Ana Roxanne by Rich Lomibao.

Migliori album 2020. Classifica e considerazioni di Giuseppe Zevolli

Ambient e "caos organizzato": un anno alla ricerca di rilassamento e catarsi

Travolto dal vortice di Zoom e dai fusi orari di un’ottantina di studenti ormai troppo demotivati per mostrarsi in webcam, non sono esattamente sicuro di dove siano andati a finire gli ultimi sei mesi. Ciononostante, quando su queste pagine tentavo di riassumere i miei ascolti dei primi sei mesi dell’anno, già mi accorgevo di una predilezione per nuove uscite dal sound distensivo ed espansivo che ha continuato a caratterizzare il resto del mio 2020 in musica. Nei 30 dischi in lista qui sotto, e nei 100 della lista completa, c’è un po’ di tutto: dai rave immaginari di una Charli XCX in lockdown a Los Angeles (how i’m feeling now) alle tortuose memorie di un idealizzato spirito indie d’altri tempi del Phil Elverum di Microphones in 2020; dai “pasticciati” tributi alla deconstructed club degli anni Dieci di Arca (@@@@@) e Kamixlo (Cicatriz) alla folgorante esattezza avant-rock del monumentale The Common Task degli Horse Lords. Eppure sono state le uscite ambient a fare da collante tra un ascolto e l’altro, trasformando il cliché del genere come “musica da rilassamento” in una vera e propria arma di sopravvivenza.

Che lo scenario post-Covid abbia portato a una riscoperta (o è meglio parlare d’incremento d’uso?) di un genere votato a calmare i nervi e facilitare l’astrazione non è solo una teoria dei critici, ma anche un dato comprovato dalle statistiche (il report di Chartmetric dello scorso aprile), a ennesima conferma di vecchie ipotesi sulla funzione della musica come “tecnologia del sé”. E così, per quanto mi riguarda, ad ogni DJ set su Zoom mancato è corrisposta una solitaria maratona su YouTube, dove, oltre ad arrendermi all’algoritmo alla scoperta dell’environmental music giapponese degli anni Ottanta, mi sono ricongiunto con il mio quindicenne interiore, rispolverando le tracce ambient di Nobuo Uematsu nella saga Final Fantasy (ecco dov’era andato a finire il mio settembre). Nonostante uno dei più grandi luoghi comuni sul genere, in parte dovuto allo sloganeering di Brian Eno negli anni Settanta, è che l’ambient sia essenzialmente musica da sottofondo, gli artisti che più mi hanno colpito quest’anno nel settore han saputo forgiare album tanto astratti e immersivi quanto allusivi e imprevedibili.

In the hum of your veiled voice, le dense texture dei brani di Jake Muir (lui stesso un fan di Uematsu) accompagnano una serie di individui in giro per Berlino alla ricerca di un’herzogiana “ecstatic truth“. In 1819 Smagghe & Cross trascendono il concetto di colonna sonora, trasformando i propri brani in rifiniti cortometraggi dal piglio esistenzialista. In Vivenne Laila Sakini “bistratta” piano e voce alla maniera di Grouper, tracciando i contorni di una benevola, ma intossicante seduta spiritica; in The Flash dj lostboi (side-project della protetta di Julianna Barwick Malibu) e Torus tentano di proiettare sul genere una sensibilità emo, mentre nell’intrigante Hotel Nota, Roméo Poirier flirta con dub e field recordings quanto basta per movimentare un immaginario balneare che sembra popolarsi di personaggi nuovi ad ogni ascolto (nella stessa vena, ma arrivando a soluzioni più tragicomiche, anche l’ottimo leaving everything to be desired di pinkcourtesyphone AKA Richard Chartier).

Se è vero che i dischi di buona ambient quest’anno non sono mancati, dunque, (qui sopra una playlist ad hoc cui mancano alcuni brani presenti solo su Bandcamp), è anche vero che il 2020 ha segnato, più nello specifico, la consacrazione di un maestro del genere e quella di una nuova leva: laddove il veterano William Basinksi in Lamentations continua a scolpire i propri tape loops, intrappolando persino il pathos della musica d’opera nel suo universo in perenne disintegrazione, la giovanissima Ana Roxanne in Because Of A Flower punta a un’assoluta chiarezza nel suono e nei suoi riferimenti intertestuali, unendo cinematici sample, arie d’opera, e spoken word motivazionali nella sua idiosincratica idea di “new age”. Assieme all’incantevole, bucolico pop da lockdown in giardino di Blue Hills di Jonnine, i brani di Roxanne hanno musicato i picchi di grazia del mio 2020.

