Weekend di pubblicazioni discografiche e streaming. Ascolta gli album di David Byrne, Editors, Oneida e altri

Un ragionamento su autorevolezza, status ingombranti e ricerche di una propria identità fa da filo rosso per il nuovo editoriale settimanale. Abbiamo preso in esame e vi proponiamo gli ascolti (e le recensioni) dei nuovi album di David Byrne, Oneida, Of Montreal, George Fitzgerald, Young Fathers, Eric Chenaux, Jonny Greenwood e altri ancora

NB: salvo quando diversamente indicato, trovate l’ascolto Spotify di ogni disco citato nella relativa pagina album.

Parafrasando Luca Guadagnino: chiamiamolo con il suo nome. Pur con i dubbi e le critiche che leggerete nella recensione di Rennis, questo è senza dubbio il week-end di David Byrne. Il suo American Utopia è importante innanzitutto perché sigla il ritorno di uno dei principali maître à penser del rock colto (e della popular music tutta), ma anche perché al netto della collaborazione con St. Vincent, era dal 2004 che il musicista statunitense non sfornava un disco solista (da Grown Backwards per la precisione). Metteteci anche che lui è uno che cerca sempre di «non indossare mai i propri vestiti», che il disco supporta un tour che sarà il più grandioso dai tempi di Stop Making Sense e che a collaborare al disco troviamo eccellenze come Brian Eno, un produttore solido come Rodaidh McDonald (The XX, King Krule, Sampha, Savages) e una manciata di affermati prezzemoli come Daniel Lopatin (AKA Oneohtrix Point Never), Jam City e Sampha, ed ecco serviti i principali motivi per ascoltarlo. Poi come detto poc’anzi, qualche difettuccio da evidenziare c’è, non parliamo di un album indimenticabile e via dicendo, ma occhio a sottovalutarlo: questo è pur sempre uno di quei dischi che nei momenti migliori trovano la chiave di lettura di un presente complesso osservandolo con un misto di ironia, melanconia e acume.

Diciamo che se Byrne non riesce a scrollarsi di dosso una tradizione personale identitaria e ingombrante, ecco che il paragone con gli Editors risulta calzante per i motivi opposti. Loro che quello status di grandezza e riconoscibilità non lo hanno mai davvero raggiunto, in Violence possono alzare i volumi e digrignare i denti, ma la verità, alla fin fine, è che sono ancora oggi una formazione giovane, alla ricerca di una propria identità (recensione sempre di Rennis). Continuando da questa angolazione, l’ultimo album di Albert Hammond Jr. è altrettanto emblematico. Spacciato quasi per un concept, una metafora della vita e della morte, con tutto lo strombazzo della storia di un gemello nato morto – manco fosse Elvis o il Cave di The Firstborn Is Dead – il suo è invece il classico caso in cui un solista ci rifila la cornucopia del marchio di fabbrica della sua band di sempre, gli Strokes. Band che, differentemente dagli Editors, un’eredità ingombrante e generazionale con cui fare i conti ce l’ha e, appunto per questo, non giustifica un disco a rimorchio come Francis Trouble (recensione di Caterina Mauro).

Sulla falsariga ci sono anche gli Young Fathers di Cocoa Sugar, con la differenza che il loro piazzarsi nel mezzo di un incrocio a tre vie tra Tunde Adebimpe, Benjamin Clementine e Kele Okereke, ci lascia, a ascolto finito, il profumo di una splendida incompiutezza (recensione di Edoardo Bridda). E’ complicato oggi, come lo è sempre stato, fare i conti e surclassare le proprie influenze, trovare la propria cifra stilistica, e ne sanno qualcosa gli autodefinitesi ambiziosi Gengahr. La band, inizialmente in scia Alt-j, torna oggi con una nota formula tra indie, elettronica ed exotica che nell’Inghilterra di questi anni ’10 ha raccolto un certo successo e consensi pure da noi, eppure, soprattutto nel loro caso, lo scotto da pagare è l’inserirsi in un filone senza riuscire a rendersi riconoscibili, a fare la differenza, con il loro Where Wildness Grows (recensione di Rennis). Chi invece riesce a dirlo sempre uguale (leggi: un misto di glam, disco, psichedelica e pop) e sempre un poco diverso (in questo caso assorbendo osmoticamente da una contemporaneità statunitense fatta di produzioni hip hop, r’n’b, ecc.) è il classe ’74 Kevin Barnes, che non esalta ma neppure annoia in White is Relic/Irrealis Mood, disco che si presenta meno pantagruelico e stravagante rispetto al recente passato, ma appunto per questo compatto, efficace e totalmente autorevole nel suo campo. Che sia un disco of Montreal lo riconosci dalle prime note e che riesca a tenere alta l’attenzione per buona parte della durata è un risultato prezioso e affatto scontato (recensione di Diego Ballani).

