Weekend discografico. Tra i dischi in streaming The Cranberries, Lamb, Sunn O))), Kevin Morby, Nick Murphy

Questo anno, discograficamente parlando, è iniziato bene, e senza dilungarci qui in riassunti delle puntate precedenti (come abbiamo già fatto) vi rimandiamo agli editoriali passati per una mappa di ascolti e recensioni. Attualmente abbiamo quelli del 19 aprile, 12 aprile, 5 aprile, 22 marzo, 15 marzo, 8 marzo, 1 marzo, 22 febbraio, 15 febbraio, 8 febbraio, 18 gennaio, 25 gennaio e 1 febbraio.

In mezzo ai ponti succede il disastro. Sono davvero tantissime le uscite di peso questo weekend di fine aprile. Variegate senz’altro in termini di generi e stili, come valide – se non molto valide – nelle rispettive proposte. Iniziamo con l’artiglieria pesante: il nuovo album dei Sunn O))) di Greg Anderson e Stephen O’ Malley torna alle lunghezze/lentezze solite ma, rispetto allo scialbo Kannon, sembra lievemente rinvigorito e con qualche variazione sul canone che ce lo fa apprezzare, ci dice Stefano Pifferi in sede di recensione di Life Metal. Mentre dall’incontro tra Marissa Nalder e il cantante/chitarrista dei Cave In e Mutoid Man, Stephen Brodsky, vien fuori un fosco album di droning – Droneflower appunto – di cui ci dice Elena Raugei. Se vi piacciono i Coil, non perdetevi Sensudestricto, del duo UnicaZürn, che prevede lunghi brani immersivi per sax, chitarra ed elettronica. E se vi piace il dub, interessante è Trinity Thirty, l’operazione compiuta da Deadbeat e Camara: una riscrittura di un lavoro di 30 anni fa, The Trinity Session dei Cowboy Junkies, diviene il terreno su cui Deadbeat e la sodale Camara sperimentano, rivedendo l’originale in una sensuale, “dubbosa”, malinconica rendition (recensione di Stefano Pifferi). Fosca ma romantica è invece la nuova prova di uno dei nostri crooner preferiti, Hugo Race, qui di nuovo a capo dei suoi Fatalists. Taken By The Dream è una prova sospesa nel tempo, tra deserti e Mediterraneo, venti psych e anima blues (recensione di Fabrizio Zampighi in arrivo). E di songwriting fatto così, in stato di grazia, ce n’è anche a casa Kevin Morby, che si conferma in Oh My God come una rara promessa mantenuta, come leggiamo nella recensione di un Carmine Vitale che definisce il disco «un piccolo e prezioso classico».

Che poi, se l’aria che tira è quella di una suburbia tutta americana, a dare la sua testimonianza questo weekend c’è anche il frontman degli Hold Steady, Craig Finn. Il suo quarto album – I Need A New Warva alla ricerca di empatia in un orizzonte politico di incertezza (recensione di Marco Boscolo), un terreno similare a quello in cui si muove il cantante blues americano Josh Ritter, che in Fever Breaks allunga lo sguardo su più tradizionali roots stellestrisce, quando invece i Mountain Goats di In League With Dragons lo estendono persino alla rock opera. Altrettanto ambiziosi i Foxygen di Seeing Other People, che virano sul porto sicuro degli 80s condendo il loro intingolo con una buona manciata di spezie: disco, funk, Queen, Depeche Mode, Nick Cave e non ultima la citazione al Boss, di cui questo weekend celebra il ritorno. In coda a questa che pare una carovana di travellers c’è Peter Doherty che esordisce con i Puta Madres, fate conto una versione on the road, in senso kerouachiano, dei Libertines (con un songwriting che non pare memorabile).

