David Byrne nel videoclip di "Once in a Lifetime"

“Once in a Lifetime”. Esistenzialismo e crisi di mezza età nella danza della marionetta Byrne

Vedere gli anni Ottanta prima del loro arrivo, anticiparne gli eccessi, le ripetizioni, l’edonismo sfrenato, vedere lo schema delle cose e il loro perpetrarsi nonostante gli sviluppi, come persone e come specie. Once in a Lifetime fece tutto ciò arrivando in un punto cruciale della carriera dei Talking Heads. Dopo tre album di successo Chris Frantz e Tina Weymouth cominciarono a soffrire particolarmente il ruolo di leader di David Byrne, che fino a quel momento aveva avuto controllo assoluto sulle scelte musicali del gruppo. A un passo dalla crisi, all’inizio del 1980 i quattro si dedicarono a progetti più personali: Byrne tornò a lavorare con Brian Eno in quello che sarebbe diventato My Life in the Bush of Ghosts (1981), Jerry Harrison si dedicò a Nona Hendryx, mentre Frantz e Weymouth decisero di concedersi una piccola pausa dal gruppo per concentrarsi sul loro matrimonio, volando ai Caraibi e spostandosi quindi in Giamaica. Qui vanno ricercati i primi semi della successiva fatica dei Talking Heads, Remain in Light.

Le sperimentazioni principali si svolsero presso i Compass Point Studios a Nassau, dove era stato registrato More Songs About Buildings and Food (1978). Eno e gli altri componenti della band erano totalmente immersi nella ricerca dei nuovi suoni che avrebbero identificato l’album, ispirati dalla musica delle comunità africane e in particolare da Afrodisiac di Fela Kuti. Byrne invece soffriva del blocco dello scrittore. Dopo un iniziale ritorno negli States, il cantautore decise di ripensare seriamente al suo modo di cantare e comporre, quindi si recò in Africa e studiò il modus operandi di alcuni musicisti del posto, i quali quando dimenticavano le parole ne inventavano di nuove improvvisando continuamente. Registrato tra New York e Los Angeles, Remain in Light arrivò l’8 ottobre 1980 e il primo singolo estratto, Once in a Lifetime, uscì solamente quattro mesi più tardi, il 2 febbraio 1981. Capace di riassumere in poco più di quattro minuti il vivere contemporaneo, il brano è caratterizzato dallo stile frenetico e a singhiozzo del cantato di Byrne nonché da un testo che pare rimandare esplicitamente all’esistenzialismo, alla crisi di mezza età che ciascun uomo occidentale affronta prima o poi nell’arco della sua esistenza, una volta sistematosi proprio come la società lo spinge a fare. Gli ideali di un tempo si sgretolano, non si hanno più le medesime forze e ambizioni e l’unica domanda che rimane è una soltanto: come ci sono arrivato qui?

Su uno sfondo bluastro irrompe dal basso la figura di David Byrne, vestito con completo, cravattino e occhiali e che sembra sempre sul punto di collassare, salvo poi riemergere, quasi stesse cercando a fatica di tirarsi fuori da una situazione da cui non riesce a fuggire, da un incubo. Le prime parole, famosissime, vengono enunciate quasi si trattasse di un sermone, con Byrne nell’insolito ruolo di predicatore («And you may find yourself / Living in a shotgun shack / And you may find yourself / In another part of the world»); immediatamente dopo vediamo comparire in un riquadro dei rituali religiosi compiuti da una popolazione indigena, seguiti da tanti piccoli David Byrne che stavolta hanno le movenze di una marionetta o appaiono in preda a una crisi epilettica in perfetto sincro con il ritornello:

Letting the days go by, let the water hold me down
Letting the days go by, water flowing underground
Into the blue again after the money’s gone
Once in a lifetime, water flowing underground

La danza del frontman si trasforma in un continuo e ritmato spasmo per poi ritrovarlo nuotare ancora sopra lo sfondo bluastro che apriva il video e che i versi evidenziano in un gioco d’incroci e di sensi («water flowing underground / Into the blue again»). Il finale sembra suggerire che quanto visto finora sia accaduto nella testa del nostro protagonista, che adesso appare vestito in maniera più casual, con camicetta bianca e senza alcun orpello né occhiali da vista, con la schermata blu a circondare nuovamente tutto il resto del quadro, segno che probabilmente il cambiamento è già avvenuto ed è ormai irreversibile.

Per questo videoclip, diretto dallo stesso Byrne con la coreografa Toni Basil, venne studiato parecchio materiale d’archivio che ritraeva l’operato di preti, evangelisti, persone in trance, tribù africane e riti religiosi di stampo orientale e che Byrne avrebbe poi combinato nell’unica figura del protagonista e quindi nelle sue movenze. A proposito del video, realizzato a bassissimo budget, la stessa Basil dichiarò in seguito:

David in pratica si coreografò da solo. Ho posizionato la macchina da presa e l’ho messo davanti a essa, chiedendogli di assorbire tutte le sue idee. Quindi, ho lasciato la stanza così che potesse rimanere da solo. Quando sono tornata ho guardato il video e abbiamo scelto le parti che più si addicevano alla musica. L’ho solo aiutato con lo stile delle sue movenze. Cercammo di renderlo il meno tecnologico possibile, ma abbastanza da poter essere trasmesso.

Il videoclip fu un successo ed entrò prepotentemente nell’immaginario collettivo sia in riferimento alla band che in generale agli anni Ottanta. Nel 1996 ne venne realizzata una sorta di remake da nientemeno che dai Muppet, con Kermit la Rana nei panni di Byrne (con l’abito utilizzato nel film-concerto Stop Making Sense, diretto da Jonathan Demme nel 1984).

Per i precedenti episodi della rubrica dedicata ai videoclip storici, vi rimandiamo a U2 (Numb), Lucio BattistiNew OrderPILNirvanaBlurJoy DivisionU2 (One)ColdplayThe CureNick Cave and the Bad SeedsRadioheadDepeche ModeDandy WarholsPublic Enemy e Fatboy Slim.

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