Migliori album 2018. I 50 dischi essenziali di SENTIREASCOLTARE

Su SA trovate le classifiche personali di Marco Boscolo, Tommaso Bonaiuti, Marco Braggion, Beatrice Pagni, Davide Cantire, Fernando Rennis, Elena Raugei, Riccardo Zagaglia e Stefano Solventi, e un’analisi di quelle pubblicate da altre testate come The Line Of Best Fit, Pitchfork, FACT, Billboard USA, COS, Quietus e NPR.

Da qualche anno preferiamo distinguere la nostra lista dei 50 migliori album dell’anno da quella che è la classifica gerarchica e ufficiale del meglio dei dodici mesi per SENTIREASCOLTARE, che invece prevede un podio e tutto il resto. La prima – cioè questa – è chiaramente ispirata dalla seconda, ma assume, diciamo, un carattere curatoriale; la seconda, e chi ci segue lo sa, è il risultato delle medie dei voti espressi da redazione e staff, e pertanto varierà di giorno in giorno, di minuto in minuto, fino alla fine dell’anno, quando sarà definitiva. Di seguito troverete una lista variegata ma essenziale di titoli che non hanno ricevuto plausi unanimi da parte della redazione e dello staff di SA, ma che comunque tastano il polso a un presente che giocoforza, col sommarsi delle piattaforme di streaming audio e video, non può venir raccontato dalla prospettiva di una timeline univoca o ricondotto al punto di vista di un manipolo di persone che si spremono le meningi per individuare ciò che merita di più a discapito di qualcos’altro. I generi che tratta questo portale sono molteplici e godono tra loro della stessa importanza; viceversa, chi li tratta non appartiene a una specifica fascia d’età ma a un range più ampio che va dai 20 ai 50 anni. L’obiettivo comune è premiare chi se lo merita secondo parametri che non possono essere gli stessi per tutti. Crediamo che dischi di pop contemporaneo così come di vintage soul, di jazz o hip hop, se scritti e prodotti come si deve, con il talento che è necessario (e non può mancare), debbano godere del plauso che meritano, così come l’opera ambient dal particolare valore impressionista o il ritorno della post-punk band aggiornato alle urgenze dell’oggi, in anni in cui la musica con le chitarre sembra la meno desiderabile tra i giovanissimi.

Mettiamoci pure che questo decennio ha già messo sul piatto i macro-movimenti che ne hanno inevitabilmente delineato il corso, e che il meglio è arrivato dalle periferie del mondo, dagli oppressi ed emarginati piuttosto che dai vincitori, e converrete che non ha senso fotografare un anno di dischi anche parecchio differenti tra loro secondo rigide griglie e gerarchie, speculando, o peggio, scommettendo ingenuamente su correnti o trend ritenuti maggiormente aderenti all’oggi o, come si faceva una volta, spacciandoli per cose già proiettate nel futuro. Dicevamo in altra sede dell’hip hop e della trap come standard che hanno scompaginato le classifiche di vendita anche italiane (con Roncoroni a scriverci un libro su), dell’art pop/r’n’b come luccicante terra di mezzo, dell’It-pop come melanconica posa di facciata, delle musiche HD e del ritorno del pensiero post-strutturalista che hanno probabilmente dato quello che dovevano dare (compresi i ritorni al medioevo col clavicembalo midi), di Ariel Pink a farsi zio di una nuova ondata di polverosi dreamwavers&lofiers interessanti ma non sconvolgenti, e di tutta una trasversale fascia di musiche politiche più che politicizzate (vedi anche Politics di Fernando Rennis), reintroducendo nell’architrave del pop temi come l’ecologia/ambiente, l’identità di genere (che sempre più artisti preferiscono vivere in modo “fluido”) e di razza (afroamericana ma non solo).

