Migliori album 2017. La classifica di Federica Carlino

Ancora classifiche e considerazioni di fine anno con Federica Carlino

Maledizione, che piacere freudiano concludere l’anno parlando di album! Quelli amati, quelli ben fatti e quelli di vecchie canaglie che ogni tanto riescono ancora a sorprendere, andando a sperimentare nuovi possibili scenari sonori. Come al solito, alcuni artisti si rivelano indegni delle alte aspettative a loro concesse, mentre qualcuno riesce invece a sorprendere con una più profonda comprensione delle proprie capacità e qualcun altro ancora si diverte a intitolare il proprio progetto con una battuta comprensibile solo ad un gruppo ristretto di persone. Dentro questa premessa apparentemente strampalata, si nascondono i titoli, di per sé già molto eloquenti, di quelli che, a parer mio, sono stati i migliori album di questo 2017. Un anno in equilibrio tra ritorni, ottimi debutti e qualche delusione.

Partiamo dai ritorni. Non è affatto una sorpresa che Kendrick Lamar si sia confermato ancora una volta come uno dei pochi artisti capaci di superare le barriere di genere e di sconvolgere le carte in tavola, avendo già dimostrato con il precedente To Pimp a Butterfly di essere una delle figure più influenti di questi anni. Sebbene, per quanto mi riguardi, Damn. sia stato un passo indietro dal punto di vista della produzione, essendo venuta meno la componente puramente musicale del precedente lavoro in favore di basi e campionamenti tradizionalmente hip-hop, il suo è stato senza ombra di dubbio l’album che ho consumato di più quest’anno. Segue, quasi a pari merito, Pleasure di Feist, tornata dopo sei anni con un vero e proprio diario sonoro, grezzo e profondamente intimo, in cui la sua dolcissima voce risalta su canzoni volutamente minimali che rendono ancora di più se ascoltate in cuffia. Stesso discorso e intento per Courtney Barnett e Kurt Vile, bravissimi nell’instaurare un’atmosfera d’ascolto familiare, pur mantenendo la propria congenita riservatezza. Dolorosa ma indubbiamente magistrale, è stata per me la prova degli LCD Soundsystem con le dissacranti e cupe prese di coscienza che compongono American Dream e riportano in primo piano il cinismo di James Murphy, un cinismo di cui anche St. Vincent si è fatta ancora una volta portabandiera con il suo Masseduction, seppure in modo più distaccato e decisamente più glamour rispetto a Murphy. Di cinismo e ironia è maestro anche Mac DeMarco, che con This Old Dog fa un ulteriore passo avanti verso una trasformazione sonora più psichedelica. Eccezionali anche i The War on Drugs, che con A Deeper Understanding si elevano ufficialmente a eredi di Tom Petty e a protettori del più puro roots-rock, mentre i Dirty Projectors proseguono senza perdere colpi sulla strada di sperimentazioni sonore e progressive che, seppur difficili da ascoltare tutte d’un fiato, sono indubbiamente necessarie per trovare nuovi scenari. Gli stessi che, in altro modo e in altri territori, sia di genere che geografici, ha cercato Cesare Cremonini in un album finalmente maturo e ponderato. Passando a numeri da mercato mainstream internazionale, i riffoni dei Foo Fighters restano profondamente incastonati nelle mie playlist annuali, anche se con maggior riserva degli anni passati, come è il caso dei colleghi amici Queens of the Stone Age, meno incisivi sì, ma ancora efficaci. Interessanti come sempre anche gli Arcade Fire, nonostante stiano pericolosamente virando verso quello che potrebbe rivelarsi un vicolo cieco: la reiterazione di sonorità nostalgiche e danzerecce, povere di contenuti concreti. Ottimo ritorno anche per Lorde, che con questo secondo album si è confermata capace di portare sulle spalle la responsabilità di aver plasmato, anche se in piccolo, il pop degli ultimi anni.

