Migliori album 2017 (gennaio – luglio/agosto). La classifica di Diego Ballani

Migliori album 2017 (gennaio – luglio/agosto). La classifica di Diego Ballani

Qualcosa si muove? Stando ai pareri più autorevoli sembra che il 2017 debba passare alle cronache come l’anno in cui il rock (ma faremmo meglio a dire la “guitar music”) è tornata, più o meno stabilmente, nella mappa dei generi più rilevanti. Se è vero, si tratta di un processo lento e farraginoso, a fronte della spregiudicatezza manifesta di frange della black music e di certa elettronica più contaminata, che paiono in grado di alzare l’asticella ad ogni nuovo album. Rispetto a quanto captato nei primi mesi dell’anno, quella a suon di chitarre è ancora una battaglia di retroguardia combattuta nel tentativo di resuscitare il fantasma di stili passati, impegnati in un eterno revival che produce epigoni sempre più sbiaditi. Le eccezioni sono ancora troppo poche per parlare di una vera rinascita del genere. Vale la pena dunque valorizzare quanto di buono si è visto fin qui.

Partiamo dalla categoria dei vecchi leoni, spritualmente dominata dagli Wire, attualmente nel bel mezzo di un’ennesima giovinezza che permette loro di suonare sempre attuali senza nemmeno dover più sfoderare l’intransigenza del passato. Un discorso che può essere esteso tranquillamente ai Feelies ormai elevati a paradigma di un folk rock diafano e concettuale che pare impermeabile allo scorrere del tempo. Fra i ritorni più attesi alcuni presentavano certamente rischi maggiori. Fra tutti quelli dei Jesus And Mary Chain (risoltosi positivamente in virtù di una raccolta di frammenti assemblati negli ultimi 17 anni, cui i fratelli Reid e il produttore Youth hanno saputo dare coesione) e dei Grandaddy (che con The Last Place, hanno ripreso le redini di un discorso che si era interrotto con il classico The Sophtware Slump). Certamente interessante è stata poi la pubblicazione ravvicinata di due storiche formazioni shoegaze come Slowdive e Ride. I primi (già stabilmente nelle classifiche dei migliori lavori dell’anno) hanno portato a compimento un’operazione iniziata quasi trent’anni fa, facendo sponda con le miriadi di epigoni emersi negli ultimi tempi e riuscendo persino ad andare oltre il mero album di genere. I Ride sono stati invece più veloci e chirurgici, riconvertendo il loro pop psichedelico in chiave retrofuturista grazie alla mano fatata del produttore Erol Alkan.

Venendo all’indie rock (o a quello che ne resta) registriamo come il revival degli anni 90 persista in varie forme. Ce lo dimostra Dylan Baldi dei Cloud Nothings che con il  nuovo lavoro mette a fuoco il suo guitar pop affrancandosi dal testosterone e mostrandosi autore compiuto, capace di traghettare una schiera nutrita di fan verso la maturità. Ma ai 90s si ispirano a modo loro anche i britpoppers danesi Communions, gli slackers (sempre più 70s oriented) Happyness e gli alternative rockers Pumarosa (quelli più ambiziosi e dall’appeal commerciale decisamente più marcato). In ambito pyscho pop formazioni minori come Froth e Splashh hanno ottenuto ottimi risultati con una formula apparentemente simile (che fonde estasi dreampop e metronomia kraut) mentre i Moon Duo, che dei ritmi motorik sono una specie di bandiera, si sono spinti verso territori più schiettamente acid rock con il secondo volume di Occult Architecture, pubblicando così uno dei loro lavori migliori e più focalizzati. Sono infine di outsider come Proper Ornaments e Fred Thomas (dei Saturday Look Good To Me) due dei guitar album più gustosi ed evocativi ascoltati fin qui.

Spostandosi sulla parte alta della mia personale classifica troviamo gli Algiers (autori di un electro soul barricadero, che potrebbe portarli molto lontano e farli portavoce di un’America alla ricerca di una nuova canzone di protesta), i Timber Timbre (che hanno scritto un nuovo capitolo della loro elegia noir, spingendosi verso un blues sintetico metropolitano) e i Clap Your Hands Say Yeah (forti di un album personale e profondo, che li porta definitivamente fuori da un lungo periodo di appannamento). Il triplo album che Stephin Merrit dei Magnetic Fields si è regalato per i suoi 50 anni è forse appena troppo didascalico per poter competere con il capolavoro 69 Love Songs, ma resta comunque un’opera da ammirare e scoprire lentamente, il lavoro di un artista che dà il meglio di sè con progetti di ampia portata.

Prima posizione va ai Black Angels, che tornano al massimo splendore con un album che suona da subito come un classico. Alex Maas e i suoi attingono alle suggestioni e alla mistica del Texas per quello che è forse il loro lavoro più politico, a dimostrazione di come il rock, nella sua forma più schietta, possa ancora farsi interprete della quotidianità e puntare il dito su storture e contraddizioni.

  1. The Black Angels – Death Song
  2. The Magnetic Fields – 50 Song Memoir
  3. Clap Your Hands Say Yeah – The Tourist
  4. Timber Timbre – Sincerely, Future Pollution
  5. Algiers – The Underside of Power
  6. Slowdive – Slowdive
  7. Ride – Weather Diaries
  8. Moon Duo – Occult Architecture Vol. 2
  9. The Proper Ornaments – Foxhole
  10. Froth – Outside (Briefly)
  11. Communions – Blue
  12. Grandaddy – Last Place
  13. Fred Thomas – Changer
  14. Cloud Nothings – Life Without Sound
  15. Wire – Silver / Lead
  16. Feelies – In Between
  17. The Jesus And Mary Chain – Damage and Joy
  18. Pumarosa – The Witch
  19. Happyness – Write in
  20. Splashh – Waiting a Lifetime

Gli editoriali pubblicati finora: Stefano Solventi, Nino Ciglio, Tommaso Bonaiuti, Federico Sardo, Marco Boscolo, Elena Raugei, Francesco Abazia, Luca Roncoroni, Davide Cantire e Fernando Rennis.

Tracklist