Anche dell’evoluzione del concetto di album in un presente dominato da streaming e playlist abbiamo già parlato, così come a livello ideologico, in questo bisogno di un ritorno al futuro per raccontare il presente, ci ritrovavamo a constatare che la retromania è tutt’altro che una “Stranger Thing”, ma la base del consenso, un sedativo rispetto a un qui e ora minacciato non più come succedeva negli 80s da un nemico esterno (i russi, l’atomica) ma da qualcosa di più subdolo, intrinseco alle nostre (lobbistiche) società e ai nostri (plastici) stili di vita. Con i linguaggi musicali attualmente sulla piazza a non offrire nuovi eccitanti scorci da monitorare – l’intelligenza artificiale come elemento aggiuntivo di una formazione è già pratica comune per Autechre, Visible Cloaks, Actress e Holly Herndon, footwork e post-grime hanno già abbondantemente dato – e una nuova generazione ancora restia ad abbandonare in massa i social network (per affrontare un revival 90s che non sia soltanto di facciata, ma una “nuova sparizione collettiva”), ha più senso restituirvi questo 2018 sotto forma di rappresentazione prismatica, non certo ideologica. Non ideologica significa che una lista dei migliori album di fine anno non può (e non deve) a nostro avviso comunicare una presa di posizione rispetto a questo o quel movimento, che sia #metoo o la qualsivoglia Dark Ecology. Apriamo una parentesi: che le donne abbiano fatto meglio degli uomini quest’anno, è un dato di fatto statistico (di vendite dei dischi) prima ancora che artistico. Ed è stato giusto e sacrosanto, lungo il 2018, sensibilizzare e aprire gli occhi dell’opinione pubblica rispetto a un tema che se taciuto, non avrebbe fatto altro che confermare ordini, gerarchie, patriarcato e ingiustizie. Ma è ancor più vero, quando parliamo più specificatamente di talento/genio, che questo non si concentra su particolari generi ma li sfrutta, e non è qualcosa che né ora né mai risponderà a un bene disponibile in abbondanza. Non siamo sicuri di potervi dire di aver selezionato 50 album geniali, ma siamo fiduciosi, presentandoveli senza un ordine particolare, di aver reso giustizia allo sforzo creativo che è stato necessario per produrli.

Sons of KemetYour Queen Is A Reptile

Fresco ed efficace, Your Queen is a Reptile salta di slancio gli steccati del jazz tout-court per abbracciare una forma libera, che mescola sacro e profano, Coltrane e la afro-techno, senza però bestemmiare mai, e facendo capire che nel 2018 ci sono nuovi percorsi da esplorare, nuove rotte verso cui andare. Il disco è inoltre un tributo a nove donne (una per ogni traccia) fondamentali per le battaglie per i diritti degli afroamericani e, allo stesso tempo, una critica caustica alla monarchia britannica responsabile dello sfruttamento e della segregazione del popolo africano. Deus ex machina Shabaka Hutchings (Andrea Murgia).

Julia HolterAviary

Non è un disco facile, richiede più ascolti per poter entrare definitivamente nel mondo sonoro che crea ad ogni play. Non è nemmeno un disco perfetto, e soffre soprattutto nella seconda parte, dove ogni tanto una monotonia un po’ fredda e cerebrale fa capolino. Eppure è un oggetto vivo, intrigante, intelligente, sul quale viene continuamente voglia di tornare per trovare un altro filo da seguire (Marco Boscolo).

Nine Inch NailsBad Witch

La sensazione è che con Bad Witch si metta definitivamente a fuoco una nuova fase nell’epopea Nine Inch Nails, con una lucidità in termini di visione d’insieme che non riscontravamo da più di un decennio e una compattezza qualitativa che rimanda ai migliori tardi-Novanta (Elena Raugei).

Demdike StarePassion

Nella copertina del disco la corpulenta modella transessuale è hyperreal al punto da diventare un calco, un simulacro di quella Passion di cui si fa carico il titolo di un disco che raccoglie il materiale accumulato dal duo dalla produzione di Wonderland ad oggi. Ed è roba sempre in continuità con i loro Testpressing eppure, se vogliamo, più scura, plastica e sospesa rispetto a quella di quel disco. È anche materia che ha assorbito qualcosa dalla compagine HD (lo sci-fi più splatter, la trance puntiforme di Senni, i synth breakkati, glitchati, da segnale disturbato, ecc.) e non lo nasconde (Edoardo Bridda).

Richard YoungsBelief

Il tono è dimesso, virato agrodolce, come un viaggio finito male ma non troppo, una situazione fastidiosa ma non troppo, una miseria esistenziale sentita ma non troppo. A rimanere sempre chiara è una visione estetica carica di malinconia e un certo disincanto che non fa passare inosservato nemmeno uno dei suoi dischi (Marco Boscolo).

CupcakKeEphorize

Caratterizzato da testi sessualmente espliciti e da un sound che unisce influenze trap, hip-house e drill-rap, il quinto lavoro (in due anni) di Elizabeth Eden Harris è un imbattibile carrarmato di rime e strofe. Il flow è serratissimo, i virtuosismi raggiungibili solo da pochi ma anche dal punto di vista musicale la sostanza non manca. In Ephorize non manca nulla che un disco fatto con questi presupposti dovrebbe avere (Luca Roncoroni).

