionario per l’industria musicale e non solo per l’arrivo di Spotify. Manca la tribolazione di quarant’anni fa, quando uscirono un numero indefinito di album incredibili, e c’è sempre questa tendenza alla standardizzazione – vedi la bolla “indie” italiano che sembra già essere esplosa in un anno in cui i cloni hanno sovraffollato la piazza e gli originali non hanno più paura di chiamare il pop col suo nome – che rende la scena italiana poco interessante rispetto ad altre realtà.

Tracklist