Migliori film 2019. La classifica di SENTIREASCOLTARE

Della produzione seriale di questo 2019 abbiamo già discusso su queste pagine. Proprio in quella sede analizzavamo il contributo importantissimo fornito dall’esperienza cinematografica nei modi di fruire il prodotto televisivo (o in streaming) e quest’anno abbiamo avuto un’ulteriore conferma di quanto la sala cinematografica rimanga luogo dell’anima imprescindibile, soprattutto per il pubblico fedelissimo, attento alle uscite di questo o quel regista prediletto (vedi alla voce Martin Scorsese), ma anche per quel pubblico che in massa accorre per le nuove avventure dei suoi supereroi preferiti (vedi l’impero costruito dai Marvel Studios culminato nel successo internazionale di Avengers: Endgame). Se si pone attenzione agli incassi mondiali il dato preoccupante a emergere è quello di un panorama in cui il ritorno economico per le grandi case di produzione è dato dalla riproposizione di classici in chiave rivisitata (i più recenti remake in live-action Disney), sequel (da Frozen II a Toy Story 4 per quanto riguarda l’animazione, ma anche Star Wars: L’Ascesa di Skywalker, Jumanji: The Next Level, Spider-Man: Far From Home) e spin-off (Fast & Furious Presents: Hobbs & Shaw). Addirittura, per rintracciare un film “originale” (e qui le virgolette sono d’obbligo) nei primi dieci incassi dell’anno appena concluso bisogna scendere fino alla settima posizione (Joker) o addirittura andare fino in Cina entro le prime venti posizioni (ovviamente film che da noi non sono mai arrivati e non ne hanno nemmeno bisogno).

A finire così strozzato da queste logiche è – per dirla con Scorsese – un cinema capace di prendersi seri rischi, in grado di trasportare in maniera genuina lo spettatore in mondi lontani, sconosciuti, nuovi (magari non mutuati da personaggi bidimensionali e già riproposti più e più volte sul grande schermo). Joker – film emblema della diatriba che ha tenuto banco in questi ultimi mesi sulle possibilità di un cinecomic rivisto e ripensato, opposto al modello Marvel, è pur sempre un personaggio che ha già una sua precisa storia cinematografica, e il modello di racconto di Todd Phllips non ha certo la stessa forza che ebbero all’epoca Taxi Driver e Re per una notte, ai quali è esplicitamente ispirato. Non c’è dubbio che il ragionamento di Scorsese faccia acqua in più punti, ovviamente il regista newyorchese vuole porre l’attenzione su un problema serio (ovvero la mancanza di spazio per un cinema più piccolo e indipendente) anche a costo di lanciare una provocazione criticabilissima contro un sistema consolidato e che gode tra l’altro di uno dei fandom più fedeli in assoluto (e per ultimo un bacino di addetti ai lavori altrettanto devoto).

Se il 2018 è stato l’anno dei grandi maestri, capaci di indicare la strada alle giovani promesse, in questo 2019 archiviato abbiamo in un certo qual modo assistito all’esatto opposto; un annata cinematografica in cui le nuove generazioni di cineasti hanno dettato il passo e in cui i vecchi maestri si sono fatti piccoli piccoli costruendo per se narrazioni passatiste e sguardi lucidi e nostalgici a un tempo di un’epoca ormai remota. Le prime due posizioni di questa classifica riflettono proprio questa contrapposizione: Céline Sciamma nel bellissimo, dirompente e abbagliante Ritratto della giovane in fiamme torna al passato, a un’epoca pre-industriale, per raccontare l’oggi attraverso l’ottica femminile, rivendicando il ruolo della donna nelle arti, e di come gli strascichi di certo sessismo si protraggano ancora oggi, anche nell’esatto momento in cui ne stiamo scrivendo); d’altra parte c’è chi, come Quentin Tarantino, torna al “suo” passato per imbastire un racconto che si serve della nostalgia per cambiarne i connotati dall’interno e trasformarla in sogno. C’era una volta a… Hollywood è la cronaca della storia che poteva e DOVEVA essere, il sogno non più spezzato ma corretto dall’intervento divino del cineasta che si serve della materia sognante per eccellenza: il cinema.

È un presente nerissimo, invece, quello dipinto da Bong Joon-ho, capace di descrivere con sottilissimo acume e con un piglio ironico degno del miglior John Carpenter una società malata fino al midollo, in cui la lotta di classe è snaturata fino all’inverosimile, trasformata in un gioco di società, in cui gli ultimi (quegli orridi e miserrimi di alleniana memoria) ne fanno sempre le spese, gravati come sono di un handicap all’interno di un sistema squilibrato e cinico, soffocante e in definitiva letale. Parasite è l’apoteosi di tutte queste elucubrazioni mentali, portate avanti con perizia registica e gusto per la messa in scena, tra spazi geometrici sia fisici (seducenti) che mentali (inquietanti). A ricorrere nuovamente al passato, segno che gli anni Dieci sono stati in grado di scatenare riflessioni su riflessioni ricorrendo a epoche non contemporanee (probabilmente anche a causa dello stato preoccupante della contemporaneità stessa), è anche Roman Polanski. Nel suo L’ufficiale e la spia, il regista polacco rinnegato da Hollywood e ostracizzato dai cosiddetti benpensanti di quest’epoca, racconta una storia di ingiustizia, crudeltà e antisemitismo, e per farlo si rifugia in un’epoca spesso ed erroneamente considerata pacifica e giusta (la Francia repubblicana di fine Ottocento). Il taglio è quello della cronaca giudiziaria, spoglia di qualsiasi orpello stilistico (eccetto il rigore della messa in scena) che possa distrarre dall’oggetto principale: la missione di un uomo devoto alla giustizia morale e contro ogni tipo di pregiudizio sociale. Gli uomini possono avere pregiudizi, una società che si professa democratica no.

