Twenty for ’94. I 20 migliori album del 1994

Venti dischi per un ventennale. Il 1994 ha rappresentato un anno chiave in quel decennio fondamentale nello snodo musicale tra mainstream e underground. L’apertura del primo nei confronti del secondo – sì, c’entra Nevermind e l’esplosione del grunge –, accolto dagli A&R di mezzo mondo come un grasso pollo da spennare, si tramutò da subito in una sorta di inconsapevole cavallo di Troia pronto a far compiere il primo passo verso il baratro del non-ritorno all’industria musicale.

Innegabile, però, che ci siano stati dei vantaggi in questa dinamica di “accoglienza” nei canali di diffusione standard delle numerose tendenze dell’underground. In primis, la possibilità di far circolare artisti e dischi in maniera capillare e worldwide a fronte di una inevitabile chiusura nei circuiti di genere; cosa che nel mondo pre-internet non era così scontata. In secondo luogo, l’esplosione di una serie di fenomeni discografici che rendevano evidente il fatto che il livello medio degli album fosse cresciuto a dismisura, specie per questioni quantitative e non solo qualitative. Allargando la platea di potenziali gruppi e dischi, aumentava di conseguenza anche il numero di ottimi lavori.

Così, guardandoci indietro – proprio come facemmo per il decennio intero col Back To The 90s pubblicato un paio di mesi addietro – eccoci di nuovo a “giocare” con quello che è un listone, più che una classifica, ma pur sempre arbitrario e sindacabilissimo, dei 20 migliori dischi usciti nel 1994. Scelta ardua, dato che quell’anno fu particolarmente prolifico su vari versanti, tra conferme più o meno piacevoli ed esordi indubbiamente da ricordare, anch’essi nel bene o nel male. Nella prima categoria da ricordare Il Communication dei Beastie Boys, il morbido Experimental Jet Set… dei Sonic Youth, il fondamentale Let Love In di Nick Cave, Toward the Within dei Dead Can Dance, Selfless dei Godflesh, Far Beyond Driven dei Pantera, l’epitaffio Sky Valley dei Kyuss, il fiacco Betty degli Helmet, I Could Live in Hope dei Low, Under the Pink di Tori Amos, No Need to Argue dei Cranberries, Same as It Ever Was degli House Of Pain, Brutal Youth di Elvis Costello, la doppietta ISDN / Lifeforms dei Future Sound of London, i Manic Street Preachers di The Holy Bible, Lisa Germano di Geek The Girl, Loved dei Cranes, il pesantissimo Sleeps with Angels di Neil Young & the Crazy Horse, American Recordings di Johnny Cash, etc… mentre nella seconda come non inserire il discusso Portrait of an American Family della macchietta Marilyn Manson, l’omonimo dei crossoveristi Korn e quello degli Ska-P, Burn My Eyes dei Machine Head, Blunted On Reality dei Fugees, il manifesto del black metal De Mysteriis di Mayhem, il più che buono Ruby Vroom dei Soul Coughing, Sixteen Stoone dei finti Bush, il disco blu dei Weezer, i Lambchop di I Hope You’re Sitting Down, i Sunny Day Real Estate di Diary, Ready to Die dello sfortunato Notorius BIG, Emmerdale dei Cardigans, tanto per fare dei nomi.

Nello stesso fluviale modo, anche le tendenze cominciavano a mischiarsi, facendo emergere sul versante chitarristico riesumazioni plasticose e television-friendly (il punkettino più o meno annacquato di Dookie dei Green Day e Smash degli Offspring, contrapposto a quello altrettanto gioioso ma più “integro” di Punk in Drublic dei NOFX e How to Clean Everything dei Propagandhi), e traiettorie post-grunge di un certo interesse (l’Unplugged in New York dei Nirvana, Live Through This delle Hole, Jar of Flies degli Alice in Chains, Vitalogy dei Pearl Jam, Purple degli Stone Temple Pilots, Hungry for Stink delle riot grrrls L7, ecc…) che avrebbero presto cortocircuitato underground e mainstream, mostrando al secondo mondo le potenzialità commerciali e radiofoniche del primo. Non è un caso che in quell’anno videro la luce colonne sonore made in Hollywood come quelle de Il Corvo, Natural Born Killers, Pulp Fiction e Clerks. L’underground era ormai, e lo sarebbe stato sempre di più, questione da mainstream.

Insomma, il 1994, di carne al fuoco – per ogni fuoco, fosse esso crossover o alternative, radio-friendly o di ricerca – ne mise moltissima. Tocca a noi vedere ora, quali e quanti dischi hanno resistito al passare del tempo, quanti hanno segnato traiettorie ancora in auge vent’anni dopo, quanti sono stati sopravvalutati o sottovalutati con una cernita (soffertissima) da cui abbiamo scelto 20 album esposti rigorosamente in ordine alfabetico. Piccola nota a margine prima di concludere: visto che ci piace giocare non solo con la musica, ma pure con le parole, ecco che il titolo Twenty For ’94 diventa per assonanza anche “twentyfour”, dato che ai venti titoli dell’anno che abbiamo scelto per questo divertissement aggiungiamo anche una piccola sezione da bonus tracks contenente quattro album usciti in quell’anno all’interno dei confini italici, altrettanto importanti per comprendere gli sviluppi “rock” di casa nostra. (SP)

Aphex Twin – Selected Ambient Works Volume II

SAW2 è un totem osannato sia dai seguaci dell’elettronica, che dai rockers più incalliti. Non appartiene a nessun genere, svolazza sulle pianure dell’ambient, dello stupore IDM e del ricordo dell’era del rave, che proprio in quell’anno veniva abortita dal Public Order Act. L’ordinanza inglese costrinse gli organizzatori di party all’aperto a chiudere o a ridimensionare le dimensioni delle proposte, destinandole a trasformarsi in un prodotto mainstream e più blindato, e consegnando la carica rivoluzionaria delle zone temporaneamente autonome all’oblio del ricordo.