Passiamo al songwriting al femminile e accogliamo a braccia aperte quel diamante pazzo che risponde al nome di Aldous Harding. La folksinger abbandona qui per un momento lo sconfinato pessimismo dei primi due lavori per mettersi sulla scia dell’etereo, toccandolo in più di un’occasione ma rimanendo fedele a una ispirazione profondamente terrena. Le parole sono quelle di Davide Cantire, che ci parlerà presto di Designer su queste colonne come dell’altrettanto sublime Welcome Home – autrice: Hannah Cohen – ci dirà Fabrizio Zampighi.

In tutto questo turbinio di uscite, in coda, ma non certo per ultime, segnaliamo quelle di altre pepite grezze che rispondono al nome di King Gizzard & the Lizard Wizard, sui quali è bene non dare nulla troppo per scontato. Il loro Fishing for Fishies, un po’ come i lavori dei sopracitati Foxygen, è massimalista per definizione, e mescola folk, prog, blues, boogie, honky tonk, cabaret, vaudeville, elettronica e molto altro (recensione di Tommaso Bonaiuti in arrivo). Su queste frequenze, da non perdere c’è anche Gece, secondo album degli olandesi Altın Gün: fate conto uno psych-rock e funk-folk influenzato dalla tradizione musicale turca. Roba irresistibile. Date una letta a ciò che scrive Elena Raugei, che marchia anche Top Album la loro proposta.

Per la serie, l’angolo degli ambiziosi e patinati: Nick Murphy (ex Chet Faker) torna con Run Fast Sleep Naked (che non ha lasciato impressionata Beatrice Pagni) e i Local Natives fanno un deciso passo in direzione mainstream mescolando falsetti Bee Gees e un misto tra sound rock classico da FM e moderne partiture cinematografiche in Violet Street. E se l’attesa per la prossima puntata di Game Of Thrones si è fatta spasmodica, e vero anche che è uscito For the Throne, disco che contiene una serie di canzoni ispirate alla famosa serie TV, tra cui troviamo gli inediti di Matthew Bellamy, The Weeknd, SZA, Travis Scott, National, A$AP Rocky, lo scomparso Lil Peep, Maren Morris, Joey Bada$$, Rosalìa, Ty Dolla $ign, Mumford & Sons, Lumineers e X-Ambassadors.

Questo WE sono usciti anche i dischi di Charlemagne Palestine e Rrose (The Goldennn Meeenn + Sheennrecensito da Nazim Comunale – è una rivisitazione di The Golden Mean, opera per due pianoforti del 1976 del compositore minimalista americano Charlemagne Palestine, qui accompagnato dall’enigmatico artista noto anche come Seth Horvitz e Sutekh), Soak (Grim Town), The Cranberries (In the End), Lamb (The Secret Of Letting Go, recensito da Marco Braggion), Alan Parsons (The Secret), DJ Nate (Take Off Mode), e per quanto riguarda le riflessioni sul futuro di footwork e bass-music, Swinging Flavors #8. Interessante anche la colonna sonora del film Kuro, composta dalla giapponese Tujiko Noriko – nome storico su Mego – e pubblicata dalla benemerita etichetta berlinese PAN (se vi piacciono i Visible Cloaks e l’ambient è il disco che fa per voi).

Ultima postilla dedicata al jazz, in cui per ora segnaliamo un paio di dischi italiani. Kinesis è il nuovo album del contrabbassista Nico Catacchio, uscito il 19 aprile 2019 per Alfa Music. Il disco è dedicato alla memoria del sassofonista statunitense Michael Brecker, che per Catacchio è stato «un modello strutturale e di procedimento alla costruzione di un’idea», e propone un jazz scapicollante e fisico e cerebrale al tempo stesso, di una certa complessità armonica, e tutto da ascoltare. Istante è invece la nuova fatica del quartetto del sassofonista Riccardo Federici, hard bop «riflessivo e leggero» capace di «fare i conti con gli eroi del passato», ma di guardare anche avanti, magari grazie a qualche ritmica vagamente bandistica o a qualche lentezza ben calibrata. Buoni ascolti!

[per la parte dedicata al jazz: Fabrizio Zampighi]

26 Aprile 2019 di Edoardo Bridda
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