Weekend discografico. Tra i dischi in streaming Foals, William Basinski, Dido, Giorgio Poi, Gesaffelstein e altri

Quest’anno, discograficamente parlando, è iniziato bene, e senza dilungarci qui in riassunti delle puntate precedenti (come abbiamo già fatto in passato) vi rimandiamo ai precedenti editoriali per una mappa di ascolti e recensioni. Attualmente abbiamo quelli del 1 marzo, 22 febbraio, 15 febbraio, 8 febbraio, 18 gennaio, 25 gennaio e 1 febbraio.

8 marzo. Giornata della donna, ed escono Dido, Amanda Palmer, SasamiStella Donnelly, gli I Was King di Anne Lise Frøkedal e non ultima Kate Bush con la raccolta di b-side, in questo che sembra un weekend generalmente polarizzato sull’indie (qualsiasi cosa questa parola indichi nel 2019). Dido torna – sempre in collaborazione con il fratello Rollo dei Faithless – con la cifra stilistica che conosciamo anche troppo bene, con la differenza che dai tempi di Thank You e Stan di acqua sotto i ponti ne è passata, anzi per la precisione di anni ne son passati 20. Lei comunque continua per la sua strada, con il suo pallido pop riscaldato a pavimento, affogato di melanconia brit e con testi che – ancora una volta – raccontano della difficoltà della vita di single 40enni, di coppie e famiglie in crisi a suon di «missing you», «I found the way to let you go», «you can rip my heart out», «I wanna wake up with your weight by my side», ecc.

Differente e più avvincente il disco di Amanda Palmer, There Will Be No Intermission, che si pone non solo come quello di una maturità personale pienamente raggiunta, ma anche come un autorevole manifesto tutto al femminile. Nel suo caso, la data d’uscita è puramente voluta: questo è un disco che alle donne sa parlare al plurale, che governa con prosa autorevole e ispirata una molteplicità di temi forti come aborti voluti e spontanei, malattie e morte, fino a cataclismi ambientali, drammi sociali, i lati più reconditi e oscuri della maternità e altro ancora. I brani, contrappuntati da note al piano e occasionale teatralità, formano un sommesso quanto potente viaggio della durata di quasi un’ora e venti, con la produzione attenta e curata di John Congleton e gli arrangiamenti di Jherek Bischoff.

Dicevamo poi di SasamiStella Donnelly e I Was King. Le loro proposte si collocano su un piano totalmente indie – tra spezie dream, DIY, pop, folk e shoegaze – senz’altro derivativo, eppure ugualmente interessante. Spicca la prima, la losangelina Sasami Ashworth, che con il debut album e una serie di videoclip DIY colpisce per candore, urgenza e inventiva. Non da meno è Beware of the Dogs della Donnelly, che si regge bene sulla sua voce soave accompagnata da leggiadro guitar pop, e neppure le storie di vita di provincia raccontate dalla Frøkedal in Slow Century dispiacciono. Fuori lista ma assolutamente centrale è The Other Sides, la raccolta di b-side e rarità di Kate Bush di cui vi abbiamo già fatto vedere (e ascoltare) un paio di inediti videoclip d’antan.


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Andando a indagare più in generale tra le uscite del weekend, il disco più importante che abbiamo da segnalarvi è senz’altro quello dei Foals. Everything Not Saved Will Be Lost – Part 1 per Fernando Rennis è uno dei dischi dell’anno. A produrlo c’è una formazione in stato di grazia, ambiziosa e abile nel saper declinare il suo pop crepuscolare su sorprendenti virate afro ed elettroniche. Vi lasciamo alla recensione per approfondire gli argomenti sul disco, anche perché le uscite importanti non finisco qui: i Meat Puppets sono tornati in formazione originale (ovvero Curt Kirkwood alla chitarra/voce, suo fratello al basso e il rientrato Derrick Bostrom alla batteria) per pubblicare l’atteso Dusty Notes, del quale ci dirà invece Tommaso Iannini. Ricordiamo che con il loro mix di country, psych, surf e pop, il trio è da sempre considerato l’antesignano di tutto il movimento alternative rock statunitense d’inizio 90s. Hai detto poco. Notoriamente i fratelli Kirkwood sono stati invitati nel 1993 dai Nirvana – grandi fan della band – all’interno del loro indimenticato Unplugged In New York.