Tra gli immancabili dischi più “giocosi” e dilettevoli, forse realizzati senza alcuna pretesa di finire nella classifica di fine anno di nessuno, ci sono i Phoenix, che dopo avermi provocato un iniziale momento di immensa confusione e una sensazione di forte fastidio per il loro italiano maccheronico, alla fine, grazie ad un’eccezionale performance dal vivo, sono riusciti a farmi cantare ed apprezzare – anche con un certo, imbarazzante gusto – frasi ridicole come fiordilatte-fi-fi-fiordilatte e tutti frutti is all for free. Sulla stessa scia assolutamente poco seria e sicuramente bersaglio di numerose critiche, mi ritrovo a riportare il nome di Bruno Mars in lista, perché nonostante il suo 24k Magic sia senza ombra di dubbio un’opera di plastica, priva di originalità, per me lui rimane una delle poche persone che possono permettersi di ricalcare hit e sonorità anni ’90 senza risultare fuori luogo.

Passando ai debutti, il canadese Daniel Caesar ha realizzato un gioiello di eleganza black, ovvero Freudian: dieci canzoni passionali e appassionate che lo hanno posto di diritto un gradino sotto a Frank Ocean tra gli interpreti/autori r&b migliori del momento. Apprezzabili anche i giovanissimi Flyte, che sotto la guida di Burke Raid, il produttore di Courtney Barnett, hanno realizzato un primo album davvero sorprendente, presentandosi come degni adepti dei Beatles e dei Beach Boys per le indubbie capacità compositive e le ottime armonizzazioni a quattro voci. Ottima prima prova ufficiale anche per YOMBE, che con GOOOD ha ancora una volta confermato di essere un progetto meritevole di attenzione non solo da parte del pubblico italiano, ma soprattutto di quello straniero, che speriamo non tardi a rendersene conto. Decisamente di livello inferiore, ma comunque apprezzabili, sono stati la danese Snoh Aalegra e l’ex bel visino degli One Direction, Harry Styles, che hanno confezionato due primi album poco originali, schiacciati dal peso delle rispettive fonti d’ispirazione. Ciò nonostante, ritengo abbiano posto le basi per eventuali prove successive più mature e personali, come è riuscito a fare Cesare Cremonini con il suo Possibili Scenari. Cito infine la delusione più grande di quest’anno, Beck, reo di aver registrato uno dei pezzi migliori del 2017 (Colors) come title track dell’album più inconcludente e insignificante che abbia mai fatto.

1. Kendrick Lamar – Damn.
2. Feist – Pleasure
3. Daniel Caesar – Freudian
4. Flyte – The Loved Ones
5. Yombe – GOOOD
6. Mac DeMarco – This Old Dog
7. Cesare Cremonini – Possibili Scenari
8. Queens of the Stone Age – Villains
9. The War On Drugs – A Deeper Understanding
10. Courtney Barnett / Kurt Vile – Lotta Sea Lice
11. Foo Fighters – Concrete and Gold
12. Snoh Aalegra – FEELS
13. Dirty Projectors – Dirty Projectors
14. Lorde – Melodrama
15. Phoenix – Ti Amo
16. Arcade Fire – Everything Now
17. St. Vincent – Masseduction
18. LCD Soundsystem – American Dream
19. Bruno Mars – 24K Magic
20. Harry Styles – Harry Styles

Per quanto concerne le liste/classifiche personali dei collaboratori di SA finora pubblicate, trovate quelle di Tommaso Bonaiuti, Riccardo ZagagliaFernando Rennis, Elena Raugei, Luca Roncoroni, Stefano Solventi, Federico Sardo, Beatrice Pagni, Alessandro Pogliani, Davide Cantire, Luigi Lupo e Federica Carlino. Tra quelle delle testate nazionali e internazionali invece: Rumore (con i commenti del direttore Rossano Lo Mele), WIRE, Stereogum, Rough TradeNME, Rolling Stone, Bleep.com, Consequence of Sound, Quietus e Pitchfork (videoclip e album)

Tracklist