Migliori album 2019. La classifica di Stefano Solventi

Mai avrei immaginato che oggi, dopo trent’anni, avrei ripensato al buon Raffaele Riefoli in arte Raf che sul palco di Sanremo cantava Cosa resterà degli anni ‘80. Eppure, la vita ti mette di fronte a situazioni del genere. E non puoi farci niente. Insomma, ripensavo a quella canzone che se non altro ebbe il merito di porre l’accento su un aspetto tutto sommato cruciale: si avvertiva, in quel crepuscolo di anni Ottanta, che qualcosa stava finendo. Nei mesi successivi a quell’esibizione sanremese crollarono muri e si consumarono rivoluzioni, ma non per questo ipotizzeremo che Raf fosse in possesso di doti profetiche. Semplicemente, si avvertiva con chiarezza che molte cose sarebbero cambiate perché non poteva essere altrimenti. Anche – ovviamente – per quanto riguardava la musica. In un certo senso, grunge, post-rock, trip-hop, il filone unplugged, l’industrial, il crossover, il lo-fi, la acid-house e via discorrendo non potevano non accadere. Di certo nessuno si aspettava che le cose rimanessero com’erano. Qualcosa stava finendo, e qualcos’altro ne avrebbe preso il posto.

Un fenomeno per molti versi simile accadde anche nel 1999, con l’additivo della fibrillazione fin de siècle. Ma dieci anni più tardi, nel 2009, la sensazione si fece stridente: tanto traumatico era il decennio che ci stavamo lasciando alle spalle – tra la stagione di attentati e guerre aperte dall’undici settembre e la devastante crisi economica – quanto blande erano le aspettative rispetto agli sviluppi sul versante del rock. Se l’emul-rock retromaniaco aveva tenuto banco e ravvivato la scena rimettendo in circolo gran parte dello scibile, il motore dell’invenzione sembrava arrancare su un falsopiano. Dal punto di vista del rock, non c’era granché da mettere a bilancio salvo appunto quel sistematico (e certamente emblematico) rimestare vecchie forme sonore (dal garage alla new wave passando da kraut, folk e psichedelie varie). Personalmente lo trovavo gradevole, in alcuni casi assai intrigante. Tuttavia mi auguravo che a quel punto si voltasse pagina. Purtroppo mi sbagliavo. Ovvero: non era più questione di pagine da girare. Il supporto era cambiato, quella del libro non era più una metafora attendibile. 

Oggi, in questo finire di 2019 che coincide – guarda un po’ – col chiudersi degli anni Dieci, la situazione è ben più leggibile. Sembra cioè che nulla stia finendo, forse perché nulla è davvero iniziato. Tutto sembra presentarsi come perenne e simultaneo: era, è, sarà. L’evoluzione è un concetto che il pensiero non considera (quasi più). Lo scenario musicale tende a somigliare ai cataloghi dei music provider: canzoni di ogni genere e di ogni epoca sempre a disposizione, un magma così vasto e composito da scoraggiare un’esplorazione “fai da te” e favorire al contrario i giri turistici organizzati delle playlist. Mi pare abbastanza evidente che il 2019 abbia visto il consolidamento dello streaming come modalità di fruizione. I numeri, relativi ai primi sei mesi dell’anno, raccontano di abbonamenti in crescita del 32%, il che ha consentito a Spotify, Deezer, Amazon Music e via discorrendo di rappresentare il 63% del mercato discografico (un altro 10% è rappresentato dal download). Consoliamoci pure con i dati relativi alle vendite del vinile, in crescita (più 4,8%) tanto da costituire un terzo del fatturato relativo ai supporti fisici, ma tocca farsene una ragione: se nel complesso il mercato discografico cresce, è merito dello streaming che sta modificando le prassi di ascolto e di conseguenza – ahinoi – anche la produzione e la forma delle canzoni. Non che questo sia necessariamente un male, eh. L’importante è prenderne atto.

