Weekend discografico. Tra i dischi in streaming Massimo Volume, Murubutu, Beirut, The Specials e White Lies

NB: salvo quando diversamente indicato, trovate l’ascolto Spotify di ogni disco citato nella relativa pagina album. Potete inoltre consultare gli editoriali pubblicati finora. Attualmente abbiamo quelli del 18 gennaio e 25 gennaio.

Facciamo un attimo di riassunto prima di affrontare questo, che è sicuramente un ottimo weekend per quanto riguarda la musica di qualità. Gennaio, nonostante le premesse e la storica stanca che si respira dopo l’abbuffata delle festività natalizie, le classifiche e i resumé dell’anno, è stato un mese affatto parco di uscite, anzi piuttosto esaltante. Abbiamo avuto un weekend in cui in un sol colpo sono usciti i dischi di James Blake (Assume Form), Sharon Van Etten (Remind Me Tomorrow) e I Hate My Village (I Hate My Village); abbiamo goduto di ritorni pop/rock più che dignitosi da gente che sta sulla piazza da eoni e invecchia come il buon vino, come Tre Allegri Ragazzi Morti (Sindacato dei sogni) e la Nada versione alternative (È un momento difficile, tesoro); siamo rimasti sedotti da sublimi canzoni psichedeliche che tuttora non riusciamo a smettere di ascoltare, vedi Deerhunter da una parte (Why Hasn’t Everything Already Disappeared) e Tim Presley dall’altra (I Have to Feed Larry’s Hawk); abbiamo raggiunto i TOY in una ideale autobahn che da Francoforte porta verso un’Inghilterra a un passo dalla Brexit; ci siamo immersi nei synth modulari e in una electro-r’n’b affatto scontata con Dawn Richard e il suo New Breed, e pure il post-rock non ci è sembrato un genere completamente fuori dalle musiche del desiderio quando abbiamo ascoltato il nuovo disco dei Mono, Nowhere Now Here. Insomma, il 2019, nonostante premesse non proprio ottimali e uno strapotere trap che indulge e travolge le masse ma viaggia troppo spesso con il pilota automatico (Future Hndrxx Presents: The WIZRD), è un anno che possiamo dire iniziato con il piede giusto.


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E la marcia ingranata lo scorso mese continua a macinare chilometri anche in questo, a giudicare da questo weekend del 1-3 febbraio, che ci ricorderemo per un po’ innanzitutto per il ritorno dei Massimo Volume, la cui tensione riaffiora come dalle nebbie di un tempo che sembra lontanissimo. Com’è il nuovo album Il nuotatore? Diffusamente ce ne parla in sede di recensione Stefano Pifferi, ma qui possiamo dirvi che è esattamente quel tipo di «ramadan involontario» che possiamo aspettarci ascoltando oggi una formazione ridotta a trio, o meglio al suo nucleo fondativo, e che a queste fondamenta rimanda. Garantito, vi si stamperà in faccia un ghigno feroce, e se volete fare il paio con queste atmosfere il consiglio è quello di infilarci subito dopo lo streaming del nuovo disco di Boy Harsher, Careful. Non ci troviamo più in Italia ma in una cittadina di appena 30.000 persone del Massachussetts, conosciuta per essere uno dei principali poli (contro)culturali, liberal/alt/art/LGBT-friendly degli Stati Uniti. Anche qui parliamo di un esercito di underdog e dropout, e questa è una formazione che se fa bene una cosa, scrive Zagaglia nell’articolo, è quella di unire divinamente «darkwave, synthpop ed electropop dai contorni EBM in ipnotiche ripetizioni che sono al servizio di un oscuro e claustrofobico universo sonoro».

Rimanendo su binari elettronici e fortemente stradaioli, l’ascolto consigliato di seguito è quello del bristoliano Finlay Shakespeare. Strano trovare un esordio come Domestic Economy su Editions Mego, che solitamente è dedita a pubblicazioni più astratte e concettuali; qui invece parliamo di un synth pop che va a braccetto con il post-punk e sprofonda spesso in cupi e metronomici binari da club di provincia, roba ruspante, molto working class inglese, tra arrangiamenti tesi e nervosi in bilico tra Cabaret Voltaire e New Order e un cantato che dal declamato stile PIL può scivolare in pose più roche à la Talk Talk.

