Weekend di uscite discografiche e streaming. Ascolta gli album di Beach House, Arctic Monkeys, Ry Cooder e molti altri

Beach House e Arctic Monkeys, ma anche immarcescibili outsider come Ry Cooder e Mark Kozelek nel nuovo editoriale settimanale che non manca di dare un occhio anche al lato elettronico della faccenda con i 12'' e gli album di Joy Orbison e Simian Mobile Disco

NB: salvo quando diversamente indicato, trovate l’ascolto Spotify di ogni disco citato nella relativa pagina album. Potete inoltre consultare gli editoriali pubblicati finora. Attualmente abbiamo quelli del 4 maggio, 27 aprile, 20 aprile, 13 aprile, 6 aprile, 30 marzo, 23 marzo, 16 marzo, 9 marzo, 2 marzo, 23 febbraio, 16 febbraio, 9 febbraio, 2 febbraio, 26 gennaio, 19 gennaio e del 12 gennaio.

Lo scorso fine settimana le uscite di cui parlare erano molte di più e ben distribuite tra indie e pesi medi a livello di booking e potenza di – ehm – views e streaming. Nessuna di loro però avrebbe potuto competere, per fama e aspettative, con le due di questo weekend. Ecco perché nel giorno in cui escono contemporaneamente i nuovi dischi di Beach House e Arctic Monkeys attorno a loro c’è spazio per pochi, selezionati lavori, meglio se fuori dal raggio delle proposte di queste due potenti band, che già di per sé catalizzano un immaginario pop come rock a spettro piuttosto ampio.

Ci provano alcuni selezionati outsider che per pubblico e stile musicale hanno poco (o non direttamente) a che fare con le proposte di Alex Turner Victoria Legrand, come l’immarcescibile Ry Cooder che torna con The Prodigal Son, un album dedicato all’America altra, non quella di Trump e dei Kanye West, ma quella più vera, reale, fatta di radici musicali giocoforza multietniche e multirazziali, tradizioni in buona parte afroamericane ma non solo (ci sono anche i Caraibi per dire). Dentro al disco sentiamo la lingua di un antico blues da ball&chain, da sbarre e campi di cotone, del terrigno bluegrass, abbracci di gospel dalla Louisiana, del nerboruto r’n’b, il tutto condotto con una mentalità da speleologo del r’n’r – e basta sentire la sua versione di Nobody’s Fault But Mine per capirlo. Insomma, un piccolo grande scrigno che non suona affatto come una registrazione perduta di Alan Lomax ristampata a casaccio. L’altro grande bastian contrario della settimana è Mark Kozelek, che dopo i tre (o quattro) album dello scorso anno si presenta all’appuntamento discografico con un lavoro omonimo – Mark Kozeleke nuove storie a confessionale e a invettiva da raccontare, narrazioni che portano titoli come I Cried During Wall Street o The Mark Kozelek Museum e che ne proseguono un percorso non banale, pur nella consapevolezza che album come Benji non nascono tutti i giorni (recensione di Nino Ciglio).

Anche Marco Iacampo potremmo intenderlo come un sano, se non necessario, portatore di disturbo. Il suo, e ce lo racconta Giulia Rossi in sede di recensione, è viaggio poetico tutto personale cominciato nel 2012 con l’album Valetudo, proseguito nel 2015 con Flores e che ora trova compimento in questo nuovo e riuscito Fructus (streaming in scheda album). Il passaggio dal fiore al frutto è l’immagine perfetta per coglierne lo spirito, un contorno di sonorità mediterranee e tropicali, affrontate con approccio pop e la solita raffinatezza in sede di scrittura. Non ultimi abbiamo i Sea And The Cake che tornano a sei anni di distanza dal precedente Runner con un disco – Any Day – fedele a un percorso fatto di white soul e pop (sporcato di wave), una proposta che in passato si è coagulata attorno a un songwriting generoso e di cuore, ispirato da gente come Style CouncilNotwist e un poco anche Wire.

Venendo ai due dischi più attesi della settimana (o forse dell’anno): di 7 dei Beach House ci parla Andrea Macrì, che ne sottolinea la spinta al cambiamento, il desiderio del duo di fare le cose con calma, senza render conto a nessuno e senza un produttore nel senso più tradizionale del termine. Al netto di qualche cedimento, la bellezza della loro proposta – e del songwriting che la alimenta – è rimasta intatta e così possiamo dire anche di Tranquility Base Hotel & Casino, altra prova all’insegna del cambiamento – più deciso e marcato nel loro caso – in cui troviamo un Alex Turner maturo che gioca a fare il Brian Wilson della situazione (recensione di Davide Cantire).

Sul lato elettronico: Aïsha Devi torna ancora nel segno di Arca, The Knife e della prima Grimes con DNA Feelings sempre su Houndstooth (idem per l’artista cubano di stanza a Berlino Réelle con Kissing Myself sulla sua Danse Noir), Joy Orbison esordisce su Hessle Audio con un buon 12” a quattro mani – Transition 2 / Systems Align – prodotto assieme al sassofonista Ben Vince, mentre i bolognesi Pastaboys approdano sulla Crosstown Rebels di Damian Lazarus con Kolo Kolo EP (non disponibile su Spotify). Tornano anche i Simian Mobile Disco con un disco sia adatto al club che all’ascolto in cuffia intitolato Murmurations. Sul lato chitarre: i The Body sfornano I Have Fought Against It, But I Can’t Any Longer, un altro album senza compromessi dei loro in cui l’heavy metal si fa quasi harsh. Un disco disturbato e disturbante, costruito anche grazie all’autocampionamento delle stesse basi che la band ha prodotto durante le session (recensione di Stefano Pifferi in arrivo). Al contrario, su Constellation troviamo una Carla Bozulich Quiter, ovvero più “calma”, ma è tutto relativo. Su lato folk (e un poco anche country): Cosmic Wink è il terzo album della texana Jess Williamson, che per inciderlo si è trasferita a Los Angeles – e si sente. È Sacred Bones a pubblicarlo ed è un ideale accompagnamento sonoro per chi ha amato serie tv come Love e per fan di Hope Sandoval e co.

Parliamo anche di indie pop e cantautorato con Panorama, l’esordio lungo di Anna Viganò, in arte Verano. A pubblicato: 42 records. E di mainstream pop, con Rita Ora che ha formato un supergruppo assieme Cardi B, Bebe Rexha e Charli XCX. Il singolo è Girls. Ultimissima: la Dark Polo Gang ha sfornato via Universal l’electro singolo British.

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Tracklist