Tutto ‘sto pippone introduttivo mi serviva per dichiarare solennemente che: ho rinunciato a farmi un quadro della situazione. Forme, stili, revival, tutto può essere e quindi tutto è (significativo e insignificante). In questo scenario, cercare di andare oltre la sentenza dei numeri – che vedono ormai il rock fuori dai grossi giri, schiacciato dall’efficacia algoritmica del pop nelle sue varie declinazioni – corrisponde più o meno a una scelta filosofica. Ad esempio, se affermo che per il sottoscritto Cummeddia di Cesare Basile è il disco dell’anno, non significa dire soltanto che è stato il mio disco preferito (è così) ma anche che l’ascolto è un’esperienza significativa a prescindere dalla sua capacità di incidere sull’immaginario collettivo (la rilevanza sui media di uno come Basile – che pure sforna grandi dischi con regolarità da molti anni – è ahimé estremamente marginale). Un po’ come ostinarsi ad acquistare vinili: sappiamo bene che tutto il rituale di gesti necessario a far esalare musica dall’amato “black circle” è funzionale più a caratterizzarci emotivamente e culturalmente che non all’ascolto stesso, vero? Vero? E ha perfettamente senso. Se ascolto in vinile è perché considero l’ascolto un’esperienza dirimente e non accessoria.

È un po’ come rispondere Lambchop, The Murder Capital, Purple Mountains, Glen Hansard, C+C=Maxigross, Bill Callahan, Jennifer Gentle, Leonard Cohen, Fontaines D.C., Steve Gunn, Giancarlo Frigieri, Wilco, Kevin Morby e Massimiliano Larocca quando ti chiedono cosa ti è piaciuto ascoltare quest’anno: tra di noi (tra di noi cosa? Appassionati? Carbonari?) sono nomi piuttosto noti, persino scontati, ma se ci sforziamo di uscire dal cerchio magico, tolti Cohen e (forse) i Wilco si tratta di un catalogo di paria di cui non trovi traccia nell’ecosistema mediatico, o se preferite tra i campioni dello streaming. Accettato questo, il giochino delle classifiche può essere condotto con quel po’ di rassegnazione e fierezza utile a farle diventare veri e propri stradari, personalissimi percorsi di viaggio in un paesaggio vasto e disastrato, e pazienza se vieni bollato dai colleghi o dai compagni di birre come un fottuto radical chic (se c’è una cosa che sto rivalutando negli ultimi tempi, è proprio il concetto di radical chic). Insomma, più che resoconti su quanto è accaduto – destinati sempre, da sempre, alla frustrazione dell’incompletezza¹ – credo che le classifiche di fine anno debbano somigliare a mappe, piccole e poco pretenziose, ma utili a perdersi un po’ di meno nel pelago dei milioni e milioni di brani disponibili, a gettare qualche granello di sabbia nel serbatoio dell’algoritmo. 

Ancora più utili in tal senso sono i molti libri a tema musicale che escono – mi pare – con frequenza sempre maggiore. Ora che ci penso, forse non è un caso. Anzi, ne sono certo: non è un caso. C’è bisogno di fare i conti con questa esondazione, con questo accumulo di detriti. Sperando che non si tratti di una vivisezione o, peggio (?), di un’autopsia. Tra le nuove uscite che mi è capitato di leggere segnalo senz’altro il buon Storie di ordinaria follia rock del “nostro” Massimo Padalino, per quel suo indagare il dark side spesso bislacco di artisti e situazioni che hanno fatto la storia della nostra musica preferita, il cui contraltare può essere individuato in quel Love (& Music) Stories di Elisa Giobbi che fa un po’ lo stesso ma percorrendo il versante delle relazioni (spesso: ossessioni) sentimentali. Detto che la Jimenez ha proseguito la sua opera meritoria mettendo a segno altri titoli fondamentali (Grant & Io di Robert Forster e Un sottile, selvaggio suono mercuriale di Daryl Sanders, senza contare i recenti Testimony di Robbie Robertson e Non fare stronzate, non morire. Un addio a Vic Chesnuttdi Kristin Hersh, che leggerò a breve), le pagine più vibranti me le hanno regalate due volumi editi da Big Sur: è davvero notevole Let’s Go (So We Can Get Back), autobiografia di Jeff Tweedy a cuore apertissimo, così come è acuto Ascoltare il rumore di Damon Krukowski, saggio destinato a venire citato negli anni a venire per la lucidità con cui affronta il tema del passaggio al digitale e le sue conseguenze su forma del suono e prassi di ascolto.

