David Bowie in "Lazarus"

“Lazarus”. La morte come “performance art” nell’ultimo videoclip di David Bowie

Siamo nel mese di novembre 2015 e negli studi di Brooklyn a New York si stanno svolgendo le riprese di Lazarus, il secondo videoclip che promuoverà il nuovo album di David Bowie, Blackstar. Nonostante il clima rilassato, sono in pochi a conoscere la situazione: David Bowie è malato di cancro e già da qualche mese è in trattamento con i suoi medici, che proprio nella settimana di riprese di Lazarus decidono di interrompere tutto. Il cancro è terminale, le speranze sono finite e ormai non c’è più nulla da fare. Eppure, può ancora andare in scena il più grande spettacolo mai visto, il più sofisticato e delicato testamento artistico di un uomo che si è fatto icona, glam, rock, pop, avant-pop, post-punk, alternative, ambient, techno, industrial…

Sono gli stessi giorni in cui viene pubblicato il videoclip di Blackstar (19 novembre 2015), che segnava il ritorno di Bowie con un brano capolavoro che per la prima volta dopo tanto tempo riusciva a mettere d’accordo proprio tutti. Ma già il volto appariva eccessivamente scavato, l’impronta profetica del testo vistosamente esibita, un look tra lo psichedelico e il funereo così manifesto da far partire la macchina speculativa sulla sua salute, anche se in quel momento nessuno, ma proprio nessuno ci credeva veramente. «Sarà l’ultima trovata del grande artista e produttore di idee…», dicevano i più, e come avremmo voluto dar loro ragione, per una volta.

L’alternativa, decisamente più affascinante e stimolante sarebbe stata davvero un colpo troppo duro da affrontare, come fu alla fine del resto. E come lo è ancora, five years later. Il secondo videoclip proseguì quindi sulla scia del predecessore, sia per tematiche affrontate che per estetica; viene richiamato Johan Renck – che più tardi tutti avrebbero riconosciuto per il suo lavoro sulla miniserie Chernobyl – mentre l’ambientazione cambia vertiginosamente: dall’impalcatura spaziale e galattica di Blackstar si sceglie un secondo luogo dell’anima morente, ovvero un freddo letto d’ospedale immerso in una giornata di cui non vengono mai rivelati i contorni, come fosse cristallizzata nel tempo.

Look up here, I’m in heaven
I’ve got scars that can’t be seen

Sul letto, sofferente, gracile, quasi in trance, troviamo Bowie, una camicia ospedaliera, coperto fino al collo dalla coperta, bendato ma con dei bottoni che fungono da occhi. Il suo è un corpo terrestre ormai alla fine della sua durata, perfino gli occhi non servono più al loro scopo, perché la mente è già proiettata al prossimo viaggio. In un’altra dimensione. La versione del brano che ascoltiamo nel videoclip è quella editata da 4 minuti (mentre l’originale che appare sul disco ne dura più di sei), con questa che ha debuttato nel formato visivo 1:1, seguita solo successivamente da quello widescreen (che potete trovare su Vimeo). A metà composizione, quasi un ritorno di fiamma, una spinta in grado di ricordare il passato («By the time I got to New York / I was living like a king»). Lazzaro, alzati e cammina! Così ritroviamo il Bowie di sempre, con le sue movenze enigmatiche e rapide, quasi a scimmiottare un personaggio da film muto e con il costume di scena preso in prestito dal suo Duca (è identico a quello indossato sul retro di copertina di Station to Station mentre era intento a disegnare l’albero della vita). Anche qui lo ritroviamo alle prese con un disegno e degli scritti su alcuni fogli di carta. Cosa sta scrivendo? E perché così tanta fretta? Sono le sue ultime volontà? Si tratta di un modo per esorcizzare l’inevitabile? Un altro albero della vita?

Intanto, nascosto sotto il letto e poi rannicchiatosi sotto a un mobile, c’è un osservatore anonimo che scruta, osserva arcigno e giudica. Che sia l’angelo venuto a prenderlo sulla Terra dopo tutto questo tempo? D’altronde, Bowie lo aveva già detto in passato: «I’m just visiting». Adesso che il momento di lasciare il mondo reale è arrivato, sembra preoccupato non tanto per sé, quanto di non aver lasciato tutto al posto giusto. L’unica preoccupazione di chi genio lo era davvero.

Per i precedenti episodi della rubrica dedicata ai videoclip storici, vi rimandiamo a Pulp, BluvertigoThe ClashBeatles / LennonVerdenaPj HarveyLucio BattistiNew OrderPILNirvanaBlurJoy DivisionU2ColdplayThe CureNick Cave and the Bad SeedsRadioheadDepeche ModeDandy WarholsPublic Enemy e Fatboy Slim.