Weekend discografico. Ascolta gli album di Pearl Jam, Nicolas Jaar, The Orb, Little Dragon, Tamikrest, Sufjan Stevens e altri

A giudicare dalle uscite di questo fine settimana, siamo ancora in pieno fermento discografico, non sono pochi infatti gli album che ci sentiamo di consigliarvi

La pandemia ha duramente segnato la programmazione di concerti, festival e dell’intera filiera del settore mandando in fumo milioni su milioni. Eventi di ogni tipologia e grado hanno subito raffiche di cancellazioni, spostamenti, riconversioni, ma le brutte notizie non sono finite qui: a partire da questa settimana la stessa sorte ha iniziato a toccare anche le nostre amate uscite discografiche, disponibili attualmente soltanto per lo streaming e apparentemente al riparo dalle serrate e dai coprifuoco.

Apparentemente perché, e non è scontato dirlo in tempi di piattaforme digitali, ogni album si lega ancor oggi ad azioni che richiedono presenza fisica e interazione tra artisti ed addetti ai lavori, ovvero la loro circolazione sul territorio. Nella maggior parte dei casi l’iter di promozione e uscita di un album si lega al relativo tour e ad una serie di attività annesse e connesse. Pensate ai photo shooting, alle partecipazioni radiofoniche, televisive o agli eventi organizzati ad hoc che richiedono la presenza vis a vis di musicisti e band, ai mini tour nelle librerie legati al firmacopie e altro ancora.

Pubblicare dischi non è un’attività interamente traducibile nella binarietà che presiede le nostre vite digitali ma, anzi, prevede una parallela attività in cui è richiesta l’azione e il dialogo tra innumerevoli soggetti. E, inoltre, pubblicare dischi in questo sciagurato periodo pare non riscontrare il medesimo entusiasmo in chi ascolta musica sulle stesse piattaforme digitali. Sembra un paradosso, siamo tutti a casa e non potremmo far altro che ascoltare dischi tutto il giorno, ma a quanto pare, dati Spotify alla mano, i colossi dello streaming stanno registrando un calo nella fruizione dei rispettivi servizi. Ecco spiegato perché nelle prossime settimane la notizia che abbiamo dedicato ai posticipi delle pubblicazioni discografiche è destinata ad allungare la sua già lunga lista e questi editoriali potrebbero viceversa restringersi sempre più.

Premesso questo, a giudicare dalle uscite di questo fine settimana, siamo ancora in pieno fermento discografico, non sono pochi infatti gli album che ci sentiamo di consigliarvi. Non il più valido, tantomeno il migliore, senz’altro il più strombazzato è Gigaton dei Pearl Jam. La band doveva far dimenticare il criticatissimo Lightning Bolt, e tutto sommato ci è riuscita, scrive Tommaso Iannini (recensione in arrivo). Per riscattare l’opaca prova del disco precedente – diranno i più perfidi – ci voleva poco (ed effettivamente è così), ma con questa nuova prova Eddie Vedder e compagni non si limitano al compitino, convinti – e convincendo anche qualche scettico – di avere qualcosa da dire anche a livello discografico, e non più solo come memorabile live band.

Altro disco decisamente atteso è Cenizas di Nicolas Jaar, un album diametralmente opposto per obbiettivi e finalità rispetto a quello della band di Seattle. Come diametralmente opposta è stata la strategia messa in atto per promuoverlo. Rispetto alle APP geo referenziate e ai puntamenti alla luna escogitati dalla band di Seattle, il producer e compositore di stanza a New York sceglie un assordante silenzio. E del resto per un album che si chiama “cenere” non poteva esserci mossa più adeguata, anche perché, a conti e ascolti fatti, abbiamo un disco umorale, languido, meditativo, attraversato da spigolature glitch come da antichi e innominati rituali. Jaar pare aver composto dei requiem sepolcrali per celebrare la fine della civiltà per come la conosciamo. E agli scaramantici ogni gesto esorcizzante è consentito.

Per controbilanciare le funeree pagine di Cenizas non c’è niente di meglio che una boccata d’aria fresca firmata Dirty Projectors. Il titolo del loro nuovo EP è già tutto un programma – New Windows Open e dentro ci troverete ottime canzoni dal taglio folk, come la rotonda e pop Overlord o la più bucolica e sognante (con tocco noir) Search For Life. Pare inoltre che il frontman Dave Longstreth abbia una nuova compagna d’elezione, Maia Friedman, che qui co-firma con lui tutti i testi e appare anche al suo fianco nei nuovi photo shoot promozionali.