VesselQueen of Golden Dogs

Terzo disco per Seb Gainsborough e terzo territorio esplorato, eppure stranamente coerente con se stesso, in una divagazione sul senso dell’identità e sulla fluidità di genere (Marco Boscolo).

SophieOIL OF EVERY PEARL’s UN-INSIDES

Un discorso tra corpo, identità di genere, virtualità e mercificazione non completamente messo a fuoco, ma dal potenziale tutto da esplorare. Una proposta che passa in rassegna un sound plastico e traslucido, tutto contemporaneo (PC Music, OPN ecc.), per restituirci in calco la multi-sfaccettata personalità di un’autrice forte, imprendibile come da tradizione queer, esagerata per definizione (Marco Boscolo).

Neneh CherryBroken Politics

Sembra di percepirla, Neneh Cherry, sognare un mondo nuovo mentre qualcuno le costruisce attorno la colonna sonora perfetta, un risultato che a leggere le interviste è stato frutto di un lavoro di squadra che ha coinvolto in primis il marito Cameron McVey (con il quale ha imbastito i demo) e poi Four Tet che, ricevuti i file, ha avuto campo libero per arricchire e produrre i brani. Un ménage evidente in Slow Release, in cui il suono tribale viene riempito da suoni sintetici e fiati discreti. È questo forse uno dei segreti della Cherry e dei suoi compagni: parlare di temi concreti ma lasciare che il mistero abiti la musica prodotta, far sì che la soggettività aleggi sopra le canzoni (Andrea Macrì).

SabaCare For Me

Il sophomore del rapper di Chicago (dal giro Chance the Rapper) è un capolavoro di doloroso intimismo e una catarsi necessaria, tra eleganze jazz e morbidi crepitii à la Dilla (Luca Roncoroni)

Daniel BlumbergMinus

Un disco dell’anima, a tratti una seduta di psicanalisi, a momenti una dolente trance alcolica, che si offre come un cuore pulsante e sanguinante. «Mi sono rassegnato al fatto che adesso sono davvero un musicista». E dopo tanti progetti, il debutto a proprio nome di Daniel Blumberg né è non solo la conferma, ma anche il segno di una maturità e di un equilibrio invidiabili (Marco Boscolo).

Yves TumorSafe In The Hands Of Love

L’esordio per Warp del misterioso Yves Tumor è una sclerotica costellazione di future-r&b, dream pop, EDM decostruita, scaglie hip hop, certi suoni da iperrealismo in HD, sfuriate noise e dilatazioni ambient, e perfino alcuni inaspettati recuperi dal brit-pop di fine anni ’90. (Luca Roncoroni).

Beach House7

Il settimo disco dei Beach House​ testimonia un desiderio di cambiamento (ma anche quello di fare le cose con calma, senza render conto a nessuno, senza un produttore nel senso più tradizionale del termine). Al netto di qualche cedimento, la bellezza della loro proposta – e del songwriting che la alimenta – è rimasta intatta.

MaisieMaledette rockstar

I Maisie tornano a nove anni da Balera Metropolitana con un disco doppio ricchissimo di spunti e meravigliosamente difficile da inquadrare, in cui l’avanguardia va a braccetto con il rock e mille altre declinazioni stilistiche (Fabrizio Zampighi).

Jon HassellListening To Pictures (Pentimento Volume One)

L’humus è genericamente e latamente quello made in fourth world, ma più come approccio globale e globalista che come mero suono; c’è una elaborazione dell’elettronica più frantumata e rarefatta che non scivola nell’ambient quando esalta le molte textures che stratificano l’album e ricrea – di nuovo, riferimenti pittorici – quadri quasi en plain air in cui è facilmente rintracciabile sia il singolo suono/pennellata (e tutti quelli precedenti), sia la visione d’insieme (Stefano Pifferi).

LowDouble Negative

I Low hanno fatto un’operazione concettuale: scardinare un po’ del loro sound per tenerne l’anima. Anche se il primo impatto può essere ostico e spiazzante, il disegno emerge chiaramente come l’impronta di una band che osa eppure rimane fedele a se stessa (Tommas Iannini).

Josephine FosterFaithful Fairy Harmony

Quando hai una personalità come quella di Josephine Foster puoi anche permetterti una raffinatissima calligrafia senza suonare svenevole, e un album come Faithful Fairy Harmony ne è l’ennesima dimostrazione (Fabrizio Zampighi).

