Migliori album 2017. La classifica di Beatrice Pagni

Migliori album 2017. La classifica di Beatrice Pagni

Che sia tutto ok nel mio mondo me lo domando da un bel po’ soprattutto da quando ho deciso che il mio 2017 musicale venisse segnato dal disco di un ragazzino totalmente sconosciuto di Haslemere, cittadina commerciale del Surrey. In un anno di attesi ritorni – talvolta disattesi – ma privo di nomi giganti come era accaduto nel 2016 con le vette, poi rivelatesi ancor più dolenti, di Bowie, Cohen e Cave, ho deciso di affidare a un adolescente dall’improbabile taglio di capelli e nessuna esperienza artistica un anno di uscite discografiche. Il mio re si chiama George van den Broek, ha diciotto anni, il volto slavato e suona una bellissima Vox Mark III carta da zucchero come se fosse l’unica cosa in grado di renderlo felice. Yellow Days, questo il nome dietro cui si cela, con il suo strabiliante debutto Is Everything Ok In Your World?, è riuscito a smuovere così tanto con così poco che l’azzardo di renderlo vincitore mi è parsa la reazione più naturale di fronte ai grandi nomi che si parlano addosso e ai giganti sempre meno tali; è arrivato il momento di dare spazio a chi lo spazio se lo sta prendendo con la sola forza della musica, senza campagne promozionali che strizzano l’occhio alle sfilate di moda, senza videoclip firmati da nomi del cinema. Il mio disco dell’anno è la domanda da rivolgere e rivolgersi, soprattutto quando si tende a sacrificare l’aspetto artigianale di un disco, in nome di una giustizia che parla di tecnica e produzione.

Ma se l’esordio di Yellow Days è passato quasi in sordina, lo stesso non si può dire dei tanti bei dischi che hanno costellato un 2017 tanto eterogeneo quanto votato al nuovo. Madre generosa resta l’Inghilterra che continua negli anni a sfornare talenti genuini e soprattutto giovanissimi: King Krule, già nome di punta della scena indipendente, se ne è tornato con un mastodontico LP The OOZ, acclamato all’unanimità da pubblico e critica. La stessa monarchia che ha dato vita al terzo capitolo musicale del duo londinese Mount Kimbie, oggi più che mai lontano dalla dimensione producer in studio e pronto al live. O ancora Semper Femina, il manifesto femminista firmato da Laura Marling, solo 27 anni e un disco pregno di maturità compositiva e artistica.

Guardando per un attimo a casa nostra, un focus interessante meritano le uscite italiane soprattutto in zona giovane cantautorato, da quello più battistiano di Giorgio Poi che con il brillante Fa Niente ha scritto un piccolo fragilissimo film di riti quotidiani e amori possibili, a quello votato alla leggerezza calviniana del debutto di Colombre. Italiani che cantano in inglese non mancano: su tutti i pratesi Solki, che in nome del dream-punk regalano una cacofonia stroboscopica con il loro Peacock Eyes, figlio di uno strepitante shoegaze oscuro e drammatico con le chitarre tese verso l’infinito. Fresco e persuasivamente pop anche l’esotismo barbiturico dei Cairobi, orgoglio semi-italiano visti i due componenti romani, uno dei quali è il già citato Giorgio Po(t)i.

Lasciando il belpaese si passa poi al ritorno dei meravigliosi Heliocentrics, ensemble erede delle dinamiche jazz/etno/cosmiche/afro/dub visionarie che furono dell’Arkestra di “sua entità” Sun Ra, fino al mastro sassofonista circolare Colin Stetson, inarrivabile mago nell’evocare flussi sonori, qualcosa di straniante sebbene familiare. Ed è tornato pure l’electro-hipnagogico John Maus, impadronitosi di un oscuro synthpop; il suo Screen Memories si appiccica all’orecchio, fra allusioni sci-fi e dark-wave eighties. Di ritorni importanti si parla anche per la sofisticatissima Larkin Grimm e lo spirito free jazz che aleggia nel suo ultimo disco, immolato al fantasma di Ornette Coleman. Sulle assenze e i fantasmi, capitolo a parte merita il dolorosissimo disco di Phil Elverum aka Mount Eerie che con A Crow Looked At Me, composto dopo la morte della moglie, va a farsi spazio fra quei capitoli musicali necessari all’elaborazione di un lutto. Dopo un processo portato avanti già da Sufjan Stevens, Nick Cave e Sun Kil Moon, la morte è esposta in tutti i suoi microscopici dettagli. Un disco faticoso nella sua crudele sincerità, fatto da un uomo per l’uomo, alle prese con quel che resta, con la memoria e la forza da trovare per continuare a vivere.

