Weekend di uscite discografiche e streaming. Ascolta gli album di Jon Hopkins, Belly, DJ Koze, Gaz Coombes e altri

E' il weekend dell'atteso ritorno discografico di Jon Hopkins ma anche dei 90s heroes Belly, del bel disco di DJ Koze in bilico tra dream pop e boom bap, krautrock e Kompakt, french touch e soul e della sofisticatezza pop di Eleanor Friedberger. E anche un fine settimana in cui i maschi si interrogano su una questione fondamentale: cosa significa essere uomo oggi?

NB: salvo quando diversamente indicato, trovate l’ascolto Spotify di ogni disco citato nella relativa pagina album.

«L’uomo moderno e la sua vulnerabilità: alla luce di un momento storico fatto di #Metoo, Time’s Up e gender gap in tutte le sue forme, trovare uomini pronti a interrogarsi sugli errori compiuti, sulla virilità contemporanea può non essere cosa semplice». Sono le parole con le quali Beatrice Pagni introduce la sua recensione dell’album di Gaz Coombes (il basettone dei Supergrass), che in sostanza nelle nuove composizioni – raggruppate beffardamente attorno al titolo di World’s Strongest Man – cerca risposte a un interrogativo oggi più che mai pregnante: cosa significa essere uomo oggi? Lui che è un classe ’76 risponde con una manciata di canzoni che sono frutto di una gestazione complessa, anche sofferta e depressa. Ispirate in egual misura dalla sponda americana più sensibile (Frank Ocean) e dal macchinico euopeo più riconoscibile (il motorik dei Neu!), queste canzoni, che ruotano attorno a un’affascinante idea di psichedelia pop che è propria dell’autore, ci danno anche la perfetta traiettoria per osservare le nuove prove di DJ Koze e Jon Hopkins. Nei rispettivi Knock Knock e Singularity, i due producer portano l’idea di narrazione sul piano del viaggio inteso come allontanamento dal sé più legato al sociale e ai contesti comunitari e societari, per provare un avvicinamento a quello più profondo, slegato dai sessi e dalla sessualità. Un viaggio decisamente lontano da quelli di Kerouac e delle successive generazioni che si sono rifatte alla Beat Generation, le cui strade trovano qui snodi con l’umano a partire dal sintetico, dalla techno in primis, poi dal dream pop, dal continuum del boom bap, fino ai collegamenti con il soul sotto forma di sample o di scarti di risulta di quelli. Le copertine scelte dai due producer, tedesco il primo, britannico il secondo, sono emblematiche e fanno da compendio a due lavori non epocali ma senz’altro riusciti, per la cui valutazione vi rimandiamo alle recensioni di Luigi Lupo e Luca Roncoroni (che ha di recente anche intervistato Hopkins).

Un altro uomo che, come Coombes, s’interroga sul mutare delle cose, su un passato anche remoto (costellato dai continui spostamenti dei genitori) e sullo scorrere del tempo, oltre che sulla propria esistenza, è Damien Jurado, che in The Horizon Just Laughed approda a un grado di invidiabile sintesi all’interno di un percorso artistico già notevole. Lo fa con un disco che, a tratti, vista l’intensità e il maggiore rigore rispetto alle passate produzioni ricorda persino Mount Eerie (recensione di Stefano Capolongo in arrivo). Altro disco che sembra interessante dal punto di vista dell’introspezione, è l’esordio del musicista britannico classe ’90 Daniel Blumberg su Rough Trade. Il disco, prodotto niente-di-meno-che da Peter Walsh (noto per il suo lavoro accanto a Scott Walker), s’intitola Minus ed è fatto di un sofferto chamber folk-rock debitore verso la lezione dei songwriter dei 70s e di quella strumentale e arrangiativa dei Dirty Three. A suonarlo c’è un accorto, anche nerboruto e alla bisogna selvaggio, ensemble di musicisti con alla batteria (non a caso) Jim White, Ute Kannigiesser al violoncello, Billy Steiger al violino e Tom Wheatley al contrabbasso.

Diverso il discorso di chi nel passato vuol cercar rifugio: è il caso di Appreciation degli Horse Feathers, che fin dal taglio e dalla grana dello scatto scelto per la copertina si barrica in un tempo ben circoscritto, ovvero gli anni d’oro di Van Morrison e della premessa di tutto ciò che è stata Altamont. In pratica, una miscela di soul, country, rock e folk. E diverso – ma parallelo – il discorso per Ghetto Falsetto, l’album del beffardo producer italo-canadese Bruno Belissimo che promette di farci ballare (con ironia) sotto la strobo di una disco/tana-del-lupo ancora una volta ultra-settantiana, tra la New York con le congas, le tutine di Olivia Newton John e gli inconfondibili occhiali e baffo del Moroder nazionale. Altrettanto sospeso nel tempo – 90s /00s per dirla tutta – tra le nervose meccaniche elettro-cubiste e orchestrazioni più umbratili/cinematografiche è il lavoro congiunto di Venetian Snares e Daniel Lanois (Brian Eno, Bob Dylan, Neil Young e U2), due che non avresti mai pensato potessero collaborare ad un album.

Il weekend segna anche il ritorno di due progetti sulla lunga e anche lunghissima distanza: i Black Moth Super Rainbow non si facevano sentire dal 2012 e il loro Panic Blooms si avvale della collaborazione, tra gli altri, di Ariel Pink, mentre i 90s heroes Belly mancavano dalle scena da molto di più. Dove segna il loro ritorno a ventitré anni di distanza dal precedente King ma, anche solo ascoltando i singoli, si capisce che il loro sound è rimasto quello. Altre personalità femminili a fare capolino in questo weekend sono quelle di Eleanor Friedberger, al solito brava nella sua quarta prova solista – Rebound – eppure mai del tutto amata e amabile fino in fondo (recensione di Valentina Zona), e Lucrecia Dalt, che in Anticlines ha collaborato con Henry Andersen e l’artista visionaria Regina de Miguel per la realizzazione di un’opera – e citiamo testualmente la press – di “poetic theory and sound contemplating the bodies of self above and beneath the earth’s surface”. Insomma, un’opera oscura e concettuale che richiama un po’ Laurie Anderson e un po’ Annea Lockwood sulle basi di un synth pop ridotto all’osso.

E non vogliamo negarci pure un sorriso (o una smorfia a seconda): è uscito anche il primo singolo del trio formato da Charlie Charles, Ghali e Sfera Ebbasta. S’intitola Love&Peace …per la serie Quavo meets Avicii, pace all’anima sua.

Last but not least un po’ di chitarre abrasive e psichedelia sintetica: Matador pubblica il nuovo album degli Iceage che ora sembrano più i Marching Church con Elias Bender Rønnenfelt nei panni di Nick Cave (Beyondless, recensione di Tommaso Bonaiuti), Sacred Bones fa uscire l’esordio omonimo di Vive La Void più dream che turbo motorik (lei è la metà del Moon Duo) e Rocket propone la nuova mostruosa e apocalittica creatura degli Gnod di Paddy Shine (Chapel Perilous).

Come scritto all’inizio, trovate tutti gli streaming Spotify degli album citati nelle rispettive pagine album. Potete inoltre consultare gli editoriali pubblicati finora. Attualmente abbiamo quelli del 27 aprile, 20 aprile, 13 aprile, 6 aprile, 30 marzo, 23 marzo, 16 marzo, 9 marzo, 2 marzo, 23 febbraio, 16 febbraio, 9 febbraio, 2 febbraio, 26 gennaio, 19 gennaio e del 12 gennaio.

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Tracklist