E se parliamo di saper scrivere canzoni c’è l’ennesimo, bellissimo disco di Matt Elliott. Farewell To All We Know, recensito su queste pagine da Fabrizio Zampighi, e Saint Cloud, l’album concepito tra Memphis e West Memphis, viaggiando lungo il Mississippi, da Kate Crutchfield in arte Waxahatchee, che segna forse il punto più alto della sua carriera. Via il lo-fi e la produzione casalinga per lei, dentro una buona dose di country folk e Americana, con un occhio strizzato alla radiofonia ma senza tirare la coperta all’ispirazione (recensione di Stefano Capolongo in arrivo). Anche la canadese Basia Bulat sembra aver composto una buona prova, anche se Are You in Love?, prodotto da Jim James (My Morning Jacket) e ispirato alla morte del padre, non ha incontrato i favori della nostra Beatrice Pagni.

Passando su territori indie rock, tra Kills e 90s, troviamo una band dalle grandi potenzialità che si è scelta la meno incoraggiante delle ragioni sociali, Sorry. Del loro 925 si è occupato Fernando Rennis. Su un terreno che abbraccia tanto i Silver Jews quanto Daniel Johnston, i Jayhawks e Green Day troviamo invece i Nap Eyes con Snapshot of a Beginner licenziato da Jagjaguwar. Un incrocio di irriverenza punk e bordature alt jazz sembra invece il motore dei Melt Yourself Down. Il loro disco si intitola 100% YES e, come avrete capito, sottintende impegno politico e sociale. Alla produzione troviamo Youth e Ben Hillier. E se le premesse sono buone, pure l’ascolto sembra confermarle. Spostandoci su quel rock’n’blues che si mescola all’etnica e alla psichedelia chitarristica, ecco che tornano i tuareg Tamikrest con Tamotait, e sempre su territori oltreconfine si piazza The Green Dogs of Dahshur, il nuovo album degli ottimi Dwarfs Of East Agouza, disco che sposta il baricentro del loro stile su una declinazione free radicale di stampo più occidentale rispetto al passato, un ottimo lavoro – scrive Massimo Onza – tra free jazz, improv e no wave, che colpisce per tiro celebrale e ipnotico.

Anche la dance gode di ottima salute a giudicare dalle uscite del WE, e spetta a Mr. Scruff inaugurare idealmente il comparto. Suo il nuovo volume della serie DJ-Kicks, una selezione di 31 tracce, di cui una sua, che si muove sulle coordinate più eterodosse della dance britannica: dal dancehall reggae alla bass music, dai porti latini al funyk-soul contemporaneo, da parentesi brasiliane all’afrobeat, fino alla disco e alla house. L’altro missato da segnalare è quello del duo Maribou State per la serie fabric presents, un frullato di disco, soul, house ed electronica pensato come ideale accompagnamento per chi si sposta coi mezzi per andare a ballare o si prepara a casa di amici per trascorrere la serata in un club

Anche al quartier generale degli Orb si balla. Anzi si balla e ci si dondola sull’amaca proprio come si faceva con Adventures Beyond the Ultraworld. Abolition Of Royal Familia segna infatti un ritorno alle origini per la prestigiosa ditta, un rilassato viaggio nelle maglie dell’ambient house e del dub, scrive Raimondo Vanitelli. Senz’altro più isolazionista, ma non meno affascinante, STS371, il disco del britannico Matt Karmil su Smalltown Supersound che si muove su nordici acquerelli deep, tra avvolgenti loop à la The Field e incursioni ambient sul lato Pop Ambient della Kompakt. E per queste vie, l’incontro con Alessandro Cortini e Daniel Avery sembra il più indicato. L’album prodotto dalla coppia, Illusion of Time – recensito da queste parti da Alessandro Pogliani -, è composto da dieci gemme grezze, ancora attaccate alle rocce picconate via dalla vena che parte dal kraut più fecondo, passa per panorami enoani, macerie noise, e atmosfere boardsofcanadesi e finisce direttamente nel retrocranio. Anche Sufjan Stevens assieme al patrigno Lowell Brams, ha prodotto un disco che esplora scenari, suggestioni e geometrie cosmiche. S’intitola Aporia e, in sede di recensione, Stefano Solventi ce ne parla come di una prova gradevole ma non priva di difetti.

Sempre questo weekend sono usciti i dischi di Little Dragon (New Me, Same Us, recensito da Vanitelli), Simon Fisher Turner (A Quiet Corner in Time, recensito da Marco Boscolo), Dua Lipa (Future Nostalgia). Da segnalare, infine, anche il ritorno di Bob Dylan con Murder Most Foul, il suo primo inedito da circa otto anni a questa parte; una riflessione sulla perdita d’innocenza degli Stati Uniti, riconducibile all’omicidio Kennedy, in una ballata folk in cui si guarda al passato per non perdere d’occhio il presente.

Precedenti editoriali: 20 marzo, 13 marzo, 28 febbraio, 21 febbraio, 14 febbraio, 7 febbraio, 31 gennaio, 24 gennaio, 17 gennaio, 10 gennaio.

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