Mettendo da parte strobo e macchine da fumo, l’altro disco di cui si fa un gran parlare questo weekend è quello delle Girlpool. Del loro What Chaos Is Imaginary scrive sempre Zagaglia, ed è un disco che t’abbraccia come un fraterno indie pop dai richiami 90s. Dalla sua oppone un approccio gender-fluid e una «catatonica fragilità di scuola Elliott Smith», oggi più che mai giustificata anche dall’ottava più bassa con la quale Cleo Tucker intona le proprie strofe (dopo la terapia ormonale a base di testosterone). Riavvolgendo di un decennio il nastro delle influenze, Scenery è un disco pop piuttosto elegante e radiofonico, e segna il ritorno della cantante Emily King. Il suo è un falsetto contrappuntato da brevi giochi vocali à la Jacko, mentre gli arrangiamenti si riallacciano agli anni ’80 un po’ come accadeva nel disco di Christine And The Queens.

Il weekend segna il ritorno anche dei Beirut, ovvero la band capitanata da Zach Condon, che qui sembra voler recuperare l’antico smalto grazie a nuovi viaggi e urgenze creative, ma anche grazie alla ricongiunzione con il suo amato Farfisa, lo stesso con il quale il songwriter ha inciso i primi due dischi. Gallipoli – recensito da Fernando Rennis – è in sostanza un disco che continua ad arricchire la palette dei riferimenti ma, allo stesso tempo, è la conferma che il sound della formazione è ormai ben delineato. Discorso simile si può fare con Five, disco che segna il ritorno dei White Lies, un comeback alla solidità strutturale e strumentale di Big TV, scrive Davide Cantire (in arrivo la recensione), con qualche spazio di manovra in più e un’ariosità che strizza l’occhio più alle suite dei Suede che ai tanto amati Joy Division e New Order (che pure non mancano). L’exploit di To Lose My Life, ormai datato 10 anni fa, pare impossibile da ripetere, ma alla band che Pitchfork ama massacrare noi siamo irrimediabilmente affezionati.

Strano ma vero, questo weekend segna il ritorno dei mitici Specials dopo più di vent’anni. Encore non potrebbe essere più ispirato da rare groove e 70s funk, fate conto una versione uptempo dei The Good The Bad And The Queen. Gli anni della Thatcher non sono mai passati: sulle barricate c’è la disco, ci sono gli archi sintetici molto Philli, la chitarrina ostinata dello ska, l’Hammond e le congas. Londra e Kingston andata e ritorno, insomma non manca nulla per una serata col completo e le scarpe bicolore in club di Margate o Brighton fuori dal tempo. A proposito di UK persi nei parallassi della memoria, lo citiamo soltanto qui ma non certo perché non meriti, anzi: Drift Code è l’album di Rustin Man, al secolo Paul Webb (già bassista dei Talk Talk), che segue Out Of Season (2002), il suo ultimo album sotto quest’alias, disco nato dalla collaborazione con Beth Gibbons dei Portishead. Ed è un signor disco, con ottime canzoni, parola di Marco Boscolo: «L’autore muove costantemente le manopole delle emozioni che scaturiscono dalle canzoni, dando a ognuna di esse una profondità che richiede ascolti compulsivi per essere appresa fino in fondo». Da ascoltare ora.

Infine sull’elettronica recuperiamo ascolto e recensione di uno dei dischi più belli finora in questo campo, che è Signals Into Space degli Ultramarine; inoltre segnaliamo il bel dj-kicks di Leon Vynehall e il primo capitolo di una trilogia firmata da Lee Gamble (In Paraventral Scale). Sull'(adult) Hip Hop italiano Murubutu pubblica Tenebra È la Notte, disco recensito in anteprima su queste pagine da Luca Roncoroni. Sulle onde sognanti, Mirror è il debutto sulla lunga distanza dei californiani shoegazers Balms, e sulle retrovie polverose di un sound da 60s girl group Heartbreak è il secondo album del trio Unloved.

1 Febbraio 2019 di Edoardo Bridda
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