Complimenti e solo complimenti, invece, per gli sfaccettati, duri, melodici, avventurosi e sfrontati Oneida di Romance. La band torna in solitaria dopo ben sei anni riconfermando di essere la miglior cosa che potesse accadere al rock nel terzo millennio. Anche nel loro caso, a fronte di un disco che ne presenta intatta la cifra stilistica – reiterazione, minimalismo, krauterie varie, improvvisazione e composizione in egual misura, libertà compositiva e approccio quasi “olistico” – la formazione riesce a (ri)presentarsi con una nuova eccitante e mutevole forma (recensione di Stefano Pifferi). Altro bel lavoro da segnalare questo fine settimana è quello di Maurizio Abate: Standing Waters potrebbe sembrare un inno all’immoblismo e alla stasi, e in parte lo è: inoltre, rappresenta un’ulteriore prova di magnetismo espressionista per quello che è uno dei più profondi chitarristi italiani di oggi (recensione di Pifferi). Sempre dalle parti dell’eccellenza chitarristica, e con uno spiccato accento cinematografico, abbiamo anche Paolo Spaccamonti e Jochen Arbeit – proposti in anteprima questa settimana – che escono ufficialmente con il loro bel CLN, ovvero “Comitato di Liberazione Nazionale”.

Spostandoci sull’elettronica, altre discrete cose arrivano da All That Must Be di George Fitzgerald, degno producer di una materia altrettanto pasturata (e un poco abusata) in questi anni ’10, e parliamo sostanzialmente di (prog) pop house tra progressioni UK garage, uggiosa emotività di marca Jon Hopkins, raffinatezze Bonobo (anche featurer), morbido soul (Tracey Thorn altra guest) e umbratili aperture mittel-idm (recensione di Valerio di Marco). Mentre su un taglio soul, jazz, folk, glitch-tronico, abbiamo quello che sembra un prezioso lavoro autoriale: Slowly Paradise di Eric Chenaux. Ritornando ai ritmi da un’angolazione deep (dish), abbiamo il nuovo EP dei Souldynamic (Chameleon EP Vol.1 – non presente su Spotify), e su Tresor esce Conic Sections, album di debutto di Gerald Donald dei Drexciya con l’alias XOR Gate (non presente su Spotify).

Dall’Italia segnaliamo Ancora meglio, disco prodotto da Nicola Roda (Keaton) ed Enrico Roberto (Lo Stato Sociale) che inaugura il percorso musicale di Cimini all’insegna dell’intimismo e del pop d’autore. Escono poi i veterani Negrita con Desert Yacht Club, per l’indie, gli The Shalalalas con Boom (recensione di Valentina Zona) e per l’alternative rock i Ministri con Fidatevi. Soundtrack: ancora una volta Jonny Greenwood, che ha curato la colonna sonora di You Were Never Really Here. Metal: i Ministry tornano con AmeriKKKant.

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Come scritto all’inizio, trovate tutti gli streaming Spotify degli album citati nelle rispettive pagine album. Potete inoltre consultare gli editoriali pubblicati finora. Attualmente abbiamo quelli del 2 marzo, 23 febbraio, 16 febbraio, 9 febbraio, 2 febbraio, 26 gennaio, 19 gennaio e del 12 gennaio.

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