Su SA trovate le classifiche personali di Antonio Lamorte, Luca Roncoroni, Marco Boscolo, Tommaso Bonaiuti, Marco Braggion, Beatrice Pagni, Davide Cantire, Fernando Rennis, Elena Raugei, Riccardo Zagaglia e Stefano Solventi, un’analisi di quelle pubblicate da altre testate come NME, The Line Of Best Fit, Pitchfork, FACT, Billboard USA, COS, Quietus e NPR e la nostra selezione dei 50 migliori album.
A novembre di quest’anno ho compiuto 43 anni, un’età che a qualsiasi adolescente cresciuto a X Factor e Spotify deve sembrare già vecchiaia avanzata (beata innocenza…). È l’età anagrafica che hanno raggiunto, per dire, dischi come Blood On The Tracks di Bob Dylan, Physical Graffiti dei Led Zeppelin, Wish You Were Here dei Pink Floyd, Heroes di Patti Smith o magari Volume 8 di Fabrizio De André, ovvero dinosauri – nel senso migliore del termine, nel loro caso – della discografia, cristallizzati in un’epoca – nello specifico, il 1975 – molto differente da quella in cui opera oggigiorno il suddetto giovinastro. Certo è che ai cambiamenti sociali e tecnologici con cui noi “attempati” dobbiamo malamente fare i conti, corrispondono aggiornamenti inevitabili anche in quel personalissimo sistema operativo interno che – bene o male – ci governa e ci impone quotidianamente delle scelte, tanto più in ambito musicale. Ad esempio, dopo sedici anni passati a scrivere di dischi, negli ultimi tempi ho scoperto tra i risvolti del mio carattere una certa intransigenza nell’approcciarne di nuovi con leggerezza, qualcosa di antitetico a un’epoca di marketing invasivo, capillare e dannoso applicato alla musica (e non solo): in poche parole, mi sono stancato di concedere tempo ad album di cui tutti parlano solo perché tutti ne parlano, e che alla prova dei fatti si rivelano spesso lavori di routine (o peggio…), magari pure masterizzati male (a proposito, a chi pensi che lo streaming o gli mp3 siano il migliore dei mondi possibili in termini di qualità audio, consiglio sempre l’articolo che mi capitò di scrivere qualche anno fa su loudness war e correlati, o magari il bellissimo libro di Greg Milner, Alla ricerca del suono perfetto). Del resto, una volta i musicisti facevano tour per promuovere un album, ora fanno album (che non si vendono) per andare in tour (la maggiore fonte di reddito).
«Don’t believe the hype», cantavano i Public Enemy nel 1988, un monito che cerco di applicare a mio modo, pur senza fare il Che Guevara de noantri auto-ghettizzandomi in una comfort zone di ascolti troppo familiari: per dire, un album chiacchierato come Two, Geography di Any Other è finito meritatamente nelle posizioni alte della mia classifica, e non tanto per l’originalità – dentro ci sento moltissimo la prima Laura Marling e certe cose di Tim Buckley – ma per una scrittura di spessore e soprattutto per il coraggio di fare un disco come questo in un momento in cui, in particolare in Italia, molti musicisti indie modulano coscientemente la propria proposta per raggiungere gli agognati 15 minuti di notorietà (qualcuno ha detto it-pop?). Chi come me è cresciuto tra le etichette indipendenti e il DIY degli Ottanta e dei Novanta, imparando che la musica è anche una forma d’arte che non bada al mercato e non solo una sociologia del piatto ricco mi ci ficco, qualche interrogativo non può che porselo, visto anche che «questo calcolo della costruzione del “prodotto”» è fatto in un periodo storico «in cui tu non avresti alcun motivo di avere briglie e costrizioni», come giustamente sottolineavano i Maisie a inizio anno nella nostra intervista. I Maisie, loro sì fuori scala, con un Maledette Rockstar che ha rappresentato quest’anno una boccata d’aria fresca in termini di irriverenza: un disco lontano da ogni calcolo opportunistico, una sfida illogica e deragliante a uno status quo in cui la regola è l’omologazione e qui irriso dalla personalità debordante e caustica di Cinzia La Fauci e Alberto Scotti. Diversamente, i Sons Of Kemet finiscono nelle zone alte della classifica perché alle volte il jazz è davvero il migliore dei mondi possibili: in Your Queen Is A Reptile loro fanno meglio del Kamasi Washington di Heaven & Heart – un altro che in quanto a hype non se la passa male – con un album fisico e bello conciso. Shabaka Hutchings non è Coltrane e probabilmente non lo sarà mai, ma su disco e dal vivo (lo abbiamo verificato al Bronson di Ravenna) la sua band ha il passo travolgente di una locomotiva.
