Migliori album 2019. La classifica di Elena Raugei

Nick Cave e These New Puritans ma anche Kim Gordon e dTHEd e tanto altro, non manca la ricerca e la varietà d'ascolti nella classifica di Elena Raugei

Non so quanto quest’anno influirà sul decennio a cui appartiene, in termini di rilevanza, ma le uscite meritevoli e le sorprese interessanti non sono mancate, com’è inevitabile in un’era in cui l’iperproduzione genera confusione ma stimola la ricerca e assicura varietà.  Al primo posto, Nick Cave trascende qualsiasi categoria con il terzo capolavoro della trilogia che ha segnato i suoi anni 10 con i Bad Seeds: Ghosteen fa seguito alle luminescenze di Push The Sky Away e alla cupezza di Skeleton Tree con un arcobaleno di sintetizzatori e loop che celebra l’accettazione della morte, oppure il raggiungimento di un’“altra dimensione”. Amore, poi, per la darkness rosso vermiglio di Inside The Rose, che ha segnato il ritorno in grande stile dei These New Puritans, irresistibilmente decadenti tra wave, art pop, avanguardia e musica da camera. La stessa enfasi virata al nero la si può ritrovare  in All Mirrors di Angel Olsen, la sua prova più ambiziosa e compiuta a oggi, oppure nell’esordio da solista di JungstötterLove Is, affascinante nel dosare romanticismo e tensione.

Altro vero e proprio esordio da solista, incredibile ma vero, è quello di Kim Gordon con No Home Record, uno schiaffo in faccia di autentica Gioventù Sonica, quella sempre tesa verso la sperimentazione, che frulla con estrema freschezza no wave, avant pop, elettronica, industrial, noise e tendenze metropolitane. Si parla sempre di forma-canzone “altra”, stavolta in ottica alt-R&B, con un altro esordio da solista, ancora un altro, ovvero quello di Caroline Polachek con Pang, il primo album con il suo nome stampato sopra dopo l’avventura nei Chairlift, pubblicato a basso profilo ma semplicemente, a mio avviso, il più “alto” disco avant-pop dei dodici mesi quasi alle spalle (mesi in cui il pop non è andato affatto male, senza bisogno di esagerare in entusiasmi a facile presa, da una Billie Eilish quantomeno promettente a una Lana Del Rey di sostanza, una FKA twigs meno innovativa rispetto ai giorni di LP1 eppure elegantissima nel confermare quanto sia significativa artista totale, per concludere con la sottovalutata Chrysta Bell). Forma-canzone “altra” garantita a ruota da Camilla Sparksss (progetto-costola dei Peter Kernel), grazie al synthpop schizzato e schizza-idee di Brutal.

Spostandosi verso scenari “rock”, i Tool di Fear Inoculum sono stati i più attesi e sono risultati i più granitici, monolitici, epici, tanto su album quanto – in linea con il passato – dal vivo: la variabile temporale non esiste nella loro articolata distopia heavy. Si aggiungono nomi meno canonizzati come Teeth Of The SeaGirl Band e i debuttanti black midi, i primi legati  a Rocket Recordings e gli altri due a Rough Trade, per una girandola di post-rock elettronico free jazzato in chiave aliena, post-punk paranoico e rumoroso math rock dall’immaginario sci-fi: WraithThe Talkies e Schlagenheim sono assolutamente da ascoltare se si prediligono le rotte meno prevedibili e rassicuranti. Come lo sarebbe, volendo aggiungere ulteriore carne al fuoco, A Picture Of Good Health dei noise-punker Life. Altri mondi da visitare, cambiando completamente genere, sono quelli psych-jazz contro l’oscurantismo dei governi a sigla The Comet Is Coming con Trust In The Lifeforce Of The Deep Mystery e le sonorità tradizionali della Turchia stravolte dal groove del collettivo olandese Altın Gün con Gece.

