Weekend discografico. Tra i dischi in streaming Tim Hecker, Mac DeMarco, Clinic, Gong e Holly Herndon

Questo anno, discograficamente parlando, è iniziato bene, e senza dilungarci qui in riassunti delle puntate precedenti (come abbiamo già fatto) vi rimandiamo agli editoriali passati per una mappa di ascolti e recensioni. Attualmente abbiamo quelli del 3 maggio, 26 aprile, 19 aprile, 12 aprile, 5 aprile, 22 marzo, 15 marzo, 8 marzo, 1 marzo, 22 febbraio, 15 febbraio, 8 febbraio, 18 gennaio, 25 gennaio e 1 febbraio.

Iniziamo dai caldi colori cosmic prog dei Gong o dal cottage psych dei Clinic? Oppure vogliamo stravaccarci al sole con Mac DeMarco? Scegliamo i ragionamenti filosofici/accademici di dThed e Holly Herndon o più banalmente attacchiamo la radio e ci sintonizziamo sul primo autotune beat che capita? Basta scegliere, basta un click, e da queste parti oltre agli streaming trovate anche un po’ di pensiero critico. Fa un certo effetto leggere di prove non proprio super convincenti da parte di gente che solitamente da queste parti accogliamo piuttosto bene, per non dire a braccia aperte: Tim Hecker lo preferiamo in guise più astratte e concettuali piuttosto che nell’Anoyo recensito da Edoardo Bridda, Holly Herndon ci esaltava di più quando era ironica e beffarda in Platform piuttosto che seriosa e accademica come è ora, eppoi questa narrativa basata sulla AI Spawn ci ha lasciati più perplessi che convinti (PROTO, recensito da Giuseppe Zevolli). Anche il buon vecchio Mac DeMarco si è bevuto un po’ troppo questa caricatura di se stesso, e può certo far molto di più di quello che abbiamo ascoltato in Here Comes the Cowboy (recensione di Elena Raugei e approfondimento di Bridda).

Dai sopracitati Gong di The Universe Also Collapses, che continuano la saga dopo la morte di di Daevid Allen (deceduto nel 2015), ci aspettiamo la stessa bontà e coerenza che abbiamo ascoltato nel disco dei Clinic, Wheeltappers and Shunters, che è un prodotto per fan, ma anche per tutti coloro che vogliono (ri)scoprire i segreti e le magie dello stralunato altromondo psichedelico del nord dell’Inghilterra. Gente come Beta Band dalla fredda Scozia o magari i Super Furry Animals dall’alieno Galles, sono tesori inestimabili che non vanno perduti, e così ben venga un nuovo album del quartetto di Liverpool, unico rimasto di questa stirpe 90s. A proposito di Canterbury e della psichedelia più acida, date un ascolto (e una letta) anche a Tan Man’s Hat, pubblicato qualche tempo fa RareNoise. È un trip assurdo, assolutamente meritevole.

Dicevamo più sopra della Herndon, introducendo indirettamente un discorso sulle cosiddette musiche HD: ebbene, di dischi che ragionano in questi termini e dunque su questa nostra complicata e analogico/digitale contemporaneità, ce ne sono in abbondanza questo mese: Nicolò arpinati ci parla dei convincenti EP di Simon Grab e Kujo, ma il lavoro che più ci ha convinti è hyperbeatz vol. 1, esordio di dTHEd, sigla insolita nata dall’incontro ancor più insolito tra un vonneumann, al secolo Fabio Ricci, e i due Ask The White, ossia Isobel Blank e Simone Lanari. «Panorami in HD, architetture iper funzionaliste, cieli di ghiaccio e veleno che osserviamo dall’oblò delle nostre pupille, come in un western del 3000 d.c., aspettando la pioggia che queste nuvole ostili promettono»: tutto questo e molto di più vi aspetta nei suoi solchi, in quello che è uno dei nostri TOP Album del mese – e probabilmente dell’anno – recensito su queste pagine da Nazim Comuale.

