Weekend discografico. Tra i dischi in streaming Vinicio Capossela, The National, Carly Rae Jepsen, Helm,

Questo anno, discograficamente parlando, è iniziato bene, e senza dilungarci qui in riassunti delle puntate precedenti (come abbiamo già fatto) vi rimandiamo agli editoriali passati per una mappa di ascolti e recensioni. Attualmente abbiamo quelli del 10 maggio, 3 maggio, 26 aprile, 19 aprile, 12 aprile, 5 aprile, 22 marzo, 15 marzo, 8 marzo, 1 marzo, 22 febbraio, 15 febbraio, 8 febbraio, 18 gennaio, 25 gennaio e 1 febbraio.

Weekend polarizzato da due attesissime nonché importanti uscite, c’è poco da fare. E non stiamo parlando di importanza di casata o casacca, del banale prestigio, di qualcosa legato al nome, della serie “è uscito il nuovo album dei Rolling Stones” dentro cui sai benissimo cosa troverai, ma di due produzioni che tastano nervi scoperti, sondano, snodano, sperimentano, si sforzano di dire qualcosa di o sul contemporaneo, e lo fanno avvalendosi di soluzioni arrangiative che non ricalcano grammatiche ingessate e perfettamente riconoscibili. Perché non è certo una novità: dei National e di Capossela, partendo dalla costruzione di frasi e periodi fino ad arrivare alle singole virgole, sappiamo tutto, e proprio quello ci aspettiamo di trovare nei loro dischi. Eppure…eppure, diversamente dai dischi di un Roger Waters (per citare un altro che non si discosta di un millimetro da un risaputo abecedario), in I Am Easy To Find e Ballate per uomini e bestie ritroviamo indizi e urgenze importanti.

Da una parte abbiamo Matt Berninger e co. che continuano a lavorare sulla propria caratura, affidandosi questa volta alla coralità (Gail Ann Dorsey, collaboratrice di lungo corso del Duca Bianco, Sharon Van Etten, Lisa Hannigan, Mina Tindle e il coro giovanile di Brooklyn), mettendo da parte il minimalismo di Sleep Well Beast per produrre, anzi, un disco massimalista per generi e soluzioni esplorate ma anche per durata (oltre l’ora). Dall’altra abbiamo un Maestro stilisticamente enciclopedico che forse non ha mai spinto tanto sull’urgenza, sulla lettura del presente, ricorrendo al simbolico come denuncia della deriva civile e umana in corso. I rischi per entrambi vanno da sé e sono legati allo scadere in una verbosa retorica, in una ibrida, multi-sfaccettata (e iper-colorata, nel caso dei National) caricatura. Azzardi, e lo leggiamo nelle recensioni di Fernando Rennis (per I Am Easy To Find) e Stefano Solventi (per Ballate per uomini e bestie, in arrivo domani), che sono stati ampiamente scansati.

Scansati i macigni, il disco che ci sentiamo di consigliare subito dopo punta da tutt’altra parte: Chemical Flowers di Helm è un lavoro dark ambient che mischia tensioni e riflessività, l’astratto con il reale, in otto pezzi che sembrano – e sono parole di Luigi Lupo – dipingere una metropoli in caduta libera, una discesa, fisica e morale, che termina in un tetro tappeto di droni e oscure campane. Parliamo anche qui di un disco che con la contemporaneità ha totalmente a che fare: vischioso, surreale nel suo concreto avverarsi, plastico nelle forme eppure tagliente per incastri e complessità. E quando si parla di elettronica, concetti come futuro, sci fi, ibridazoni tra uomo e macchina, sono tanto comuni quanto facilmente deperibili nelle caricature di cui sopra: è il caso dell’operazione compiuta dalla poster girl della Berlino minimal che fu, Ellen Allien, che nel nuovo Alientronic si accoda alla retromania (che nel suo caso si traduce in ritorno alle origini techno e al rivangare nello sci-fi degli 80s) in un disco non insufficiente, ma un poco intrappolato tra posizionamento e segmento di mercato (recensione di Daniele Rigoli). Un po’ nostalgico è senz’altro anche l’EP Love Remixes, il remix album dell’omonima traccia di Luke Slater contenuta nell’album Freek Funk del 1997. La particolarità però è che troviamo Burial ad aprire la scaletta. Sempre a proposito di elettronica futuro e tensione: dal giro Bristol Batu è sempre uno da tenere d’occhio (False Reeds) come pure Zomby (Vanta) e Alessandro Adriani (Morphic Dreams). Ritornando all’ambient con la quale abbiamo aperto questa agile sezione di ascolti, è interessante anche We Fall, il disco di Josephine Wiggs, meglio conosciuta come bassista dell’alt rock band statunitense simbolo degli anni ’90 Breeders. Un lavoro umbratile, che si avvale del prezioso aiuto di Jon Mattock alla batteria (Spacemen 3, Spiritualized), figlio dell’ambient di Eno e del languido pianismo di Harold Budd, dunque degli incastri digital-acustici di Alva Noto e Ryuichi Sakamoto.

