Weekend discografico. Tra i dischi in streaming Dream Syndicate, Big Thief, Vampire Weekend, Caterina Barbieri e Daniele Silvestri

Questo anno, discograficamente parlando, è iniziato bene, e senza dilungarci qui in riassunti delle puntate precedenti (come abbiamo già fatto) vi rimandiamo agli editoriali passati per una mappa di ascolti e recensioni. Attualmente abbiamo quelli del 26 aprile, 19 aprile, 12 aprile, 5 aprile, 22 marzo, 15 marzo, 8 marzo, 1 marzo, 22 febbraio, 15 febbraio, 8 febbraio, 18 gennaio, 25 gennaio e 1 febbraio.

Si tira un po’ il fiato dal punto di vista del flusso e della quantità di uscite discografiche, questo weekend, nello stesso tempo però va registrato un picco dal punto di vista della qualità da parte di un trittico di uscite, tutte regolarmente recensite e marchiate col solito sigillo TOP ALBUM. Iniziamo dai Dream Syndicate, che con questo These Times segnano il loro secondo album post-reunion dopo Did I Find Myself Here?. Non hanno fatto uno di quei ritorni da astinenza da palco, perché questo disco, secondo Stefano Solventi, è la riprova che «il rock è vivo e lotta assieme a noi». E questo per farvela molto breve, perché gli argomenti sul piatto sono tutt’altro che retorici, e per quelli vi rimandiamo alla recensione.

Altro asso del 3 maggio è Caterina Barbieri, che con l’elettronica impressionistica di Ecstatic Computation fa un altro bel centro e anzi sigla, nelle parole di Pogliani, un ammirevole e appagante bilanciamento tra rigore, passione ed emozione. La palette a disposizione è più ampia, così come la voglia di mettersi in gioco. Terzi, ma non certo in ordine di qualità, ci sono i Vampire Weekend. Che disco e che scrittura, questo Father of the Bride! Nella recensione di Alessandro Liccardo se ne parla nei termini di un trionfo: un disco folle, avvincente, enciclopedico, strabordante di idee e di intuizioni. L’abilità nel giocare con più stili è rimasta intatta, ma si sposa con una scrittura maggiormente matura e sicura.

“Maturità” sembra la parola chiave che accomuna questo trittico di premiati lavori e maturità è anche la parola che spendiamo per U.F.O.F., che segna il ritorno dei Big Thief, un album che testimonia una crescita costante, delicata, incredibilmente naturale per la band, afferma Carmine Vitale nel suo articolo, come è vero che qui “naturale” fa rima con “concreto”: a tenere assieme le sottilissime trame del disco troviamo la voce di Adrianne Lenker, eterea sì, ma centrale e ancor più protagonista che in passato.

Addentrandoci su territori tra Sleater-KinneyR.E.M, dobbiamo dirvi del disco di Corin Tucker e Peter Buck, che da quelle band provengono. Emerald Valley è un lavoro onesto, la cui formula è rimasta pressoché invariata rispetto al debutto Invitation, senza che questo debba venir letto come un difetto (e ce lo spiegherà Elena Raugei a breve). Onesto e classico – nel rispettivo genere – è anche il disco delle ritrovate e impellettate L7 di Scatter the Rats, un album, il loro, fatto senza particolari novità o evoluzioni che facciano sentire il tempo trascorso. È punk, è metal, è pop, qualcuno dirà grunge, e va bene così; rimane il fatto che è una prova con pezzi discreti e accattivanti, e altri nella media. Materia destinata ai fan insomma (recensione di Tommaso Iannini in arrivo) come pure quella proposta dai Bad Religion di Age Of Unreason.

