Migliori album 2017. La classifica di Luigi Lupo

Migliori album 2017. La classifica di Luigi Lupo

Da qualche anno, di fronte all’esplosione degli ascolti in streaming e delle selezioni regolate più dagli algoritmi che dall’intervento umano, si discute dell’importanza delle recensioni e della figura del critico musicale. Il dibattito si ripresenta puntuale – alla stregua degli addobbi e delle canzoni di Michael Bublé – sotto Natale, proprio nel momento in cui le testate che si occupano di informazione musicale inondano internet con riassunti, considerazioni e classifiche di fine anno. Vero è che – e chi vi scrive ha da poco compiuto 24 anni – la maggior parte dei millenial ha perso interesse per il formato album, e di conseguenza per la lettura delle recensioni, preferendogli l’ascolto di cumuli di singoli non più radio-friendly ma Spotify-friendly, affidandosi tuttalpiù alle dritte dagli influencer per la scoperta di nuova musica. Da queste parti però continuiamo a muoverci fieramente in controtendenza: perché, da un lato, seguiamo costantemente gli stili e i generi musicali più disparati evitando barriere e distinzioni di genere, e dall’altro proponiamo recensioni che sono il frutto di un accurato e minuzioso lavoro di analisi e contestualizzazione, al riparo da opinionismi e considerazioni buone soltanto smuovere le pance e i like. Ne consegue che le classifiche o le liste (come nel mio caso) di fine anno sono ancora un utile strumento per comprendere le molteplici direzioni che la musica sta prendendo, e come essa riesca a farsi espressione dei cambiamenti socio-culturali all’interno della società in cui viviamo.

Così, in un 2017 segnato, a livello politico, dal primo anno di presidenza Trump, da una ventata di populismo che soffia in reazione al fenomeno migratorio e dal legittimo dibattito sul futuro dell’umanità in relazione allo sviluppo tecnologico (leggi automazione e intelligenze artificiali) e sull’ibridazione tra virtuale e reale, sarebbe stato impossibile immaginare che le sensibilità di alcuni artisti non venissero toccate dagli stravolgimento di questi tempi (bui). C’è chi come Father John Misty l’ha presa con ironia e sarcasmo raccontando l’America dominata dal tycoon come se fosse una Pure Comedy e chi, come gli Algiers, si è dimostrato più crudo e diretto. Il progetto di Atlanta conferma una poetica impegnata e ribelle, incentrata sul concetto di libertà ma anche pregna di speranze per l’umanità, che si avvale delle antiche armi del punk, nonché del calore e delle vocalità di tradizione black. Restando su album dal forte portato concettuale, la sensibilità femminile di artiste – definizione intesa nel senso più ampio nel termine – come Björk, St. Vincent e Fever Ray ci ha portato a riflettere, seppur osservando i fenomeni da diverse angolature e tramite linguaggi musicali altrettanto eterogenei, sui temi delle relazioni, dell’intimità e delle differenze di genere, proprio nel periodo in cui sono usciti allo scoperto nel mondo dello spettacolo molteplici casi di molestie sessuali.

Björk, con il suo Utopia, parte dalla liquidità delle relazioni moderne, basate su chat virtuali (non a caso lo ha definito scherzando il suo «Tinder Album», in quanto legato al piacere di fare nuovi incontri piuttosto che alle sofferenze da rottura del precedente Vulnicura) e su scambi di mp3 («Sending each other MP3s /Falling in love to a song» – canta in Blissing Me), per delineare un mondo immaginario, utopico per l’appunto, dove si rovesciano le gerarchie di genere (Tabula Rasa). Arca, producer e artista a tutto tondo, ha costruito attorno alla voce del folletto islandese un ambiente pungente e allo stesso tempo affascinante, e così ha fatto con il suo album solista, quello in cui a sua volta si cimenta con il canto. I rapporti di potere, lo scioglimento dei confini tra verità e falsità, le fake-news, sono state argomento di dibattito negli ultimi dodici mesi e si apprestano a dominare le discussioni politiche nel prossimo anno. Non stupisce dunque che il sesso nella società mediale sia al centro di Masseduction, atteso ritorno di quella diva moderna del pop a 360° che risponde al nome di St. Vincent. Più generi, diversi aspetti sonori, più piani della comunicazione si intrecciano nel suo lavoro, che può vantare anche un geniale singolo il cui titolo si basa su un gioco di parole: Los Ageless («How can anybody have you and lose you/And not lose their minds, too?»). Di converso Fever Ray, tramite l’atteso ritorno Plunge, ha affrontato le stesse tematiche da un’angolazione più frontale e politica, parlando di repressione e di oppressione («Take your time and stay off the channels / We’re not attracted to this country’s standards»…canta in This Country).

