Migliori album 2017. La classifica di Alessandro Pogliani

Il 2017 di Alessandro Pogliani

Perché pubblicare le classifiche di (quasi) fine anno? Soprattutto, che senso ha pubblicare la classifica di un singolo, saltuario, incostante, quasi cinquantenne collaboratore, più umarell da scrivania che membro attivo dello staff di SA? “Ti sei mai chiesto quale funzione hai?”. Di fronte alla domanda che il miglior Battiato poneva quarantacinque anni fa, io rispondo montalianamente con ciò che non siamo, ciò che non vogliamo: non ho né la competenza né la supponenza di indicare lo zeitgeist (anche perché quest’anno ho ascoltato molti più dischi del 1977 che del 2017 – Radio e Torno, qu’est-ce que c’est?); non voglio, Bowie mi scampi e liberi, dar sfoggia di spocchia da professorino. Amiche, amici: io vi dico cosa mi è piaciuto di più di questo 91,7% dell’anno in corso, con il cuore in una mano e un bollito misto di timpani, incudini, martelletti e staffe nell’altra (che bella immagine!), e voi, se vi va, prendetene atto e provate per credere: chi ha orecchie per sentireascoltare, sentascolti.

Cominciamo con un paradosso (parola dell’anno: “paradossalmente”. Solo io ne ho notato l’inflazionata presenza nei discorsi di ogni giorno?): uno dei miei due dischi dell’anno è una cassetta, che ho ascoltato solo su youtube. Realizzata su commissione, ma trasudante passione, dai Demdike Stare (già responsabili di uno degli album più belli della fine dell’anno scorso e che avevano cominciato il 2017 con un coltissimo e intrigante mixtape, anch’esso disponibile solo su cassetta – ma sì dai, anche questo si trova online), Cosmogony  è opera per tutti e per nessuno: “l’elettronica si fa pulviscolo tangerinedreamiano e coagula, coagula, coagula in un immenso calderone di suoni trovati, di lacerti sonori, di rumori primordiali che rendono l’interferenza passato/futuro, ieri/oggi, c’è/c’era, qualcosa di stranamente tangibile. Chiamatela se vi va: cosmogonia prêt-à-porter. Krautrock, psichedelica, musica concreta, dub-step, breakbeat: qui c’è tutto” (l’ha detto Massimo Padalino, non saprei dirlo meglio). Prezioso.

L’altro picco gemello dell’anno (picco gemello: sì, sì. Twin Peaks: The Return è stata l’esperienza audiovisiva che ha segnato il mio 2017, e che omaggio qui inserendo, un po’ a forza, nella mia Top 30 anche la sua colonna sonora: “listen to the sounds”, dice in apertura il Gigante. Oh, come ha ragione) è il commovente async dell’infinito maestro Ryuichi Sakamoto, emozionante bloc notes di appunti per la fine del mondo. “Un grande processo di autoanalisi e di scavo dentro se stessi, l’accettazione della propria mortalità, la comunione con la natura e la meraviglia per la vita e le sue mille bellezze” (l’ha detto Federico Sarto, non saprei dirlo meglio). Caldamente consigliato a tutti i tarkovskijani all’ascolto.

Con grafiche di copertina complementari, tra disciplina umana e indisciplina naturale, il casuale accostamento (uno precede l’altro nella mia classifica) tra async e Crack-Up regge anche per la stessa nudità emotiva con cui i rispettivi responsabili si propongono. “Crack-Up (che prende nome da un saggio di F.S. Fitzgerald) è – proprio quello che si suggerisce il titolo – quasi onomatopeico: è una rottura, l’apertura di un pertugio nella tana di queste volpi, sicuramente schive, probabilmente fuori dal tempo e dallo spazio. Ma il disco è anche un fil rouge che ci lega e ci ricorda quella bellezza senza tempo che è passata più o meno ovunque, da Kind of Blue ad Astral Weeks, ed in forme differenti, ma sempre semidivine e assolute, inconfutabili” (l’ha detto Tommaso Bonaiuti, non saprei dirlo meglio). Per tutti i fan del fantagruppo Crosby, Stills, Nash, Young & Brian Wilson. Bentornati fratelli Fleet Foxes, e grazie.

Sorella Jlin, grazie anche a te: Black Origami è il mio miglior contatto con la contemporaneità (footwork, si dice? Boh, io dico solo attitudine e personalità). “E’ un ascolto intensissimo quello di Black Origami, che muove giant steps fuori dal ghetto per trovare le sue aderenze con un jazz visceralmente afro(americano) dalle parti dell’Agharta di Davis (o da quelle di certo Jeff Mills)” (l’ha detto Edoardo Bridda, non saprei dirlo meglio). Per tutte le giovani e i giovani Holden della musica, lì fuori.

Due + due album per me fondamentali: fine della versione condensata dei consigli per gli ascolti.