Dalla vita domestica a quella politica. Il primo anno di presidenza trumpiana non poteva che farsi sentire anche in musica: si spazia così dal sound rabbioso di una talentuosa Nadine Shah che con Holiday Destination parla di crisi dei rifugiati e di “fascisti nella Casa Bianca” con una frenetica audacia compositiva, all’esegesi amaramente ironica di un Father John Misty che con una dantesca Pure Comedy si riconferma uno dei migliori songwriter della sua generazione. Piacevolissimo il racconto del menestrello gallese H. Hawkline alle prese con un cantautorato intimo ma ricco di esplorazioni orchestrali, ipnotica e seducente invece la fotografia scattata da Sevdaliza col suo ISON, una gustosa rivelazione fra electro-pop futurista e malinconia portisheadiana. E se l’ottimo ken ribadisce tutto l’eloquio vellutato e misurato di Destroyer, un briciolo di umana delusione ci coglie di fronte all’opera maestosa dei Fleet Foxes, che con Crack-up a mio avviso avrebbero dovuto mettere completamente a fuoco il proprio percorso. Rimane un disco di una forza incredibile, di una potenza cinematografica pazzesca. Non delude mai invece quel clown laureato di Mac DeMarco, che con This Old Dog torna a gigioneggiare come solo lui da fare: melodie infettive, ritornelli fatti di intelligenza e bellezza lavativa, per un disco profumato di calore umano e bicchieri solitari di scotch.

Ma tornando al dovere della classifica, incoronare il debutto firmato da Yellow Days significa anche dare a quel traballante funky modern soul una legittimazione che sicuramente non spetta a me conferire, ma che spero raggiunga presto un suo pubblico e riceva nel contempo il plauso dalla critica. The only thing that is not transitory in man is his own soul, c’è un’anima autentica dentro l’album nu-soul dell’anno, piena di brio sicuro e movimenti lenti, e con un feeling jazz raro da vedere indossare a un diciottenne. Yellow Days sta creando un sound che suona molto più maturo dei suoi diciotto anni: ipnotizza e smuove come nessun altro in questi dodici mesi è riuscito a fare. E per stavolta nessuno diventa Uno. E sarà un disco disordinato, colorato, senza tempo ma nostalgico delle notti che sono passate e delle albe che mi sono persa dormendo.

1. Yellow Days – Is Everything Ok In Your World?
2. Colin Stetson – All This I Do For Glory
3. Nadine Shah – Holiday Destination
4. King Krule – The OOZ
5. John Maus – Screen Memories
6. The Heliocentrics – A World Of Masks
7. Cairobi – Cairobi
8. Laura Marling – Semper Femina
9. Father John Misty – Pure Comedy
10. Larkin Grimm – Chasing An Illusion
11. Giorgio Poi – Fa Niente
12. Sevdaliza – ISON
13. Solki – Peacock Eyes
14. Mount Eerie – A Crow Looked at Me
15. Mount Kimbie – Love What Survives
16. Mac demarco – This Old Dog
17. H.Hawkline – I Romanticize
18. Colombre – Pulviscolo
19. Fleet Foxes – Crack-up
20. Destroyer – ken

Per quanto concerne le classifiche personali dei collaboratori di SA finora pubblicate, trovate quelle di Tommaso Bonaiuti, Riccardo ZagagliaFernando Rennis, Elena Raugei, Luca Roncoroni, Stefano Solventi, Federico Sardo e Beatrice Pagni. Tra quelle delle testate nazionali e internazionali invece: Rumore (con i commenti del direttore Rossano Lo Mele), WIRE, Stereogum, Rough TradeNME, Rolling Stone, Bleep.com, Consequence of Sound, Quietus e Pitchfork (videoclip).

Tracklist