Apriamo una piccola parentesi per la serie “standard americani”, con le polverose blue note sporcate di soul dei Nick Waterhouse dell’omonimo Nick Waterhouse e su quelle declinate country di Gathered, nuovo capitolo dei Future Standards di Howe Gelb, mentre su un cantautorato indietronico sporcato di saudade abbiamo This Is How You Smile, con un Helado Negro che sembra da queste parti più che mai un degno erede di Arto Lindsay.

Spostandoci sull’Italia, sorvolando sul ritorno del Liga con Start, ci sono i certosini field recording di Ricordo quasi tutto firmato da Adriano Zanni, la prima uscita autografa dell’immarcescibile eroe avant Bruno Dorella con quello che lui stesso ha chiamato un «disco/vascello», ovvero Concerto per chitarra solitaria (dove un viaggio in acque placide diventa naufragio). Recensione di Stefano Pifferi. Atteso era anche Smog, il secondo album di un Giorgio Poi sempre all’insegna di un Battisti-Mogol sound aggiornato itpop. Della recensione si è occupato Davide Cantire, che lo descrive come un Fa niente – atto II (in attesa del vero salto). Altra uscita interessante è Garagara Yagi, la prova de Le Capre a Sonagli, band bergamasca che porta avanti uno stoner rock sui generis, il necronaif.

Virando su produzioni elettroniche troviamo lo strombazzato lavoro di Gesaffelstein. Il suo Hyperion, di cui ci dirà Luigi Lupo, è un disco fatto innanzitutto di grosse collaborazioni (The Weeknd, Pharrell Williams, Haim, The Hacker, Bronwyn Griffin) con le quali il producer francese intende confezionare un’elettronica d’impatto con più punti di contatto con la scena r’n’b e Hip Hop americana. Del resto lui è uno dei mille producer lanciati da Kanye West nel suo Yeezus. E tutto torna. Interessante forse più sulla carta che nel risultato finale On Time Out of Time di William Basinski. In pratica il disco si propone di sondare il suono di una stella. Come restituirne l’essenza a livello sonoro? Una possibile risposta ce la fornisce Massimo Padalino – recensione nella pagina dedicata – un suono in espansione (in)finita, che si arrotola su se stesso e si dipana nel silenzio, scandito da rade pulsazioni minimal e da ancor più radi scampoli o bagliori di melodia.

Assolutamente ostico ma non meno fondamentale per comprendere gli interessanti innesti tra le musiche cosiddette post-coloniali e l’elettronica tanto di concetto quanto di tradizione brit&bass è Uingizaji Hewa del producer ugandese Duke, nuovo protagonista di una generazione nata e cresciuta in (o emigrata da) quelle nazioni del Terzo Mondo spesso soggette a tremende e sanguinose storie di colonizzazione e incessanti lotte tra sana indipendenza e nazionalismi tossici. Del disco s’è occupato Nicolò Arpinati, che ne parla come di un’uscita che «rischia di essere una delle uscite più futuribili ed influenti di questo 2019 elettronico». Volendo ancor più estremo è Dhil-un Taht Shajarat Al-Zaqum, l’album di debutto del misterioso producer arabo Msylma, di stanza a La Mecca, già presente in Terminal di Zuli, sempre pubblicato dalla label di Rabit Halcyon Veil.

Non ultimo, abbiamo dalla Hotflush di Scuba Sunset Service di Tim Van de Meutter in arte Locked Groove, un debut che prende ispirazione dalla mitica scena elettronica belga (ma non aspettatevi hoover sound a tutto spiano), incorporando pertanto elementi EBM, new beat, trance, rave e techno. Ultimissima: se vi ricordate degli Old Time Relijun, è uscito su K Records l’album See Now and Know.

8 Marzo 2019 di Edoardo Bridda
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