La spensieratezza di Aphex Twin viaggia su uno stadio prenatale, amniotico, puntando su sensazioni indefinite che risolvono la trance rave con un autismo di contemplazione, uno sballo postumo di rilassamento continuo. Per alcuni il disco è l’apice della carriera del musicista (peraltro non ancora conclusa), per altri è un tradimento alle sperimentazioni più acide che aveva portato avanti fino a quell’anno (e che poi avrebbe comunque portato avanti con la serie Analord).

Ascoltandolo oggi sembra che il tempo non sia passato, il disco mantiene la sua aura di classico ed esce dal tempo. Le tracce senza nome (a parte una) poi rinominate dai fan sui forum, la cura del design di copertina che impone il logo di Aphex come un marchio di fabbrica e molti altri particolari costruiscono una qualità che fa alzare l’asticella della reputazione del musicista non solo per quanto riguarda la parrocchia extra-colta, ma anche sui lidi della classica tout court. Le sensazioni di quest’album verranno riprese in seguito da molte delle correnti dell’elettronica, siano esse ambient, chill, electro, new age o anche dubstep. Indefinibile, magico, spiazzante e sempre attuale: SAW2 non stanca mai, chiede solo di essere ascoltato con l’innocenza della prima volta. Stupefacente. (MB)

Aphex Twin_Selected Ambient Works Volume II

Bark Psychosis – Hex

Per lo meno in termini di vendite, questo esordio (e insieme quasi epitaffio) targato Bark Psychosis è un disco minore. Ma è anche un disco di indubbia rilevanza, a guardarlo a venti anni di distanza. In primo luogo per il suo innegabile status di culto che ancora oggi lo rende punto di riferimento sotterraneo. In secondo luogo per essere stato indiretto responsabile – ma manco troppo, a leggere in giro le dichiarazioni dei quattro, specie in merito alla dicotomia vuoto/pieno e all’interesse per il silenzio e la sottrazione – della nascita di una definizione di genere (non di un genere musicale, si badi bene, ma di una tra le tante definizioni con le quali cataloghiamo le musiche) che è ben presto divenuta una tra le più utilizzate e storicizzate degli ultimi decenni. È infatti nella recensione di Hex apparsa nel numero di marzo ’94 di Mojo che un giovane scribacchino di nome Simon Reynolds coniò il termine “post-rock” per identificare una musica che era sì, rock, in quanto prodotta da un quartetto (grosso modo) standard, ma superava il rock per cristallizzarsi in forme sfuggenti e volatili (“using rock instrumentation for non-rock purposes”, ad esser precisi).

Le osservazioni di Reynolds erano ovviamente centrate, dato che ci si trovava di fronte ad un disco notturno e gloomy, umorale e ondivago, evanescente e urbano, sfuggente e sfumato; concentrato sulla rarefazione piuttosto che sull’aggregazione di suoni, ma al contempo in grado di costruire visionarie microsuite (manco tanto, a giudicare dal minutaggio: sette tracce per più di 50 minuti) del calibro di The Loom, Absent Friend o della splendida chiosa pastorale di Pendulum Man.

Sfortunatamente, Hex fu insieme capolavoro e canto del cigno, raggrumando in sé un destino beffardo simile a pochi altri lavori in tutta la storia del rock. (SP)

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Beck – Mellow Gold

Con un singolo intitolato Loser (già pubblicato off-album, con poca convinzione e in poche copie viniliche, nel marzo 1993), introdotto da un riff di chitarra slide (mandato in loop), con dentro un inserto di sitar e una batteria breakbeat ante litteram (campionata da un brano di ruvido, paludoso southern rock), il tutto guidato da un rapping svagato e da lyrics non-sense (ma con un inciso corale che recita cristallino “Soy un perdedor / I’m a loser baby / so why don’t you kill me?”), Beck Hansen non poteva finire che con l’essere identificato, a partire da questo suo primo album per una major (una costola della Geffen), come una delle figure più emblematiche della popular music degli anni Novanta. Gli elementi chiave dell’epoca, quando ancora – per poco: c’era già stato il 1991 – l’indie era un’alternativa al mainstream, ci sono tutti: lo scazzo slacker (ma a Beck l’associazione con la Generazione X non è mai piaciuta), l’alt-folk (Out of Range di Ani DiFranco esce qualche mese dopo), le suggestioni esotico-psichedeliche (sintetizzate qualche anno dopo dai Cornershop con la complicità di Fatboy Slim), la metabolizzazione bianca dell’estetica hip hop (l’hardcore newyorkese aveva già partorito i Beastie Boys di Rick Rubin), la patina lo-fi (l’esperienza dei Pussy Galore di Jon Spencer era terminata nel 1990), ma anche la – ubiqua – lezione arty/cantautorale dei Velvet Underground. Beck continuerà a definire il suono dei Novanta con Odelay (1996) e Mutations (1998), proiettandosi poi, sempre all’insegna del sincretismo, nei Duemila (Midnite Vultures, 1999), decennio che ha in qualche modo preparato, ma non dominato. (GM)