Anche la techno regala soddisfazioni: il weekend vede tornare l’asso britannico Samuel Kerridge qui alla sua prima prova con ospite femminile al canto, ovvero la synth-rocker Taylor Burch. L’analisi che ne fa Nicolò Arpinati in sede di recensione è interessante, così come il parallelo con il percorso artistico di Andy Stott. Techno è l’ombrello che definisce la musica proposta da Paula Temple sulla sua Noise Manifesto, ma di sola techno non è fatto il suo album di debutto Edge Of Everything. Il prefisso da mettere qui è harsh noise, e una dose di retaggio rave belga dei 90s è pure contemplata.

Dall’Italia abbiamo tre proposte che sembrano collocarsi idealmente su altrettante rispettive generazioni: Teresa De Sio per quella dei nati negli anni ’50 (Puro desiderio), Daniele Silvestri per quella tra i ’60 e i ’70 (La Terra Sotto I Piedi) e Contini per quella tra i ’70 e ’80 (Continentale). Segnaliamo anche The Blanck Mass Sections degli Editors, con una selezione di brani appartenenti all’ultimo album Violence a venir rivitalizzati da elettronica e dimensione live (recensione di Fernando Rennis). E sempre durante il weekend sono usciti i dischi di Lucy Spraggan (Today Was A Good Day) e dei fiorentini /handlogic (Nobodypanic). E non dimentichiamoci che da questo fine settimana è per la prima volta disponibile su Spotfy e Apple Music l’intero catalogo di Diamanda Galas.

Parentesi dedicata al jazz. Tra gli album stranieri segnaliamo, in uscita il 3 maggio per la statunitense Shifting Paradigm Records, Triage, il nuovo album del trio composto da Chris Lomheim (pianoforte), Michael O’Brien (contrabbasso) e Jay Epstein (batteria). «Questo piano trio – leggiamo nelle note di Kevin Finnerty – combina un lirismo straordinario con una consistente ricchezza melodica, in ognuna delle composizioni», assieme a citazioni che rimandano agli standard del primo John Coltrane e all’universo pianistico di Bill Evans. Ci sono poi gli Sly Horizon di The Anatomy Of Light, trio fondato da Rick Parker (trombone, elettronica, sintetizzatore), Álvaro Domene (chitarra elettrica a sette corde, elettronica) e Jeremy Carlsted (batteria, percussioni): nel disco si colgono influenze disparate, che vanno ben oltre il jazz e l’improvvisazione, un lavoro che «ha tutto il potenziale per fare appello a una vasta gamma di ascoltatori, inclusi i fan del jazz più avventuroso, del metal dalle larghe vedute e i devoti alla musica ambient ed elettronica». Per quanto riguarda il jazz italiano, citiamo invece tre dischi piuttosto interessanti. Da un lato il nuovo dei Blend 3 di Andrea Grossi (assieme all’alto-sassofonista Manuel Caliumi e al chitarrista Michele Bonifati), ovvero Lubok, otto composizioni originali (meglio faremmo a parlare di compo-improvvisazioni) e una reinterpretazione di Van Gundy’s Retreat, brano di Tim Berne, sassofonista la cui lezione pare sia stata ben assorbita da Grossi e soci. Poi gli Òligo del pianista Enrico Ronzani, del batterista Giacomo Scheda e del contrabbassista Henrique Molinario, impegnati con Laura in una musica piuttosto riflessiva, in cui a un pianismo modale ma tutto sommato ortodosso si unisce una parte ritmica che richiama talvolta ambiti diversi dal jazz più classico. Infine un gruppo di lavoro formato da Federico Pierantoni al trombone, Enrico Ronzani al pianoforte e dalla voce di Sara Battaglini, per un Dalia che rappresenta il disco d’esordio di quest’ultima. Siamo dalle parti di un jazz arioso ed elegante, capace di circoscrivere un cantato pulito e virtuoso, e in qualche caso nei paraggi della musica contemporanea. Buoni ascolti!

[per la sezione jazz: Fabrizio Zampighi e Davide Ingrosso]

3 Maggio 2019 di Edoardo Bridda
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