Di identità, dal punto di vista di un uomo di colore americano, di rapporti di potere e di un immaginario che oscilla tra lucida realtà e speculazioni religiose, parla, anzi rappa magnificamente, Kendrick Lamar. Damn. non sposta musicalmente gli equilibri nel mondo del rap, ma ribadisce il primato del rapper all’interno di un genere che è ormai da tempo portavoce delle istanze della generazione contemporanea. Discorso che si unisce alla constatazione di come l’ibridazione tra generi, anzi il loro progressivo superamento, sia – ancora una volta – la cifra stilistica della contemporaneità. In tal senso a spiccare è The OOz di King Krule, un disco che afferma la maturità dell’artista inglese. Nelle sue diciannove tracce, la sua prova racchiude una storia di disperazione e successivo superamento che si fa sia struggente lamento («I’m alone / I’m alone / In deep isolation») che intima confessione, espressa attraverso sonorità e abiti vocali trasversali, dal post-punk alla wave, passando per jazz e blues. La sua voce, possente e ruvida, fa da guida in un percorso esistenziale e psicanalitico da cui si esce sconvolti e affranti eppure rinnovati e ricchi di consapevolezze.

In ambito elettronico, a spiccare è Black Origami di Jlin, un disco eccelso per quanto concerne la produzione, in grado di unire spezie indiane, mediorientali e mentalità afrofuturista al già energico motore del footwork. Il suo è un lavoro seducente, pieno di colori e rimandi jazz, e non da meno lo sono due album che sconfinano – a loro modo – nell’elettronica cantautorale, seppur da angolazioni differenti: da un lato Kaitlyn Aurelia Smith con The Kid, il cui canto dai richiami soul/r’n’b si scioglie in floreali cibernetiche ottenute anche grazie all’iconico Buchla; dall’altro, Kelly Lee Owens che nell’album omonimo si muove abilmente tra atmosfere eteree, techno e trip-hop, il tutto tinto di bucolica folktronica, e che ci mostra un’appassionante convergenza tra canzone e spinte club oriented. Restando in territori legati ad ascolti immersivi ma più virati verso l’ambient, non si può non menzionare il sorprendente Phantom Brickworks di Bibio, la nuova (pacata) energia di Four Tet e l’ottimo Compassion di Forest Swords.

Chiudo le riflessioni dando uno sguardo a ciò che accade in Italia. Mentre la nuova scena mainstream è rubata – a volte con merito, come nel caso di Ghali, altre con approssimazione – dall’hip-hop declinato trap e tristemente – direi – da cantautori e gruppi indie solo nelle intenzioni, nel sottobosco agisce una schiera di producer e beatmaker che si distinguono anche all’estero, ovvero Clap! Clap!, Populous e Godblesscomputers, sul versante più classicamente orientato ai ritmi e all’esotismo, e di Herva, Daniele Mana, Not Waving e Lorenzo Senni sulla sponda avant, tutte certezze che ci auguriamo possano crescere ancora e farsi conoscere da un pubblico sempre più ampio e ricettivo. Di seguito la lista completa (non si tratta di una classifica vera e propria).

Per quanto concerne le liste/classifiche personali dei collaboratori di SA finora pubblicate, trovate quelle di Tommaso Bonaiuti, Riccardo ZagagliaFernando Rennis, Elena Raugei, Luca Roncoroni, Stefano Solventi, Federico Sardo, Beatrice Pagni, Alessandro Pogliani, Davide Cantire e Luigi Lupo. Tra quelle delle testate nazionali e internazionali invece: Rumore (con i commenti del direttore Rossano Lo Mele), WIRE, Stereogum, Rough TradeNME, Rolling Stone, Bleep.com, Consequence of Sound, Quietus e Pitchfork (videoclip e album)

Tracklist