beck - mellow gold

Blur – Parklife

Pochi dischi hanno saputo raccontare uno spaccato dell’Inghilterra come Parklife. Assimilati i postumi dalla sbronza post Stone Roses di Leisure e dopo il più convincente Modern Life Is Rubbish, che iniziava pian piano a farci capire con chi avevamo a che fare, i Blur bevono l’elisir di lunga vita con la terza carta. Un ritratto a volte autentico e a volte caricaturale di Londra, tinteggiato con il pennello ironico e corrosivo di Damon Albarn, (che infatti cita come ispirazione il romanzo London Fields di Amis): sedici trame che dipingono gli usi e i costumi della middle class britannica, tramite l’utilizzo di personaggi inventati eppure così veritieri. Dallo storico giro di basso di Alex James sulle tastiere di Girls & Boys, che narra il “vizietto” sessuale di tanti inglesi in vacanza, al riff killer della title track con la presenza del simbolo dei mods Phil Daniels aka Jimmy di Quadrophenia, tra strofe parlate in marcato accento cockney e un ritornello devastante che canta la bellezza della vita all’aperto, possibilmente con tante persone, ovviamente mano nella mano. Un viaggio nella tube, che vede anche soste più malinconiche come la splendida To The End, l’epica This is A Low e la riflessiva Clover Over Dover.  Appoggiati fedelmente da Stephen Street (uno che ha lavorato con gli Smiths, mica chiacchiere), stupendo regista di una produzione al limite dell’impeccabile, i quattro non si lasciano sfuggire qualche momento di goliardico divertissement come il trapano di Magic America e le rovinose pistole giocattolo su Jubilee. Il vero bignami del Britpop, che vede nelle note a piè di pagina i Kinks del periodo d’oro, gli XTC (Tracy Jacks e London Loves) e il David Bowie berlinese (Trouble In The Message Centre), prontissimo a tracciare il solco con i rivali Oasis: solo un anno più tardi arriveranno a sfidarsi per decretare il migliore in terra d’Albione. Anche nei viaggi più belli però arriva l’ultima fermata, questa volta dal nome Lot 105, una rapida ed esilarante strumentale dai toni ska per avvertirci che è ora di scendere. Poco male, sediamoci ed aspettiamo che ripassi il treno. (DR)

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Jeff Buckley – Grace

La storia di Grace inizia nel settembre del ’93, con Jeff Buckley, Mick Grondhal (basso) e Matt Johnson (batteria) che si danno appuntamento per le prime sessioni programmate al Bearsville Recording studio di Woodstock. Finisce un anno dopo con la pubblicazione e un milione di dollari di costi di lavorazione sulle spalle di Don Lenner della Columbia. Altri ospiti sono Gary Lucas, coautore delle prime due tracce, e il chitarrista jazz Michael Tighe, presente in So real. Ne esce fuori un bulbo di canzoni tese fra il senso accorato della spiritualità e la dissociazione nell’amore terreno. Buckley non volle lasciare nulla al caso e curò ossessivamente le parti vocali, facendo sua la chanson, il soul, le reminiscenze classiche combinate al cantautorato jazz, da ultimo il rock. Levigando ogni brano riuscì nell’intento di conquistare una trama lirica fuori dal comune e difatti il disco possiede ancora oggi una forza seduttiva che in pari modo indaga brandelli di abissi e processi di luce; brani come Halleluijah, con l’allungo finale che diventa preghiera recondita, So real, un manifesto esile, o la stessa Grace che sottende il disinganno dell’amore e il brivido degli anni. In altre tracce si può palpare il feeling che il gruppo toccò in tutte quelle sessioni: Dream Brother è il trip raga cedevole con tabla di Misha Masud, Eternal Life il morso grunge-rock, Lover, You should’ve Come Over, col prologo d’organo di Loris Holland, un madrigale accorato, Lilac wine, un oblio beato, Corpus Christi Carol l’epitome scolpita nel marmo dei secoli, l’incantevole e fiammingo contrappunto di melodie. Cosa resta? Mojo Pin, Last Goodbye e Forget Her hanno il pregio di essere canzoni senza un particolare peso, tra psichedelia e pop rock. Profumano però degli attimi migliori di una vita e testimoniano i passi, purtroppo perduti, di un grande interprete. (CP)

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Codeine – The White Birch

È l’ultimo album per un gruppo che ha avuto il merito di definire un genere come lo slow core e ha influenzato diversi illustri colleghi, a partire dai Low, che nello stesso 1994 pubblicavano l’ottimo I Could Live in Hope. E come il genere anche i Codeine si posizionano sostanzialmente in area “post-rock”, con la differenza che il trio di Stephen Immerwahr e John Engle non rinnega la forma canzone e il canto, ma dilata i tempi e le armonie dall’interno delle canzoni, al punto di avvicinarle alle dinamiche astratte di gruppi prevalentemente strumentali. L’iniziale Sea, che si protrae per la durata di sette minuti, potrebbe essere una super ballatona grunge al rallentatore o un brano alla Slint con l’aggiunta del canto, spesso catatonico e in balia delle progressioni strumentali. È al punto d’incontro tra la canzone folk e qualcosa di diverso che i Codeine colgono la chiave per trasformare la materia del rock nell’immagine di una nuova ansia espressiva, evocando stati mesmerici e un vago senso di trance nel portare avanti – più che nello sviluppare in senso stretto – le loro melodie, e lasciando ai crescendo strumentali il compito di sublimare un certo impeto trascendente, arrivando a riff che sfiorano l’hard rock. Rispetto all’esordio Frigid Stars, uscito per Sub Pop ma lontanissimo dal rock di Seattle (anche dall’eccezione degli ultralenti Earth e Melvins),White Birch ha brani meno statici, e questo lo rende più classico in tutti i sensi del termine, ideale tanto per rappresentare un lavoro pionieristico, quanto per renderlo più potabile. (TI)

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dEUS – Worst Case Scenario

Una delle più evidenti prove di quella apertura citata in apertura d’articolo furono indubbiamente i belgi dEUS. La formazione di Anversa, capitanata da Tom Barman, proveniva infatti dalla periferia di un rock all’epoca ancorato ad una dimensione prevalentemente anglosassone; ciò tuttavia non impedì loro la giusta esplosione, ratificata oltre che dalla critica, anche da un buon successo di pubblico, non solo nel natio Belgio dove WCS fu disco d’oro.