Okzharp & Manthe Ribane – Closer Apart

Afrofuturismo e tendenze elettroniche tra grime, dub e dance africana s’incontrano nell’esordio di Okzharp & Manthe Ribane: tredici tracce che sono la perfetta colonna sonora per una immaginifica società mutante e priva di qualsiasi barriera (Nicolò Arpinati).

Father Murphy – Rising. A Requiem For Father Murphy

Al netto di questa “depurazione” sonora e in linea con una ricerca quasi filologica sul requiem e sulle sue strutturazioni interne, i due giungono al “suono trionfante della morte” tramite una reductio quasi al silenzio e alla stasi (sacrale o prossima al demoniaco, non è dato sapere), a una rarefazione sonora che ha del trascendente e che mantiene sì, tutta l’algida solitudine del canto della morte, ma soprattutto conclude un percorso di essiccazione e sottrazione che si fa ricerca dell’essenziale e che ci si spiega davanti traccia dopo traccia (Stefano Pifferi).

Oneohtrix Point NeverAge Of

Grazie anche a James Blake e ad Anohni, la (End Of) Age di Daniel Lopatin è un disco ispirato, incontenibilmente immaginifico e vivo. Banalmente, è il suo disco “pop”. E poi chi l’ha detto che at “The End Of The Universe” si smette di sognare? (Edoardo Bridda)

Marianne Faithfull – Negative Capability

Questo disco è il suo You Want It Darker o il suo Blackstar (Giulio Pasquali).

Pusha TDAYTONA

Il primo capitolo della nuova tornata GOOD Music (con Kanye West saldamente alle spalle di tutto e tutti) è un sintetico gioiellino in cui Pusha T condensa al meglio la sua doppia anima di rapper e drug dealer, con una produzione in cui West torna a guardare a una filologia di recupero black. Sembra perfino troppo per poco più di 21 minuti distribuiti in 7 pezzi, ma nel momento degli interminabili album-playlist di tanti altri (Migos, Rae Sremmurd, ecc) questa sintetica concretezza sembra un antidoto oltremodo necessario, e pure perfettamente riuscito (Luca Roncoroni).

Eli Keszler –  Stadium

Ogni disco di Eli Keszler riaccende in noi i piaceri che la sua musica da sempre procura. È materia vischiosa e frantumata, timbricamente ricchissima, con un suo peso specifico, può imprimersi delicatamente in un invisibile velo, oppure farsi costellazione di accadimenti in lentissima implosione, proprio come quella definizione che Zingales diede degli Autechre (Edoardo Bridda).

IdlesJoy As An Act Of Resistance

Se il concetto di “punk to the masses” storicamente è andato di pari passo con uno snaturamento del concetto stesso di punk, non si può dire lo stesso di Joy as an Act of Resistance, un album accessibile, impegnato e contemporaneo (Riccardo Zagaglia).

TirzahDevotion

Con pazienza e grazia, Devotion è un album che taglia i filtri che spesso mettiamo nelle nostre vite, portati a credere che tutto debba essere raffinato e perfetto, prima di potersi considerare finito. Nonostante la natura profondamente personale di questo album, l’autrice non si dimostra mai vittima del suo sentimentalismo (Beatrice Pagni).

Sleep – The Sciences

The Sciences è un’ora di puro delirio sonico, in cui è condensata tutta la narrazione e la mitologia di questo gruppo incredibile, e che soprattutto mette in luce un Matt Pike in stato di grazia, che con gli anni si dimostra sempre più un vero e autentico titano delle sei corde, uno dei migliori (se non il migliore) della sua generazione. Stonatevi e lasciatevi trasportare (Tommaso Bonaiuti).

Lonnie HolleyMITH

Registrato in giro per il mondo negli ultimi cinque anni, MITH è un’esperienza straniante, un vero e proprio monolito sonoro e lirico (Andrea Murgia)

Tim HeckerKonoyo

Con Konoyo, “questo mondo” in giapponese, Hecker cambia prospettiva ma non l’obbiettivo, e continua il suo lavoro in sottrazione mostrandoci i rimasugli di sacro e profano come scorie di una civiltà estinta. No, non sta parlando di Sumeri o Aztechi ma della nostra specie come umani sulla terra (Edoardo Bridda).