Umbratile ma in senso scottwalkeriano è pure Love Is di Fabian Altstötter aka Jungstötter, cantautore tedesco già leader dell’indie pop band locale Sizarr. Un disco di buona fattura il suo, di cui ci parlerà presto Elena Raugei ma che già vi consigliamo di ascoltare se amate Nick Cave, Anthony Hegarty e co. Dicevamo della tensione, e se c’è un aspetto preponderante nell’oggi è proprio questa. Di nervi tesi espressi in un linguaggio post-punk che sa ancora trovare i suoi ganci con la contemporaneità è fatto Gastwerk Saboteurs, l’album di debutto degli Imperial Wax, ovvero Keiron Melling, Dave Spurr e Pete Greenway, tre longevi membri della line up finale dei Fall del compianto Mark E. Smith, con l’aggiunta del cantante/chitarrista Sam Curran. Ce ne parla Valentina Zona nei termini di un’operazione identitaria, audace, coesa, in una parola riuscita. E di tensione un po’ stereotipata parliamo invece nel caso di A Fine Mess, l’EP degli Interpol che contiene cinque brani registrati durante le session di Marauder con Dave Fridmann, in cui frasi e periodi, virgole e punti a capo sono esattamente lì dove ce li aspettiamo.

Alleggerendo decisamente i toni plumbei e seriosi con i quali abbiamo raccontato alcuni dei dischi più significativi usciti questo weekend, troviamo il nuovo Tyler The Creator (Igor) e due ragazze alle prese con soft rock e pop totalmente FM radiofonico: Carly Rae Jepsen e Alex Lahey. La prima viene dal Canada e fa un delicato/androgino r’n’b elettronico strattonato da funk e falsetti in zona Weeknd via Jackson family (Dedicated). Per esser cattivi, fate conto una Robyn anonima. Mentre la seconda è australiana e mescola chitarre r’n’r come potabilmente grunge a una bella dose di melodie bubblegum, fate conto a una versione 2.0 di Suzi Quatro, o meglio una Courtney Barnett meno interessante.

Arriviamo alla consueta parentesi dedicata al jazz in cui spiccano alcune produzioni notevoli, in primis il Brad Mehldau di Finding Gabriel di cui vi abbiamo detto la scorsa settimana in occasione della condivisione dello streaming integrale del disco e su cui non ci attardiamo ulteriormente. Vi parliamo estesamente invece Devotion, nuovo album del trombettista jazz e compositore statunitense Dave Douglas in trio con il fidato Uri Caine al pianoforte e il leggendario Andrew Cyrille alla batteria. Le dieci tracce sono una lettura personale di altrettante vecchie canzoni estratte dal Sacred Harp, canzoniere di inni sacri e canti corali da eseguire a cappella: una tradizione antenata del gospel e ancora oggi praticata. C’è poi il secondo album per il duo composto dal sassofonista e clarinettista statunitense Alex Harding e dal pianista romeno Lucian Ban. In uscita su Sunnyside Records, Dark Blue segue a distanza di ben diciassette anni il precedente Somethin’ Holy e testimonia come una lunga e fruttuosa collaborazione tra due (o più) musicisti possa sbocciare anche quando questi provengano da percorsi e luoghi geografici differenti: «si tratta soltanto di far scattare una scintilla che generi una connessione. Per Alex Harding e Lucian Ban questa scintilla fu la musica blues». Chiude questa breve carrellata l’Elliott Sharp di Syzygy: figura centrale dell’avanguardia e della scena musicale sperimentale di New York da oltre 30 anni, Sharp ha pubblicato più di ottantacinque progetti discografici che vanno dalla musica orchestrale al blues, dal jazz al noise, dalla no wave alla techno. A Syzygy hanno collaborato anche Steve Piccolo (voce, basso e oggetti), Giancarlo Schiaffini (trombone), Walter Prati (violoncello elettrico), Francesca Gemmo (piano), Gak Sato (theremin) e Sergio Armaroli (vibrafono).

Per chiudere, vi informiamo che sono usciti anche i dischi di Kangding Ray (Predawn Qualia EP), DJINN (DJINN), Doomsquad (Let Yourself Be Seen), Ryan Pollie (Ryan Pollie) e DJ Tennis (Gordon Starck EP).

[per la parte relativa al jazz: Fabrizio Zampighi e Davide Ingrosso]

17 Maggio 2019 di Edoardo Bridda
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