L’apertura, fatta eccezione per una breve Intro, era affidata a Suds & Soda, il cui violino strapazzato spezzò cuori dal primo passaggio in tv, facendo intuire da subito l’accattivante melange in cui il quintetto – oltre al citato Tom Barman a voce, chitarra e piano, in formazione c’erano Rudy Trouvé, Stef Kamil Carlens, Klaas Janzoons e Julle de Borgher e uno stuolo di ospiti a viole, violini, piano, ecc. – trasformava le influenze più disparate: l’indie-rock coevo, ovviamente, ma anche spruzzate di Velvet, follia strumentale, sguardi ai sixties, folk atipico, iniezioni noise-rock, svisate jazzistiche, retrogusto prog, slanci mitteleuropei, reminiscenze da cabaret e ambientazioni circensi in un frullatone arty che univa ricerca e easy listening, con una certa attenzione per la reiterazione ciclica e una evidente impronta minimale.

Perle come la malinconica Hotellounge (Be The Death Of Me) con quel pathos da spleen che caratterizzerà molto indie dell’epoca a venire, la caracollante e oscuramente velvettiana W.C.S. (First Draft), il sing-a-long acceso di Via o l’ossessivamente emotiva Let’s Get Lost sono, a vent’anni di distanza, non solo una ottima testimonianza del tempo che fu, ma anche un piccolo bignami del suono un tempo detto “alternative”. Peccato si siano persi un po’ per strada, limando le asperità arty che contraddistinguevano W.C.S. per rendersi più intelligibilmente indie. (SP)

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Mark Lanegan – Whiskey For The Holy Ghost

Non era facile smarcarsi dal dominio estetico e stilistico del grunge in quei primi Novanta, soprattutto per chi del grunge era tra i principali attori. Eppure tra il ’90 e il ’94 Mark Lanegan licenziò due album che, pur non ostentando la sfacciata intenzione di prendere le distanze dal Seattle sound, ne rappresentarono una coniugazione palpitante e aliena. Tuffandosi in una dimensione assieme intima, archetipa e acida, il vocalist degli Screaming Trees gettò il cuore oltre le proprie dipendenze (tra droghe e alcool non si faceva mancare nulla, a quanto pare) e s’incarnò in un Buckley sanguigno ed etereo per The Winding Sheet, concedendo il bis tre anni più tardi con un Whiskey for the Holy Ghost infarcito di dannazioni appena più terrene, quel tanto che bastava ad indicare la via verso la ricerca nel ventre scuro dell’Americana che caratterizzerà i suoi anni migliori da solista (fino al capolavoro Field Songs del 2001), elevandolo a musicista di riferimento degli anni Zero ed oltre. (SS)

mark lanegan - whiskey for the holy ghost

Massive Attack – Protection 

Era chiaro sin da subito che non sarebbe stato facile incidere il seguito di Blue Lines, l’album con il quale il collettivo di Bristol inaugurò gli anni Novanta all’insegna di un’innovativa miscela di rap, soul, dance e reggae. Così, per Protection, i Massive Attack decidono di riscrivere subito le regole: se la squadra vince, almeno un po’ la si cambia. L’artwork conserva alcuni elementi dell’esordio seminale, a partire dai font; ma se resta Horace Andy, in Spying Glass e in una caotica versione live di Light My Fire, al posto di Shara Nelson ci sono due altrettanto gradite ospiti. Tracey Thorn (che qui anticipa di un anno il nuovo corso degli Everything But The Girl verso sonorità più dancefloor-friendly) ha la classe infinita che da sempre la contraddistingue nella title-track – malinconica e sinistra, che prosegue per oltre sette minuti tra tappeti di tastiere e un indovinato sample di James Brown – e Better Things – elettronica, jazzata, semplice e lussuriosa, a metà strada tra Sade (Love Deluxe) e la coetanea It Could Be Sweet dei Portishead. Nicolette dona un’interpretazione sognante in Three e convince ancora di più in Sly, che Craig Armstrong riproporrà insieme a Weather Storm nel proprio album The Space Between Us pochi anni dopo e che scrive le coordinate che porteranno al successo la Bjork di Isobel e di Homogenic, gli Hooverphonic e i primi Morcheeba. MTV si innamora del video di Karmacoma, eccentrico e noir, con le voci di Tricky e Robert del Naja che si alternano al microfono nel pezzo più ipnotico dell’intero lavoro, ma non sfigurano Euro Child, pronta per una di quelle serie TV che ci avrebbero appassionato negli anni a venire, e Heat Miser, il tipo di strumentale che farà la fortuna di Moby qualche anno dopo, introdotto da Armstrong con una melodia al piano che ricalca Tubular Bells e Profondo rosso. Protection ha ancora oggi un fascino meno sfacciato del predecessore, ma è invecchiato meglio ed è da considerare un tassello fondamentale per capire l’evoluzione del sound, ancora più cupo e cinematografico, che avremmo ascoltato in Mezzaninesi tratta anche di un album di grande successo commerciale, che conquista le masse e spinge Madonna a lavorare con loro per una cover di I Want You di Marvin Gaye (AL)