The Good The Bad And The QueenMerrie Land

Laconico e sconsolato, il disco tasta il polso a una Gran Bretagna che è assieme donna, terra e madre, un partner con il quale si è consumata una separazione. È tempo di raccogliere i cocci, raccontarlo attraverso il folk pastorale e la teatralità che abbiamo incontrato in Dr. Dee, l’intimismo tinto di soul di Everyday Robots, e visto che di TGTBATQ parliamo, con le pallide note di un organetto accompagnato alla bisogna da oboe e flauti. Non manca l’agrodolce carillon, il bandismo, il vaudeville, i rimandi a Kingston e al reggae, ma è il mood complessivo dell’opera a risaltare e a farsi protagonista (Daniele Rigoli).

Rosalía – El Mal Querer

Un intingolo future-r&b che del flamenco originario mantiene solo qualche orpello, con BAGDAD che ne è l’apice assoluto: un crescendo di art-pop davvero bello ed efficace, tra le melodie che indovina e gli incastri di cori e cassa ballabile nei suoi momenti più coinvolgenti (Luca Roncoroni).

Dirty ProjectorsLamp Lit Prose

Quando sembrava ormai votato alla svolta da solista-con-vocoder, Dave Longstreth torna a costruirsi intorno una band. Tra r’n’b del nuovo millennio e vecchio freak folk, Lamp Lit Prose è un pregevole esercizio di equilibrismo (Simone Dotto).

Kali UchisIsolation

Rispetto a quanto il titolo del disco possa suggerire, ci troviamo in un non luogo dove il meridiano dei Caraibi s’irradia un po’ ovunque, dove la parte felina di Janet Jackson (Tomorrow) dialoga con le trovate più outer hip hop degli Outkast (Just A Stranger, After The Storm, Feel Like a Fool). Tanti gli abiti che scivolano sulle curve della Uchis, che rimedia alla mancanza di smash hit controbilanciando con strofe/bridge degne di una ammaliante sirena. Del resto è la naturalezza con la quale canto e arrangiamento entrano in contatto con l’ascoltatore la chiave di un disco che, andandolo a scandagliare per bene, si rivela un affare anche sofisticato e intellettuale, eppure si presenta come materia da maestri profumieri (Edoardo Bridda).

Parquet CourtsWide Awake!

La diatriba tra novità e ritorno al passato forse ha senso fino a un certo punto, con i Parquet Courts. Anzi, forse proprio Wide Awake! è qui per ricordarci che alla fine non conta tanto quanto sei calato nel tuo tempo, ma quanto migliori col tempo. Con i pezzi, col suono. Con l’amore infinito per la musica che dischi come Wide Awake! riescono a trasmettere, ancora oggi. Disco importante, disco che resterà, fottendosene del tempo (Andrea Macrì).

SpiritualizedAnd Nothing Hurt

Jason Pierce racconterà anche di aver fatto fatica a portare a termine questo nuovo album per ragioni tecniche, ma certo non gli è mancata l’ispirazione. Le canzoni di And Nothing Hurt hanno melodie molto incisive e sono arrangiate con l’usuale grandeur tra gospel-rock e psichedelia (Tommaso Iannini).

Sami BahaFree For All

La bravura del giovane producer turco sta nel dosare con equilibrio i vari ingredienti, dal riddim giamaicano alla trap trasfigurate dal panorama urbano londinese, alle nebbie narcotiche che fungono da comune denominatore tra le atmosfere del Bosforo e quelle dell’hip-hop più malato e obliquo (Nicolò Arpinati).

MitskiBe The Cowboy

Be The Cowboy riprende esattamente da dove si era interrotto il disco precedente, con il suo mood adolescenziale intriso di romanticismo malinconico sempre sul punto di esplodere tra chitarre distorte e drum machine (Gianluca Lambiase).

Riccardo SinigalliaCiao Cuore

Ciao Cuore è un ottimo disco che conferma le doti di produttore di Sinigallia, con alcuni episodi fortemente ispirati, una vocalità più efficace e la riconferma di un’attitudine personale e “incorruttibile” nei confronti delle odierne tendenze (Sebastian Procaccini).

GASRausch

Se NARKOPOP brillava per organicità e compattezza dal lato produttivo, Rausch prosegue con identica calligrafia, non fosse per un utilizzo maggiormente robusto – ma pur sempre dosato con precisione chirurgica – dei campionamenti orchestrali, da sempre marchio di fabbrica della ragione sociale (Daniele Rigoli).