Se vogliamo staccare un attimo da tutta questa musica concettuale, una leggenda vivente come Lee ‘Scratch’ Perry con un disco prodotto dall’amico e collega Adrian Sherwood sulla sua On-U Sound è quello che ci vuole. S’intitola Rainford e pare che sia la più intima e personale produzione del pioniere dub di Kendal (peccato però che mentre scriviamo lo abbiano riprogrammato a fine mese, pazienza ne riparleremo, nel frattempo in ascolto nella pagina dedicata trovate un brano). Se vogliamo invece pensare che esista ancora qualcuno che imbracci la chitarra e faccia degli accordi duri e puri, ecco che gente come BIG | BRAVE alterna quiete a momenti heavy, minimalismo a potenzialità “melodiche” nel valido A Gaze Among Them. Non possiamo dire lo stesso di Problems, nuovo – sesto – disco dei Get Up Kids, con il loro pop punkizzato e dunque, ancora una volta, criticato e criticabile; stessa cosa per la produzione – a cura di Matteo (itpop) Cantaluppi – del nuovo Fast Animals And Slow Kids, Animali Notturni, il primo su major. Sempre major, dall’Italia e con una produzione piuttosto infiocchettata, sono Izi, con Aletheia, e lo diciamo per il gusto (e il brivido) di passare da un disco post-hardcore addomesticato-patinato-tribolato a uno trap da smiagolata Instagram auto-tune-edulcorata. E sempre per saltar di palo in frasca Musione è il valido secondo album della band palermitana Smuggler Brothers, un peculiare omaggio alle colonne sonore morriconiane e alla library music.

Di musica particolarmente visiva è intriso anche l’omonimo album di debutto di Dark Morph, progetto che vede protagonisti Jónsi dei Sigur Rós e il compositore svedese Carl Michael von Hausswolff, ma anche – va da sé – Images di Synkro (recensione di Daniele Rigoli). E sempre di colonne sonore parliamo in un modo o nell’altro con Are You A Dreamer? dei Death And Vanilla.

Per quanto riguarda il jazz, questa settimana segnaliamo tre interessanti dischi. Il primo è Finding Gabriel del pianista Bred Mehldau, di cui in teoria avremmo dovuto parlarvi la prossima settimana, visto che esce il 17 maggio, ma che trovate in streaming integrale già da ora nella nostra news. Il secondo è Invincible Nimbus del gruppo berlinese di Anne Mette Iversen, contrabbassista e compositrice di origini danesi. Il quartetto – completato dal sassofono contralto di Silke Eberhard, dal trombone di Geoffroy De Masure e dalla batteria di Roland Schneider – propone dieci brani originali, freschi e moderni, ma con le radici ben piantate nella tradizione jazz: grande senso dello swing, trame orizzontali, post-bop e spazio in abbondanza per le improvvisazioni e l’intuito di ogni musicista. Infine segnaliamo il nuovo album del quartetto del sassofonista, flautista e compositore israeliano Albert Beger (classe 1959), che si fa accompagnare dai fidati Milton Michaeli al pianoforte, Shay Hazan al contrabbasso e Ofer Bymel alla batteria. In queste sei composizioni originali, scritte dallo stesso Albert Beger, il quartetto ancora una volta avvicina l’Oriente all’Occidente, l’avanguardia alla tradizione, il rigore all’imprevisto, la composizione contemporanea alle premesse di uno spiritual-jazz aggiornato al presente.

Sempre questo WE escono anche i dischi di I Hate My Village (l’EP I Hate My Bonus Tracks che accompagna anche la prima release in cd dell’omonimo album), Logic (Confessions of a Dangerous Mind con un sacco di ospiti tra cui Emiem), Craig Leon (Anthology of Interplanetary Folk Music Vol. 2: The Canon), Steve Moore (Beloved Exile), Nots (3) e Maps (Colours. Reflect. Time. Loss.). A livello di singoli mainstream sono usciti: Ed Sheeran e Justin Bieber (I don’t Care), Madonna (Crave con Swae Lee) e il singolo postumo di Avicii (Tough Love)

[per la parte relativa al jazz: Fabrizio Zampighi e Davide Ingrosso]

10 Maggio 2019 di Edoardo Bridda
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