Cito volentieri anche Patriots di un altro nostro redattore, l’ottimo Fernando Rennis, che prosegue l’indagine sulle canzoni “impegnate” del presente concentrandosi stavolta su quelle uscite nel Belpaese. Una menzione meritata anche per Springsteen & Atlantic City dello storico e giornalista inglese James Pettifer, un curioso e intrigante sguardo ad alzo zero sul New Jersey reale (e sulla sua storia) che compone un suggestivo dietro le quinte della poetica del Boss, in maniera più viva e significativa a mio avviso della non troppo riuscita autobiografia. Meritevole di nota la ristampa di Siberia. Storia illustrata del capolavoro dei Diaframma firmato dal decano del giornalismo musicale italiano Federico Guglielmi, dedicato al leggendario album della new wave italiana che ha appena spento trentacinque candeline. Ma il libro che più ho amato leggere, e che mi ha regalato non pochi motivi di riflessione, è Ambulance Songs di Luca Buonaguidi e Salvatore Setola: si rivolge a noi in quanto appassionati e ascoltatori di musica, certo, ma anche (e soprattutto) a chi di musica scrive, invitando a recuperare un’erotica della musica, utile a sostanziare il senso dell’ascolto in chi alla musica affida il senso stesso del proprio stare al mondo.

Ecco, si arriva al punto, giusto un attimo prima dei saluti: fatto un passo oltre le disamine, le valutazioni, l’accapigliarsi per il voto (il decimale) in più o in meno, lo scandalizzarsi per l’assenza o la presenza del tale disco nella tale classifica, ci resta in mano il cerino del senso di tutto questo per gli altri passi che restano da fare. Muoviamoci. E che siano passi imprevisti, complicati, avventurosi.          

Buoni anni Venti, ragazzi.

Dischi

  1. Cesare Basile – Cummeddia
  2. Glen Hansard – This Wild Willing
  3. C+C=Maxigross – Deserto
  4. Lambchop – This Is (What I Wanted To Tell You)
  5. Robert Forster – Inferno
  6. Purple Mountains – Purple Mountains
  7. Bill Callahan – Shepherd in a Sheepskin Vest
  8. Jennifer Gentle – Jennifer Gentle
  9. Steve Gunn – The Unseen In Between
  10. Rustin Man – Drift Code
  11. Leonard Cohen – Thanks For The Dance
  12. Massimiliano Larocca – EXIT | ENFER
  13. Erri – Non importa
  14. Fontaines D.C. – Dogrel
  15. The Dream Syndicate – These Times
  16. Wilco – Ode To Joy
  17. Nick Cave & The Bad Seeds – Ghosteen
  18. Giancarlo Frigieri – I ferri del mestiere
  19. Iggy Pop – Free
  20. The Murder Capital – When I Have Fears

Libri

***

¹ infatti non trovate tra questi venti titoli né Anima di Thom YorkeI Am Easy To Find dei National, solo per citare un paio di esclusi eccellenti. Questi due in particolare sono album interessanti, che ho ascoltato molto, ma che – seppure di poco – restano fuori dal novero dei miei preferiti. Spiace. Ma sono le regole.

8 Dicembre 2019 di Stefano Solventi
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