Pur marcando una presenza in meno rispetto allo scorso anno su questa classifica, Netflix si mantiene su livelli altissimi grazie a due pellicole bigger than life, tra le più degne di note del suo intero catalogo e per le carriere dei rispettivi registi. Stiamo ovviamente parlando di The Irishman, di quel vecchietto di 77 anni di Martin Scorsese, e di Storia di un matrimonio; se il primo può facilmente essere considerato l’ultimo atto del gangster movie a stelle e strisce, il tassello definitivo su un’America costruita col sangue degli innocenti, versato anche a suon di pistolettate e di accordi fraudolenti con sindacati onniscienti, il secondo è senza dubbio alcuno la quadratura del cerchio di una poetica post-moderna e umanissima sul modo di concepire l’arte come finestra di dialogo con la vita stessa. Noah Baumbach ritorna sui temi a lui più cari guardando a Ingmar Bergman e a Woody Allen, ovvero a quei maestri che gli hanno indicato la strada, scegliendone infine una personalissima che grida il suo nome a ogni angolo. Un percorso analogo, se vogliamo, a quello compiuto da James Gray, che con l’odissea nello spazio del maggiore Roy McBride in Ad Astra rimanda allo sguardo infuocato di Francis Ford Coppola e di Apocalypse Now, salvo congelare quello stesso sguardo nell’infinità del cosmo, metafora per una contemporaneità (e forse anche prossimo futuro) asettico e glaciale, rilanciando il bisogno di connessione emotiva. Un abbraccio umano negato dai nostri padri, da ritrovare negli affetti di coloro che ci hanno scelto (o che abbiamo scelto).

Chiudiamo, per non dilungarci eccessivamente, con il capitolo Italia. Se in termini di incassi si è sempre costretti ad attendere la stagione natalizia (con Ficarra e Picone prevedibilmente ai vertici con Il primo Natale e la sorpresa Pinocchio di Matteo Garrone subito dietro), è vero che è stato un anno sì privo di grosse zampate ma anche pregno di poesia. E proprio di poesia – sognante il primo, grottesca il secondo – sono intrisi i due film presenti in classifica. Stiamo parlando del riadattamento personalissimo che Pietro Marcello compie con Martin Eden, personaggio simbolo del Novecento e – per estensione – di un intero sentimento o processo (quello del progresso) cui il sempre bravissimo Luca Marinelli fornisce le giuste corde e quel tocco di sfida in più per esaltare qualcosa che su carta è già di per se miracoloso (e il suo è un traguardo che si sdoppia anche nel poetico e sognante Ricordi?). Così come è a suo modo poetico il ritratto inquietante e grottesco di Franco Maresco nel suo La mafia non è più quella di una volta, dove è evidente che l’associazione a delinquere siciliana è più di qualcosa di radicato nella popolazione (soprattutto in un provincia come quella palermitana) è un modello comportamentale che ha origini antichissime e difficilmente verrà scardinato in tempi brevi. Una missione impossibile per cui vale la pena morire e anche non perdere quella poca speranza che di anno in anno si riduce sensibilmente a causa di un cattivo esempio che si protrae in una classe dirigente sconsiderata e abietta.

Insomma, un 2019 poco straordinario, ma apripista magari di un decennio in cui questi nuovi (grandi) nomi (citiamo Jordan Peele, Robert Eggers, Safdie Brothers, Barry Jenkins, Yorgos Lanthimos) sapranno costruire un immaginario solido, in grado di persistere alle stagioni e daranno il via libera alla vera rivoluzione, quella di cui abbiamo uno sconfinato bisogno. Occorrono storie e gente in grado di raccontarcele a dovere.

Top 20 2019 (di seguito, ove possibile, le nostre recensioni)

  1. Ritratto della giovane in fiamme (Céline Sciamma)
  2. C’era una volta a… Hollywood (Quentin Tarantino)
  3. Parasite (Bong Joon-ho)
  4. L’ufficiale e la spia (Roman Polanski)
  5. The Irishman (Martin Scorsese)
  6. Martin Eden (Pietro Marcello)
  7. Storia di un matrimonio (Noah Baumbach)
  8. Suspiria (Luca Guadagnino)
  9. Ad Astra (James Gray)
  10. La favorita (Yorgos Lanthimos) / La casa di Jack (Lars von Trier)
  11. Se la strada potesse parlare (Barry Jenkins)
  12. La mafia non è più quella di una volta (Franco Maresco)
  13. Noi (Jordan Peele)
  14. Cena con delitto – Knives Out (Rian Johnson)
  15. Joker (Todd Phillips)
  16. La rivincita delle sfigate – Booksmart (Olivia Wilde)
  17. Il corriere – The Mule (Clint Eastwood)
  18. Midsommar – Il villaggio dei dannati (Ari Aster)
  19. Dolor y gloria (Pedro Almodóvar) / Il traditore (Marco Bellocchio)
  20. Ricordi? (Valerio Mieli)

Flop 3 – Disastri insalvabili dell’anno:

  1. Avengers: Endgame (Anthony e Joe Russo)
  2. Climax (Gaspae Noé)
  3. X-Men: Dark Phoenix (Simon Kinberg)

Miglior inedito: Ema (Pablo Larraín)

8 Gennaio 2020
8 Gennaio 2020
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