Dal momento che lo abbiamo citato, è giusto che si parli anche di lui: il gradino più alto del podio quest’anno se lo prende proprio il John Coltrane di Both Directions at Once: The Lost Album, raccolta di registrazioni inedite risalenti al 1963 e testimonianza di uno status ormai raggiunto di artista di primo piano, ma anche di un percorso musicale costantemente in divenire e in procinto di evolvere, da quel momento in poi, verso un mix di spiritualità, Africa e astrattismo in odore di free jazz. È lui il primo della classe, e pazienza se non si tratta specificatamente di un disco “nuovo” o “contemporaneo”: sono comunque registrazioni inedite che a mio avviso non andrebbero fatte rientrare nella sezione “ristampe”. Se poi siete gente puntigliosa e ligia alle leggi non scritte che regolano questo tiro al piattello di fine anno, e Coltrane lo vedete come la classica wild card, potremmo switchare sulla Julia Holter di Aviary, una che a furia di essere art-qualcosa è arrivata fin quasi alla musica contemporanea, con un album ricchissimo di stratificazioni, molto complesso nella struttura, persino stordente a volte, ma di un’eleganza e di una personalità innegabili. Un ascolto non basta per inquadrarlo, sappiatelo. Poche righe più su parlavamo di astrattismo: e allora che ne dite di un Immediate Horizon di Lawrence English e Alessandro Contini che lavora splendidamente sull’intensità, sulla dissoluzione dei livelli di suono, sui crescendo e su una pulsazione ambient che assomiglia a una fitta nebbia capace di saturare l’orecchio con malate inquietudini bladerunneriane (senza suonare come Vangelis)? O magari di un Richard Youngs che riserva a un picassiano Belief una quadratura maggiore rispetto a quanto fatto in passato, cucendola sulle consuete derive avant? O di un Patrick Higgins pubblicato dalla Other People di Nicolas Jaar e titolare di un Dossier che trasfigura in presa diretta la chitarra elettrica in una centrifuga di disturbi processati elettronicamente e sound design polverizzato, frequentando suoni inventati dai Cluster, perfezionati dai Pan Sonic e qui votati a un ambient costruito sui bordi delle frequenze? O infine dei Body/Head di Bill Nace e dell’ex Sonic Youth, Kim Gordon, che con The Switch arrivano inaspettatamente al disco più organico e probabilmente riuscito della loro carriera?
Ma il 2018 è stato per me anche un anno di album tutto sommato poco rumorosi mediaticamente parlando, ma fondamentali come ascolti, come il bellissimo Damned Devotion di Joan As Police Woman (probabilmente il miglior episodio di tutta la sua discografia, art-soul bianchissimo esaltato da un minimalismo negli arrangiamenti calibrato alla perfezione), il Forest Bathing dei mai domi A Hawk And A Hacksaw (la cosa più psichedelica che i Nostri abbiano mai prodotto), Romance degli Oneida (un sunto di droning, psichedelia, math, krautrock poco incline a farsi rinchiudere in facili gabbie stilistiche), Welcome Strangers dei Modern Studies (il secondo album della band certifica una grande “intelligenza tattica” e un gusto per l’imprevisto – e per il suffisso “art” – nella scrittura davvero intriganti, oltre alle solite cadenze di stampo Beach House/Low), lo splendido The Thread That Keeps Us dei Calexico (un disco che avrebbe meritato ben altra sorte nelle classifiche di fine anno, e forse l’uscita a gennaio l’ha un po’ penalizzato), l’esordio a nome The Messthetics degli ex Fugazi, Joe Lally e Brendan Canty con in più la chitarra di Anthony Pirog, e persino quell’American Utopia di David Byrne criticato forse oltre i suoi reali demeriti.
Le note finali di questo lungo intervento in prima persona le riservo a un libro uscito quest’anno e che mi ha colpito moltissimo: si tratta di All Gates Open – The Story Of Can, scritto dal giornalista (e collaboratore del magazine britannico The Wire) Rob Young e dal tastierista della band tedesca, Irmin Schmidt. Lo trovate per ora solo in inglese, ma non fatevi spaventare: la scrittura è semplice e lineare. Ciò che si racconta nel testo va oltre la ricostruzione storica della parabola di una delle band più importanti e influenti della storia del rock – sì, avete capito bene, e il post punk, il noise, l’avant, l’industrial degli ultimi quarant’anni stanno lì a dimostrarlo… – e sfocia in un territorio che ha più a che vedere con la cronaca di un approccio alla musica antitetico al culto della personalità svuotato di contenuti cui tocca spesso assistere oggigiorno: collettivismo, sperimentazione e innovazione come diktat, fedeltà alle motivazioni ideologiche dietro al lavoro della band, interplay sviluppato in sessioni interminabili, improvvisazione di stampo quasi jazzistico durante i concerti. Pochissimi sono stati come i Can, ma moltissimi potrebbero imparare da loro, anche leggendo questo libro. O magari da gente come Idles, Anna Von Hausswolff, Jerusalem In My Heart e Neneh Cherry, anch’essa finita nella nostra classifica con dischi in cui l’idea conta più del personaggio che l’ha teorizzata e messa in pratica.
Di seguito trovate le prime venti posizioni della classifica, mentre qui (collegandovi da desktop) potete spulciare la chart completa. Consigli per il nuovo anno? Comprate dischi. Leggete libri. Andate al cinema. Andate ai concerti (ma rifiutatevi di spendere cifre folli). Siate onesti con voi stessi e con gli altri. È l’unico modo per sopravvivere in questa giungla. Un abbraccio e buon 2019 a tutti.
Top 20 2018
01. John Coltrane – Both Directions at Once: The Lost Album
02. Julia Holter – Aviary
03. Maisie – Maledette Rockstar
04. Joan As Police Woman – Damned Devotion
05. Richard Youngs – Belief
06. Idles – Joy As An Act Of Resistance
07. Patrick Higgins – Dossier
08. Lawrence English, Alessandro Cortini – Immediate Horizon
09. Oneida – Romance
10. A Hawk And A Hacksaw – Forest Bathing
11. Sons of Kemet – Your Queen Is A Reptile
12. Anna Von Hausswolff – Dead Magic
13. Any Other – Two, Geography
14. Modern Studies – Welcome Strangers
15. Neneh Cherry – Broken Politics
16. Jerusalem In My Heart – Daqa’iq Tudaiq
17. Body/Head – The Switch
18. Calexico – The Thread That Keeps Us
19. The Messthetics – The Messthetics
20. David Byrne – American Utopia