Per gli altri venticinque della mia Top 29+1 proviamo a giocare con l’insiemistica. Fronte songwriting: David Longstreth aka Dirty Projectors (ormai suo progetto solista) discioglie in acido essenza di Scritti Politti; Cornelius torna al languido melodismo strizzaocchi; i Grizzly Bear cerchiano il quadrato dell’indie romantica (Wasted Acres prende il mio voto come Best Song 2017); Beck insegna pop e non sbaglia un colpo (se per molti  l’ipercromatico Colors, “tra Hall & Oates e i Police con effetto party secchione” – grande Stefano Solventi! – non va oltre la sufficienza, per me con le stesse motivazioni vince il premio come Flawless Pop Album 2017); il giovanissimo King Krule (Personaggio dell’Anno) sforna un lavoro sfrontatamente al limite tra nu trip-hop e mainstream. Qualcuno ha chiesto del progressive? Planetarium, il progetto firmato Sufjan Stevens, Bryce Dessner, Nico Muhly e James Mcalister, ha tutte le carte in regola per soddisfare l’appassionato curioso e non talebano; James Holden, con il suo combo The Animal Spirits, spiazza con una proposta aggrappata con le unghie alle improutopie dei primi Seventies, tra kraut e free jazz:  tra tanti nasi che si storcono, il mio assapora e gradisce; nella respirazione circolare di Colin Stetson c’è il respiro del mondo.

Ulteriori spunti elettronici? C’è solo da scegliere, tra gli arzigogolati carrillon elettronici di Actress, la serenità world di Four Tet, i melodrammatici soliloqui del maghetto Arca, la lucida follia brainfeederiana di Iglooghost (Neo Wax Bloom esordio dell’anno), la divertita centrifuga spaziotemporale di Luke Vibert. Giochiamo all’hip hop?  Al pur ottimo e abbondante Damn. di Re Lamar mi sono scoperto preferire, anche se per pochi decimi di voto, Vince Staples (Big Fish Theory) e Loyle Carner (Yesterday’s Gone), ma in questo campo ascoltate, più di me, cos’ha da dire Luca I-love-this-game Roncoroni. C’è spazio anche per le colonne sonore di videogiochi: la compilation Diggin’ In The Carts riporta luce sulle irresistibili melodie degli arcade games giapponesi (“Una sorta di No New York della computer music” dice Andrea Murgia, e non saprei dirlo meglio); le oltre tre ore di musica realizzata da Ben Lukas Boysen e Sebastian Plano per il videogame filosofico Everything funzionano come perfetta musique d’ameublement (anche se il disco ambient dell’anno per me è Phantom Brickworks del camaleontico Bibio). Alessandro Cortini, nei 30 presente in coppia con la leggenda Merzbow (l’album solista Avanti  è poco sotto), conduce una cordata di nomi italiani (in ordine alfabetico:  Caterina Barbieri, Cesare Basile, Clap! Clap!, Herva, Populous) con i lavori dei quali, nella proverbiale isola deserta (ma elettrificata, se no il giradischi non gira), sarei comunque contento di andare. Fuori classifica, in quanto singolo e non album, il fulminante uno-due puntillistico di Lorenzo Senni: “tra ironia e parodico citazionismo” (dice Luigi Lupo, e non saprei dirlo meglio), come si dovrebbe vivere tutto. Buon anno!

  1. Demdike Stare – Cosmogony (8,0)
  2. Ryuichi Sakamoto – async (8,0)
  3. Fleet Foxes – Crack-Up (7,7)
  4. JLin – Black Origami (7,7)
  5. Dirty Projectors – Dirty Projectors (7,6)
  6. Colin Stetson – All This I Do For Glory (7,6)
  7. Cornelius – Mellow Waves (7,5)
  8. Sufjan Stevens, Bryce Dessner, Nico Muhly, James Mcalister – Planetarium (7,5)
  9. James Holden & The Animal Spirits (7,5)
  10. Grizzly Bear – Painted Ruins (7,5)
  11. Actress – AZD (7,5)
  12. Beck – Colors (7,4)
  13. Bibio – Phantom Brickworks (7,4)
  14. Vince Staples – Big Fish Theory (7,4)
  15. Alessandro Cortini & Merzbow – Alessandro Cortini & Merzbow LP (7,4)
  16. Herva – Hyper Flux (7,4)
  17. Loyle Carner – Yesterday’s Gone (7,3)
  18. Four Tet – New Energy (7,3)
  19. Kendrick Lamar – Damn. (7,3)
  20. Cesare Basile – U Fujutu su nesci chi fa? (7,3)
  21. Caterina Barbieri – Patterns Of Consciousness (7,3)
  22. Arca – Arca (7,3)
  23. Clap! Clap! – A Thousand Skies (7,3)
  24. Populous – Azulejos (7,3)
  25. King Krule – The OOZ (7,3)
  26. Iglooghost – Neo Wax Bloom (7,3)
  27. Luke Vibert – UK Garave Vol. 1 (7,3)
  28. Kode9 – Hyperdub: Diggin’ In The Carts, A Collection Of Pioneering Japanese Video Game Music (7,2)
  29. Ben Lukas Boysen / Sebastian Plano – Everything (7,2)
  30. Twin Peaks (Music from the Limited Event Series) (7,2)

Per quanto concerne le classifiche personali dei collaboratori di SA finora pubblicate, trovate quelle di Tommaso Bonaiuti, Riccardo ZagagliaFernando Rennis, Elena Raugei, Luca Roncoroni, Stefano Solventi, Federico Sardo, Beatrice Pagni e Alessandro Pogliani. Tra quelle delle testate nazionali e internazionali invece: Rumore (con i commenti del direttore Rossano Lo Mele), WIRE, Stereogum, Rough TradeNME, Rolling Stone, Bleep.com, Consequence of Sound, Quietus e Pitchfork (videoclip).

Tracklist