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Motorpsycho – Timothy’s Monster

È esistita una scena grunge europea? Ovviamente non c’è nulla che si possa paragonare a Seattle nel nostro continente. Però l’ondata rock alternativa/mainstream d’oltreoceano ha ispirato risposte originali anche su suoli più vicini al nostro rispetto al Nordovest americano. Oltre ai belgi dEUS, sono stati i norvegesi Motorpsycho a filtrare in maniera efficace e personale quel suono duro e sporco ma armonico, arricchendolo con un eclettismo che superava i confini del genere, e che li ha portati a spaziare lungo tutto l’arco della carriera con un’ispirazione qualche volta altalenante ma spesso felice. Timothy’s Monster, per contenere la cui inventiva è stato necessario un doppio CD di materiale inedito, mesi prima che Billy Corgan sganciasse il suo Mellon Collie & the Infinite Sadness, è la summa del primo periodo del gruppo di Trondheim. Va un passo oltre il Demon Box uscito appena nel ’93 non solo nel rifrangere mille sfumature caleidoscopiche sullo stesso canovaccio psych(o)hard che ha influenzato pure Kyuss et similia (dai Black Sabbath agli Hawkwind), ma anche nello svariare con una leggerezza inusuale per un gruppo di rock pesante. Si esalta la capacità camaleontica del complesso scandinavo nel replicare e mescolare un buon numero di stili: folk rock, pop acido, indie rock, prog, psichedelia retro’, ballate moderne (Wearing Yr. Smell) e le solite sfuriate hard. Ci ammorbano piacevolmente con una pièce de resistance intitolata The Wheel e si destreggiano tra ruvidezze armoniche e timbriche e immediatezza melodica. (TI)

Motorpsycho_Timothy’sMonster

Nine Inch Nails – The Downward Spiral

Non è un fulmine a ciel sereno il successo di The Downward Spiral in ambito industrial rock. Le prime avvisaglie del potenziale commerciale insito nel genere erano già arrivate con Skinny Puppy e Ministry, da cui Trent Reznor trae ispirazione accoppiandoci l’eclettismo targato Foetus e le dichiarate influenze Bowie periodo Low. Ma un boom del genere rimane comunque inaspettato. D’altronde, oltre la musica, qui rimane impressa moltissima cultura 90s: primo il disagio esistenziale autoreferenziale che sarà un must della decade (vedi i Korn e il new metal in generale), e poi le citazioni cyberpunk che proprio in quel periodo iniziavano ad assurgere con i connotati di pop culture. Questo è il quadro generale. Nello specifico, invece, The Downward spiral è un concept album sul rapporto uomo-macchine, uomo-sistema, uomo-autodistruzione, che non lesina un estremismo dai tratti sensazionalistici. Così è per il porno-singolo dal trucco funk Closer (i want to fuck you like an animal i want to feel you from the inside), per l’anti-religiosità di Heresy, passando per l’anarchia della serratissima March of The Pigs e una Big Man With a Gun che farà la fortuna del primo Marilyn Manson. E’ però nel finale che viene alla luce il talento poliedrico di Reznor: l’ambient di A Warm Place, le de-strutturazioni di Eraser e The Dowward Spiral che sono già base per il successivo The Fragile e ancora per la velenosissima Reptile, prima della catarsi finale di Hurt, materia buona anche per Johnny Cash, a dimostrazione di come questo album sia entrato a pieno titolo tra gli American Recordings dello scorso secolo. (SG)

NIN - The Downward Spiral

Oasis – Definitely Maybe

Sugli Oasis se ne possono dire tante: egocentrici, scontrosi, arroganti come pochi. Eppure nessuno può mettere in dubbio che Definitely Maybe sia stato uno degli esordi più folgoranti della storia della musica. I fratelli-coltelli Gallagher, rudi componenti della workin’ class di Manchester, hanno dato voce al sentimento di una “gioventù perduta” che vedeva un presente senza eroi, ma senza cadere nel nichilismo autodistruttivo di un grunge che dava gli ultimi colpi di coda. Si appropriano dei fasti del passato senza nascondersi, ma lo fanno bene. Suonano in ogni traccia con devozione totale verso i Beatles, rigurgitando i flussi punk dei Sex Pistols (Columbia). Noel è uno che con la penna ci sa fare, non ha l’ironia borghese di Damon Albarn, e neanche l’aristocratico humour di Jarvis Cocker, eppure scrive in maniera quasi imbarazzante una mole di classici. Prende senza permesso il riff di Get It On dei T-Rex, e lo trasforma nella devastante Cigarettes And Alcohol, unica filosofia di tanti giovani che non avevano nulla da chiedere alle loro giornate. Ha un taglio spesso no sense (Shakermaker, Supersonic), è capace di fare una dichiarazione d’amore (Slide Away), ma non disdegna episodi meno impegnati (Married With Children). Gli Oasis sanno cosa vogliono, non ci girano intorno: Rock’n’Roll Star è una dichiarazione d’intenti, e dalla teoria alla pratica stavolta il passo è davvero breve. Non inventano e non spostano nulla, tecnicamente non sono delle cime e la differenza artistica con i rivali Blur è evidente, ma hanno al microfono un certo Liam Gallagher, vocalmente impeccabile su Live Forever, ancora oggi inno che ha segnato una generazione. Il successivo (What’s the Story) Morning Glory? sarà il passo definitivo, per poi iniziare una parabola discendente da cui non si riprenderanno mai più. Potranno essere bistrattati, ipercriticati, ma con la loro voglia di riscatto, con uno sguardo alla realtà ma aggrappandosi con forza al potere dei sogni, sono diventati un simbolo: cinque disoccupati, cresciuti facendo a botte con la vita, che nonostante tutto ce l’hanno fatta. (DR)