MGMTLittle Dark Age

Degli MGMT così 80s non li avete mai sentiti, e questo è il loro album più “regolare” dai tempi dell’esordio. Almeno due i brani da antologia qui (uno già tra i migliori dell’anno). In generale, l’ennesimo prezioso prodotto di due imprendibili artigiani art pop, ancora una volta aiutati da Fridmann, ma questa volta in tandem col più giovane Patrick Wimberly (Edoardo Bridda).

LoticPower

Power, il debut album di Lotic, declina i suoi temi portanti (resistenza, affermazione di sé) attraverso una sorprendente varietà di stimoli sonori, facendo emergere, per la prima volta a tutto tondo, le influenze e la visione del producer (Giuseppe Zevolli)

DrinksHippo Lite

Come davanti a un episodio ben riuscito di cubismo sonoro, le geometrie psicotiche e martellanti del Drinks crescono malsane fino alla vacuità turbolenta che si scatena nel collasso torbido e vitreo di un candore irrisolto, paranoico e folle (Beatrice Pagni).

Jon HopkinsSingularity

Il nuovo album di Jon Hopkins è il disco di un inglese che medita e alza gli occhi verso il cielo, osservandone la bellezza e godendone, senza emozionarsi troppo (Luca Roncoroni).

Anna Von HausswolffDead Magic

La sua voce compie spirali strabilianti, si arrampica per sentieri intricati fino a spalmarsi sull’impressionante muro di suono alzato dietro. Coadiuvata dal suo enorme organo a canne, la compositrice svedese disegna scenari gotici e spettrali, ammantati di una sacralità dai riflessi medievali (Valerio di Marco).

NonameRoom 25

Fatimah Warner unisce con tocco felpato battute jazzy a momenti conscious, muovendosi sinuosa ed elegante tra hip-hop, spoken word e richiami retro-soul.

Earl SweatshirtSome Rap Songs

Esattamente così: il nuovo album di Earl Sweatshirt è una raccolta di canzoni rap nel senso più autentico e basale del termine, uno stream of consciousness, anzi uno stream of rap, su fumanti loop che non sorprenderanno chi ha conosciuto e amato il personaggio finora, ma con una punta di stagionato non so che che lo ricongiunge a uno status di culto finalmente conquistato (e meritato) (Edoardo Bridda).

JPEGMAFIAVeteran

L’idea di Peggy è «portare l’hip hop fuori dall’era di Drake», decostruendo il genere, isolandone i topos e risciogliendoli in una nebbia di glitch e campionamenti pescati chissà dove, suggestioni da sound design e cacofonie gratuite. Il risultato è uno dei dischi più esaltanti di quest’anno, che prende trap e r&b e li converte a tasselli di un abstract/industrial hip hop che è (im)puro e godereccio terrorismo musicale (Luca Roncoroni).

Any OtherTwo, Geography

Two, Geography conferma – e non era affatto scontato – le ottime premesse del disco d’esordio e conduce Any Other verso nuovi orizzonti, sicuramente più maturi e consapevoli, ma anche (e questo è un bene) più spinosi, perché si vanno a toccare temi appartenenti all’immaginario indie più noto. Il rischio di scivolare nella banalità è presto arginato grazie all’indiscussa voglia di contaminare quell’immaginario con un’ondata eterogenea di influenze che ha anche il merito di non permettere una catalogazione facile e precisa di questo progetto (Davide Cantire)

U.S. GirlsIn a Poem Unlimited

Torna dopo tre anni Meghan Rem aka U.S. Girls, che con In a Poem Unlimited (suo secondo album per la mitica 4AD) si impone definitivamente come una delle cantautrici contemporanee più talentuose e ricche di mezzi, offrendoci una decina di riuscite canzoni sospese fra pathos à la Kate Bush, new wave e techno pop (Massimo Padalino).

Janelle MonáeDirty Computer

Tra consacrazione mainstream e femminismo per le nuove generazioni, la soulwriter statunitense arriva al terzo album con la benedizione di Prince: il miglior black pop di oggi passa anche da qui (Elena Raugei).

Colle Der Fomento – Adversus

Anima hardcore e puro funk romano ovviamente, seguendo una strada che continua ad essere la loro, senza apparentemente curarsi troppo di quel che li circonda. O forse no. Perché sarebbe fin troppo facile etichettare Adversus come il borbottio brontolone dei vecchi leoni della retroguardia storica (Luca Roncoroni).

19 Dicembre 2018
19 Dicembre 2018
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