In Italia, in lingua italiana, la forza comunicativa, la classe, la compattezza elettrica dei Massimo Volume restano di un’altra categoria e Il Nuotatore si è spinto molto al largo anche in sede live. Altri titoli contrassegnati da un songwriting a suo modo senza sconti né mezze misure sono Coma di Dino Fumaretto ed È un momento difficile, tesoro di Nada. Discorso a parte per le splendide rotte strumentali della sassofonista Laura Agnusdei con Laurisilva – di ritorno nel 2019 anche assieme ai Julie’s Haircut di In The Silence Electric – e del synthman Alessandro Cortini con VOLUME MASSIMO. Applausi per  la neurodiversità biomeccanica dei dTHEd, al primo album con Hyperbeatz vol.1, e per il trip hop filo-gotico di Gold Mass, pure lei al primo album con quel Transitions prodotto da Paul Savage.  Così come per la virtuosa fantasia dell’assurdo degli OoopopoiooO (il genio di Vincenzo Vasi e il genio di Valeria Sturba, per servirvi, ai theremin in Elettromagnetismo e libertà). Posso infine citare l’elettronica di Caterina Barbieri, minimale e reiterativa, e di Marco Passarani, su pista techno-disco.

Fuori classifica ma da segnalare, gli ultimi lavori di Boy Harsher e Chromatics, per gli appassionati delle ombre post-Eighties. E ancora, come certezze, quelli di Blanck Mass e Flying Lotus, Chelsea Wolfe e Iggy Pop, Cosey Fanni Tutti e Fire! Orchestra. Come rivelazioni, quelli di Spelling, K Á R Y Y N e Giant Swan. Sandy (Alex G), invece, è una rivelazione ormai ben acquista: peccato per chi non se ne è accorto. Delusioni? James Blake e Thom Yorke, a mio avviso abbastanza fiacchi. Meglio Kazu in pausa dai Blonde Redhead, che al primo passo in proprio si confronta con Ryuichi Sakamoto. Sul versante elettrico, passo indietro per i Priests. Sul fronte delle band del cuore, le Sleater-Kinney guidate da St. Vincent e abbandonate da Janet Weiss si trasformano con gran mestiere ma si scordano di accendere la miccia, mentre i Pixies – in media, elogiati – proseguono soltanto con maggior dignità l’evitabile seconda fase di una carriera orfana di Kim Deal.

Se Beth Gibbons con la Polish National Radio Symphony Orchestra diretta da Krzysztof Penderecki, potentissima nella sua dolente interpretazione della Symphony No. 3 di Górecki, fa storia a parte,  chiudo volentieri con le colonne sonore: Trent Reznor & Atticus Ross, tanto per cambiare, la fanno da mattatori con Bird Box e i tre volumi di Watchmen, ma si fanno ricordare anche Ben Frost con i due capitoli relativi a Dark e Mica Levi con Monos. Senza dimenticare la PJ Harvey di All About Eve e il Teho Teardo di Grief Is The Thing With Feathers. Dovendo scegliere un singolo: I’m The Man di Jehnny Beth, dalla soundtrack di Peaky Blinders. Buon 2020.

  1. Nick Cave & The Bad Seeds – Ghosteen
  2. These New Puritans – Inside The Rose
  3. Massimo Volume – Il Nuotatore
  4. Caroline Polachek – Pang
  5. Kim Gordon – No Home Record
  6. Tool – Fear Inoculum
  7. Laura Agnusdei – Laurisilva
  8. Alessandro Cortini – VOLUME MASSIMO
  9. dTHEd – hyperbeatz vol. 1
  10. Gold Mass – Transitions
  11. Angel Olsen – All Mirrors
  12. Jungstötter – Love Is
  13. Teeth Of The Sea – Wraith
  14. Girl Band – The Talkies
  15. black midi – Schlagenheim
  16. Beth Gibbons & Polish National Radio Symphony Orchestra – Henryk Górecki: Symphony No. 3 (Symphony of Sorrowful Songs)
  17. The Comet Is Coming – Trust In The Lifeforce Of The Deep Mystery
  18. Altın Gün – Gece
  19. Camilla Sparksss – Brutal
  20. OoopopoiooO – Elettromagnetismo e libertà
Tracklist