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Pavement – Crooked Rain, Crooked Rain

Quando esce nel 1994 Crooked Rain, Crooked Rain, i Pavement sono già passati attraverso la piccola tempesta economica (intesa come scarsità di mezzi) dell’estetica lo-fi. La band di Stephen Malkmus ha già tirato fuori un album come Slanted & Enchanted, manifesto di un modus operandi che usa l’estetica dello scazzo per porgere piccole gemme di songwriting annegate in feedback e registrazioni poco curate. Al secondo album, avviene un piccolo passo che germina un capolavoro. Fuori da un suono povero ma non del tutto (Fillmore Jive e Hit The Plane Down portano ancora quei segni), i Pavement tirano fuori un album che è un omaggio ad un modo nuovo e scintillante di fare canzoni. Le melodie, ad esempio, ci sono e sono splendide, ma vengono spesso destrutturate in cambi di tempo (Silence Kit) o in derive post rock (Stop Breathin’), la voce porta con sé sia dolcezza che debolezza, le chitarre sono sia armi (Unfair) che rifugi (Heaven Is A Truck). Ci sono ironia a palate e giustapposizioni testuali al limite del nonsense. C’è – più di tutto – un modo di fare musica non ancora lasciatosi andare alla deriva fantasiosa-forse-troppo del successivo Wowee Zowee, ma che regala perle che stanno lassù, tra le vette del migliore indie rock così com’era un tempo. (AM)

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Plastikman – Musik

Plastikman, leggendaria creatura techno del dj e produttore Richie Hawtin, nasce nel 1993. Siamo agli antipodi rispetto a molti grandi, che costruiscono mistero rimanendo nel completo anonimato, immaginando storie e mondi paralleli oppure giocando a manipolare la propria identità, come Drexciya, Aphex Twin, Daft Punk. Hawtin è figura essenziale, trasparente. Aiutato dalle sue esibizioni dal vivo, sempre più imponenenti, dici Hawtin e nello stesso istante vedi l’immagine – un uomo, senza maschere – e senti la musica. Musik segue Sheet One, pubblicato l’anno prima, e un paio di EP solidissimi. Quelle marcate Plastikman sono storie techno di seconda generazione detroitiana, sprazzi acidi su ritmiche austere, scintille di TR-303 tra guizzi luminosi e giochi di oscillatori. Le percussioni ossessive, già spedite in orbita con la seminale Spastik (1993), tornano in Fuk, e si intersecano alla cassa dritta, quasi ad unire idealmente Africa e cosmo, passato e futuro, radici e utopie (Koception, Ethnik, Kriket). Marbles è techno pura, marziale, che si distende sull’arpeggio nascosto dai filtri. Le macchine risorgono a nuova vita, parlano (Outbak), poi disegnano ritmi spezzati e nuovi fraseggi sintetici (Plastique, Lasttrack). Stockhausen, nella celebre intervista per BBC Radio 3, prevedeva una parabola commerciale molto breve per le suggestioni del canadese, costruite su ripetizioni poco sofisticate, estremamente votate alla pista. Si sbagliava. La vena creativa di Hawtin continuerà, almeno fino alla fine dei Novanta, e con rinnovata prospettiva – non da tutti apprezzata – produce risultati ancora oggi. (EG)

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Portishead – Dummy

Un disco che entra ed esce dal trip hop senza allontanarsi mai dal suo centro focale, e cioè il downbeat. I Portishead sono la cantante Beth Gibbons e Geoff Barrow, un tutto fare fra rhodes, hammond, batteria e programmazioni. A loro si aggiungerà anche il chitarrista/bassista jazz Adrian Utley che apporterà non pochi lumi alla stesura dei brani. A riascoltarlo dopo anni si ha la stesso presagio di gioco onirico indotto dal Bristol dub, di sradicamento narcotico dato dal basso umbratile (Pedestal) e dall’idea di orchestrazione d’archi (Roads) perorata da Barrow e dallo stesso Utley nonchè da Dave Mcdonald, il tecnico del suono responsabile delle registrazioni. Merito al canto che si misura con un soul à la 4AD con tracce di timida consonanza (It Could Be Sweet, It’s Fire ), carico di angst (Mysterons), di vacuità chimica e teatralità (Numb), sciantoso, noir e sempre in bolla (Sour Times). Ma il resto lo fanno i vari scratches, i tanti samples presenti in Glory Box, in Strangers, in Wandering Star e via dicendo, che a lungo andare incidono sull’espressione. Barrow trafuga mezza discografia di casa e vi riversa il suo infinito amore per i compositori di colonne sonore degli anni Settanta in B movies, per il campionario di junky style e per il twang. Ne scaturisce una radiografia sporca di quei retromaniaci primi anni ’90 e un disco/compendio a dir poco seminale per le future generazioni. (CP)

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Shellac – At Action Park 

Minimalismo, noise, destrutturazione, paranoia, claustrofobia: sono questi gli strumenti con cui si analizza spesso la musica degli Shellac (of North America), creatura del chitarrista, cantante e vate dell’underground statunitense, Steve Albini. La verità è che non bastano quelle categorie a rendere giustizia ad un disco che ha anche altre frecce nel proprio arco. Al di là del rumore, ciò che fa spavento degli Shellac è la coesione, quella di un suono allo stesso tempo compatto eppure distinto: ogni strumento riesce sempre a distinguersi dall’altro, eppure ognuno riesce a fondersi in una muraglia che è anche mitraglia. Ed è un miracolo, se si pensa a quanto suono noise spesso “la butti in caciara” perché impossibilitato alla compattezza. E infatti molti preferiscono, e preferivano, fare rumore nei limiti temporali dell’hardcore.

