Weekend discografico. Tra i dischi in streaming Lambchop, Apparat, Avey Tare, Andrew Bird e These New Puritans

Questo anno, discograficamente parlando, è iniziato bene, e senza dilungarci qui in riassunti delle puntate precedenti (come abbiamo già fatto in passato) vi rimandiamo ai precedenti editoriali per una mappa di ascolti e recensioni. Attualmente abbiamo quelli del 15 marzo, 8 marzo, 1 marzo, 22 febbraio, 15 febbraio, 8 febbraio, 18 gennaio, 25 gennaio e 1 febbraio.

Ci si muove tra la luce e l’oscurità, in questo weekend caratterizzato da un variegato insieme di pubblicazioni discografiche, con alcune di loro ad attestarsi tra le più attese di quest’anno nei rispettivi ambiti. Partiamo dalla luce al neon del nuovo lavoro di un Kurt Wagner sempre più solo al comando dei Lambchop. This (is what I wanted to tell you), nato da un’inaspettata ma da subito empatica collaborazione con Matt McCaughan (fratello minore di Mac, che è il co-fondatore della Merge), è l’ultimo avamposto di una ricerca che vede country e soul sposarsi non senza sottili frizioni e paciosi contrasti, tra modulari e autotune, oltre alla più classica strumentazione rock. Al contrario vive nell’oscurità il ritorno della creatura dei fratelli Jack e George Barnett, in arte These New Puritans. Elena Raugei, in sede di recensione, descrive il loro Inside The Rose come una sublime apocalissi neo-romantica di darkwave da camera, un’oscillazione di fiamme e petali su velluto nero. È il quarto album in undici anni di esistenza per la formazione, il primo dal 2014, anno in cui uscì Field of Reeds e il suo companion album Expanded (Live at the Barbican).

Un ritorno davvero folgorante il loro come pure quello, cristallino e iper-realista, che segna il ritorno di Sasha Ring in arte Apparat. Lp5 – differentemente dal suo Devil’s Walk e dai lavori firmati Moderat – è un disco maturo e sperimentale che si muove emancipato dal formato canzone soul-elettronico proposto sui palchi di tutto il mondo, e non rinuncia alla composizione da camera accarezzata fin dai tempi di Silizium. Come scriviamo in sede di recensione, è la prova della maturità di un Renaissance Man dell’era del digitale, un autore, compositore, produttore che più che sedurre, ama farsi guardare e ammirare. Riuscendoci. Si torna ad atmosfere umbratili e chiaroscurali, invece, con il nuovo album degli OoopopoiooO, duo formato da Valeria Sturba e Vincenzo Vasi. Elettromagnetismo e Libertà, che esce a un secolo esatto dalla nascita del theremin, è un nuovo affondo in un vischioso terreno chamber-elettroacustico in cui convivono «musica contemporanea, minimalismo, tarantelle techno, rap, musica popolare e filastrocche». Rimanendo in casa, è anche il weekend del ritorno di Giovanni Truppi, che all’esordio con la Universal mantiene intatta la propria ispirazione compositiva e lo slancio autoriale capaci di renderlo uno dei cantautori italiani più importanti degli ultimi anni: il suo Poesia e civiltà è uno spaccato ficcante e intelligente, aspro e romantico a un tempo, dei nostri giorni.

Di una pasta lucente par esser fatto My Finest Work Yet, l’album che segna il ritorno di un Andrew Bird tanto familiare quanto innovativo: il suono delle nuove canzoni è ripulito dalla polvere dei lavori precedenti, tra testi tormentati e melodie ottimiste. Folk, jazz e arrangiamenti seventies donano un’armonia quasi sbarazzina, vicina ai giochi tentacolari di Father John Misty. Cala nuovamente la notte in Grief Is The Thing With Feathers, il nuovo album di Teho Teardo recensito da Stefano Pifferi. Un disco figlio di concatenazioni particolari: reitera la collaborazione di Teardo col drammaturgo irlandese Enda Walsh dopo Ballyturk e Arlington e parte originariamente dall’omonimo romanzo di Max Porter, tradotto in italiano col titolo di Il Dolore è Una Cosa Con Le Piume, che l’irlandese ha poi messo in scena con la partecipazione del Cillian Murphy di “Peaky Blinders” (ritratto nella copertina del disco) e le musiche di Teardo, ma che i due, Teardo e Walsh, stavano leggendo praticamente in contemporanea e l’uno all’oscuro dell’altro. Tra il rosso rubino e il blu oceano, invece, la nuova prova di Avey Tare Cows On Hourglass Pond – sospesa nel tempo tra Sung Tongs e un futuro di folk songs. In pratica, come scriviamo in sede di recensione, è l’ennesimo di quei capitoli firmati dalla famiglia Animal Collective allargata – vedi anche Buoys – a stamparsi in fronte come assoluto oggetto di culto.