Che la ricerca di rilassatezza e “astrazione dal sé” nascondano qualche tormento interiore si può ben dire un truismo, più che un cliché. Agli antipodi dalle distensioni dell’ambient, alcune delle uscite più caotiche del 2020 hanno saputo offrire i necessari momenti di catarsi. Oltre alle imprendibili ritmiche di alcune tra le più disorientanti uscite in ambito hip-hop (One Year dei Model Home, Alfredo di Freddie Gibbs & The Alchemist, UNLOCKED di Denzel Curry e Kenny Beats), RnB (Forever, Ya Girl di KeiyaA e NEVAEH di MHYSA), elettronico ed elettroacustico (Harj-o di Sockethead, l’eccellente Snoopy del duo australiano CS+Kreme; il debutto del progetto Metal Preyers), non sono mancati esperimenti di “caos organizzato”. In Fountain, Lyra Pramuk usa la sua voce come punto di partenza per dipingere travolgenti vortici emotivi a metà strada tra elettronica e musica folk. In Heaven To A Tortured Mind il buon Yves Tumor continua a confondere gli animi offrendo una serie di tumultuosi brani obliquamente glam-rock, mentre il suo epigono LA Timpa in Modern Antics In A Deserted Place arriva quasi a superare i primi lavori del maestro, oscillando tra melliflua elettronica e macabro cantautorato (il brano Wicked sembra strappato allo Smog di Wild Love) alla ricerca di una psichedelica poiesis. Eartheater, dal canto suo, impiega la nauseabonda, cacofonica elettronica per cui era nota ai più (il suo IRISIRI del 2018) come collante tra i suoi brani più angelici di sempre in Phoenix: Flames Are Dew Upon My Skin, un disco che in un colpo solo tenta di resuscitare il freak folk e l’incontro tra spigolosa elettronica e pop orchestrale in Homogenic di Björk.

E parlando di baccano, Fetch The Bolt Cutters di Fiona Apple ha continuato e continuerà a dividere le opinioni e, come ipotizzavo su SA a giugno, a nutrire lo scetticismo di chi guarda con sospetto a una rampante cultura del consenso nell’ambito della critica musicale. Con molta probabilità Fiona si dileguerà per i prossimi otto anni, come suo solito, per poi riapparire dal nulla con la consueta certezza che il mondo si sia nel frattempo dimenticato di lei. Difficile pensare, tuttavia, che ci dimenticheremo degli avventurosi testi del disco (non contando le comiche arguzie di Megan Thee Stallion, «I spread like strawberries, I climb like peas and beans», rimane il mio verso preferito dell’anno), degli snervanti poliritmi e delle esuberanti interpretazioni vocali di FTBC, letterale espressione di una smania di uscire e reinventarsi provata dall’artista ben prima della pandemia ma che, arrivati a fine 2020, inizio finalmente a percepire più come un buon proposito che una condizione esistenziale.

Top 30 album

  1. Fiona Apple – Fetch The Bolt Cutters
  2. Lyra Pramuk – Fountain
  3. Eartheater – Phoenix: Flames Are Dew Upon My Skin
  4. CS + Kreme– Snoopy
  5. Freddie Gibbs & The Alchemist – Alfredo 
  6. Smagghe & Cross – 1819 
  7. Laila Sakini – Vivienne 
  8. Nazar – Guerrilla 
  9. Yves Tumor – Heaven To A Tortured Mind
  10. Arca – @@@@@
  11. Run The Jewels – RTJ4
  12. Maria Minerva – Soft Power
  13. LA Timpa – Modern Antics in A Deserted Place 
  14. Bill Fay – Countless Branches 
  15. Mosquitoes – Minus Objects 
  16. Jonnine – Blue Hills
  17. Jasmine Infiniti – BXTCH SLÄP 
  18. DJ LostboiTorus – The Flash
  19. Cucina Povera – Tyyni 
  20. Ana Roxanne Because Of A Flower 
  21. Model Home – One Year 
  22. William Basinski – Lamentations
  23. Horse Lords – The Common Task
  24. Kate NV – Room for The Moon
  25. MHYSA – NEVAEH
  26. Roly Porter – Kistvaen
  27. Metal Preyers – Metal Preyers
  28. Sockethead – Harj-o-Marj 
  29. Roméo Poirier Hotel Nota 
  30. KeiyaA – Forever, Ya Girl

Top 100

Tracklist