Ma non è tutto qui: c’è anche la grandezza di un album che non ha altro da dire che sé stesso, portatore di un’estetica che non è estetica, in cui non vi è chiacchiericcio ma ruggine, in cui non vi è sovrastruttura ma solo naturalezza (è suonato live). E in cui – e questo in pochi paiono dirlo – c’è una scrittura che, per come unisce suoni, arrangiamenti, ritmo e atmosfera, ha pochi eguali negli anni Novanta, per complessità e risultati. Sempre sia lodata. (AM)

shellac_at action park

Soundgarden – Superunknown

Il germe di Superunkown – classico imprescindibile nell’epopea grunge – è Spoonman, brano inserito nella colonna sonora di Singles, (discutibile) film del ’92 diretto da Cameron Crowe e ambientato a Seattle, con una colonna sonora giocoforza strepitosa. Rielaborando un bel riff hard rock Cornell e soci si sono superati: un’impresa, considerando l’eredità ingombrante del precedente Badmotorfinger. Le session per l’album, licenziato da A&M Records e celebrato quest’anno con una ricca ristampa con inediti e demo, si tengono ai Bad Animals Studio di Seattle sotto la guida – severa – del producer Michael Beinhorn: “Non era un sergente di ferro – ricorda il chitarrista Kim Thayil – ma di sicuro era un vero rompipalle. Se ci ha motivato è riuscito a farlo senza influenzarci troppo.” Alla quarta prova in studio i Soundgarden hanno raggiunto l’apice della loro carriera. Dopo, reunion a parte, solo il colpo di coda di Down On the Upside, un testamento sonico più schizoide ma meno incisivo.

Superunknown, concentrato perfetto di hard rock, psichedelia, orientalismi e affini, si apre con Let Me Drown, una botta d’adrenalina sorretta dai riff incendiari di Thayl. Dopo la parentesi heavy di My Wave, c’è il blues di Seattle di Fell on Black Days, sofferto emblema dello spleen del cantante, mentre Mailman rallenta i battiti, ibernando il drumming di Matt Cameron sotto una cappa densa di heavy metal (l’influenza dei Sabbath e dei Led Zep è innegabile) che si dissipa per una manciata di secondi nel riuscito chours. In ogni episodio Cornell regala interpretazioni perfette, urlando la propria rabbia (The Day I Tried to Live). In questo senso Limo Wrech è una prova di forza incredibile, con una maestosità malata e disturbante. Il disco regala anche Like Suicide (una seducente suite di 7 minuti, un sinistro crescendo culminato con un assolo di rara bellezza), 4th of July (ballad nera intrisa di disperazione e sofferenza) e Black Hole Sun, la canzone più conosciuta della band. (LC)

Superunknown

 

Tortoise – Tortoise

Tra il 1994 e gli anni immediatamente successivi le due capitali del post-rock a stelle e strisce, Louisville e Chicago, non fanno che scambiarsi continuamente il testimone delle proposte più innovative, impegnate a ridefinire il rock nella sua dinamica compositiva e strumentale. Nel 1991 è stato Spiderland degli Slint a dare per primo le coordinate del suono post-rock americano. Tre anni dopo a Chicago i Tortoise rimescolano le carte e offrono una propria ipotesi allo stesso tempo affine e diversa. Rispetto ai portabandiera di Lousville (dai Rodan ai June of 44), i Tortoise, così come i Gastr del Sol, allentano i legami con il post-hardcore da cui pure erano partiti – al nucleo originario formato da John Herndon e Douglas Mc Combs si sono aggiunti infatti Bundy K. Brown e John McEntire, sezione ritmica degli ottimi Bastro di David Grubbs, un gruppo che partendo dalla scia Big Black era arrivato a intavolare una prima ipotesi di math – schierando sulla carta una formazione con ben due bassisti e tre batteristi/percussionisti e allargando il campo in maniera più eclettica e, oseremmo dire, progressiva. Magnet Pulls Through, per esempio, riprende l’andamento strumentale di un brano degli Slint mettendo in primo piano la sezione ritmica, invece della chitarra. Grande protagonista il basso che arpiona sul riff di Spiderwebbed, punto di riferimento per l’intero disco (genere?) con il suo intreccio di minimalismo alla Steve Reich, post-punk e percussioni afrobeat. Ai picchi chitarristici del dopo Slint i Tortoise preferiscono un’eleganza noir e swingata (Ry Cooder) o divagazioni ambientali condite di tracce tech-dance sconnesse e assoli di batteria (Onions Wrapped in Rubber); nel complesso è qualcosa di più atmosferico e indefinibile, una miscela di jazz, funk, dub e pulsazioni elettroniche che prima di diventare di maniera li porterà sulle vette di Millions Now Living Will Never Die(TI)