Smettendo le tinte fluo e venendo a proposte più ariose e pop, l’artista da tenere d’occhio – intervistata su queste pagine da Davide Cantire – è Nilüfer Yanya, che in Miss Universe si presenta alla prova lunga con un concept ambizioso e non privo di quelle imperfezioni che sono forse il suo tratto più caratteristico e distintivo. Un mix variegato di suoni e sensazioni, in un ventaglio che va da Cat Power agli ultimi melodici Strokes. Le altre due donne a produrre un disco significativo questo weekend sono Jayda G e Lafawndah. La prima con Significant Changes si muove, con classe ed eleganza, in territori tra house, disco e soul con un piglio non lontano da Grace Jones; la seconda con Ancestor Boy, opera con fare massimalista per conturbanti input tra post-colonialismo, r’n’b e art pop.

Apriamo una piccola parentesi anni ’90 con il ritorno di due band di culto come gli American Football (che rispolverano le loro atmosfere tra emo e post rock in American Football III) e gli Sleeper (con un pezzo con il feat. di JPEGMAFIA e un remix della It’s Cold In The Water di SOPHIE del producer) che riprendono in mano lo scettro del britpop in The Modern Age). Di sicuro dischi non imprescindibili, ma che un ascolto se lo meritano, come pure questo We Wanna Be Hyp-No-Tized che segna il ritorno degli Spiral Stairs di Scott Kannberg dei Pavement. Postilla indie: Nothing Happens il tanto fresco quanto innocuo l’indie pop-rock (di retaggio 00s) dei Wallows, band californiana di belle speranze all’esordio lungo direttamente su major (recensione di Zagaglia). 

Torniamo infine all’elettronica segnalando il bel Dj Kicks di Laurel Halo (un mix di ritmi ancor prima che di techno) e il mixtape di Flume Hi This Is Flume (con, The End di Shlohmo e un recupero novantiano con la buona stella di Aphex Twin nel cuore: si tratta di Dopamine dello sconosciuto producer olandese Rx-101 e ce ne parla, in sede di recensione, Nicolò Arpinati. Sulle contaminazioni con jazz c’è The Word Was Made Phresh è il secondo lavoro dei Phresoul, il primo disco su Hyperjazz Records, l’etichetta fondata a Roma da Raffaele Costantino in arte Dj Khalab. Sul un piano che ormai non può più dirsi trap (ma pop tout court) c’è Rkomi con Dove gli occhi non arrivano con ospiti tra gli altri Elisa e Jovanotti.

Non dimentichiamo poi che su binari più ruvidi e industriali, dove regna un cielo pestissimo, c’è Twilight Splendour dei londinesi Housewives e Planning:, l’ansiogeno disco dei Metro Crowd, super quartetto alternativo formato dal disegnatore Vic Sinex e da componenti di Holiday Inn (Gabor), Sect Mark (Ludovico T) e Mai Mai Mai (Toni Cutrone). Lo licenzia l’ineffabile Maple Death Records.

Infine riallacciandoci al country dei Lambchop, Riccardo Zagaglia ci parla questa settimana di Orville Peck, un crooner tra Roy Orbison e Morrissey arrivato dal nulla e che promette di rivoluzionare il country in ottica queer (!) senza rinunciare alla tradizione. E sempre da queste parti, addentrandoci nell’America perduta del Sud, con il distorsore e il deserto ben piazzati davanti al mix, abbiamo Fountain Fire, il disco di Bill MacKay. Ultimissima lato ristampe: è uscito Wedding Album, il disco realizzato in collaborazione da John Lennon e Yoko Ono pubblicato originariamente nel 1969.

22 Marzo 2019 di Edoardo Bridda
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