tortoise_self titled

The Prodigy – Music For The Jilted Generation

Nel 1991 i Prodigy erano già uno dei gruppi di hardcore rave inglese più importanti insieme a N-Joi, Bizarre Inc e Shades of Rhythm. Con questo secondo disco escono dalla nicchia di genere utilizzando le tecniche ravey (voci in elio, tastierine in ostinati iperveloci, percussioni d’n’b) e imbastardendole con qualche gigioneria pseudopolitico-rivoluzionaria per attirare il teen disorientato, con l’hip-hop e soprattutto con i chitarroni distorti, che riportano il rock sul dancefloor e consegneranno qualche anno dopo la band alla storia pop con Smack My Bitch Up e Firestarter. Secondo il frontman della band, Liam Howlett, la generazione jilted (letteralmente: piantati in asso) è quella che è cresciuta con la Tatcher e che non aveva altro per cui vivere se non la droga e la musica dance. A detta di Simon Reynolds, in Inghilterra la cosiddetta generazione E (per Exstasy) sarebbe l’equivalente americano del grunge, e questo disco ne costruisce di fatto la colonna sonora.

L’album oggi suona un po’ datato, ma i quattro singoli di punta – Poison, Voodoo Dance, One Love e soprattutto, per chi scrive, No Good (Start The Dance) – restano una testimonianza indimenticabile di un suono storicizzato e taggato indelebilmente come anni Novanta. Un “come eravamo” necessario per capire lo zeitgeist del tempo. (MB)

prodigy_Music for the Jilted Generation

Underworld – Dubnobasswithmyheadman

Primo album degli Underworld post-folgorazione dance. Karl Hyde e Rick Smith suonano synth-pop come Freur fino al 1987. Diventano Underworld al giro di decennio, ma il progetto sembra naufragare. Poi, l’incontro con il dj Darren Emerson, e la decisiva svolta verso un ibrido tipicamente britannico tra elettronica e rock, ritmi tribali e slanci techno. Dubnobasswithmyheadman è successo di critica e vende bene (numero dodici in classifica UK). C’è la cassa regolare, l’intento della pista mai nascosto, ci sono i sintetizzatori e le chitarre effettate, i testi surreali destinati a diventare marchio di fabbrica. Mmm Skyscraper… I Love You, Dirty Epic e Dark & Long sono viaggi mistici, fraseggi persi in un apparente stream of consciousness, sorretti da strutture ritmiche solidissime, quasi a tenere a bada le intromissioni schizofreniche di Hyde. Poi Cowgirl, agitazioni da steroidi sull’arpeggio distorto, le atmosfere intime a bassa battuta di River Of Bass, gli umori electro-pop di M.E., le desolazioni pastorali di chitarra in delay e vocoder di Tongue. L’album che apre la stagione degli Underworld in trio, dagli stessi ribattezzata fase MK2, è un lavoro di portata assoluta. È materia progressive house monumentale, epica, in perfetto equilibrio tra fragilissime costruzioni emotive e violenti rilasci di tensione. Continui rimandi a storie diverse, al punk, ai rave, agli infiniti meticci elettronici d’oltremanica. Crossover fondamentale per avvicinare certo pubblico rock al mondo del dancefloor. (EG)

underworld-dubnobasswithmyheadman

 

 

Bonus Tracks:

CSI – Ko de mondo

Il passaggio di cui all’introduzione (e quello “geopolitico) è ben identificato dall’esordio dei CSI (Consorzio Suonatori Indipendenti, ma anche Comunità degli Stati Indipendenti dell’ex URSS). Dall’irriverente punk filosovietico dei CCCP a Ko De Mondo, in cui la trasformazione sintetizza al meglio le aperture di Epica, Etica, Etnica e Pathos, facendo assurgere Ferretti & Co. a leader spirituali di una certa ala del non più underground italiano. Tante piccole gemme che reggono benissimo il passare del tempo e che, volenti o nolenti, hanno segnato il rock italiano a venire. (SP)

Marlene Kuntz – Catartica

Il disco d’esordio (n.1 anche del Consorzio Produttori Indipendenti) e forse il migliore, per genuinità e mancanza di “poserismo”, di una band cresciuta a “gioventù sonica e cattive sementi” capace di sintetizzare ruvidezza e poesia. In Catartica Godano e soci infilano melodie e chitarre rumorose che filano via come un treno, tra ballatone elettriche (Trasudamerica) e piccoli inni generazionali (Festa Mesta, Sonica) per il nascente “rock alternativo italiano”. Allora, c’era ancora una fiammella di speranza. (SP)

Fluxus – Vita in un pacifico mondo nuovo

Il rovescio della medaglia del rock in italiano è un concentrato di chitarre e impegno socio-politico di raro impatto e potenza. Una chiamata alle armi a forza di anthem e chitarre, tante chitarre e tutte taglienti e rovinose, messo su da una formazione spesso a tripla chitarra come a dimostrare la voglia di sputare in faccia all’ascoltatore rabbia e disillusione, disagio e rivendicazioni. Un lavoro che è esemplare nell’unire impatto strumentale con testi nettamente al di sopra della media e ideale trait d’union tra integrità hc e nuove forme espressive. (SP)

Sangue Misto – SxM

Con un nome eloquente biglietto da visita preso dai Napoli Centrale, i bolognesi d’adozione Deda, Neffa e Gruff fotografano i pigliati male, i cani sciolti che nel clima di tensione dell’Italia xenofoba post-yuppie/pre-Berlusconi si rifugiano nelle posse, nella fattanza della porra. Questi grezzi, narcotici blues urbani incarnano una prima idea matura di hip hop italiano: è il dopo-Jovanotti. Neffa, già batterista punk, uno dei più originali rapper nostrani, passerà poi al pop da classifica. Fino a prendere un Due di picche con Suor Cristina. (GM)

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