Migliori album del 2018. La classifica di Antonio Lamorte

Ancora considerazioni e liste di fine anno. Tocca ad Antonio Lamorte (da Berlino)

Su SA trovate le classifiche personali di Luca Roncoroni, Marco Boscolo, Tommaso Bonaiuti, Marco Braggion, Beatrice Pagni, Davide Cantire, Fernando Rennis, Elena Raugei, Riccardo Zagaglia e Stefano Solventi, un’analisi di quelle pubblicate da altre testate come NME, The Line Of Best Fit, Pitchfork, FACT, Billboard USA, COS, Quietus e NPR e la nostra selezione dei 50 migliori album.

Una (non) classifica per un anno di merda

Mi passa la pinta dall’altra parte del bancone senza nemmeno guardarmi in faccia. Barista punk in un locale di Kreuzberg. Che poi non è un bar ma un condominio occupato dal primo all’ultimo piano. Luci basse, sfumature di rosso, adesivi ovunque, vecchie insegne di strade della DDR (Ho Chi Min Strasse, una di queste). E io che sono vestito come una specie di impiegato. Questo posto una decina d’anni fa l’avrei amato – con il suo caos e la musica hardcore sparata. Oggi invece mi diverte, ma non mi entusiasma. Sicuramente non come il bar frequentato da David Bowie a Schoneberg. Ecco, proprio lì dentro, qualche ora prima, avevo pensato alla #musicadimmerda che mi costringo o sono condizionato in qualche modo ad ascoltare tutti i giorni. Tornavo col cervello alla trilogia berlinese del Duca Bianco, all’idiota di Iggy Pop, alla Berlin di Lou Reed, alle scorribande di Nick Cave nella capitale tedesca. Paragoni infausti, che farebbero impallidire buona parte dell’attuale proposta musicale. Anche di questo spaesato 2018.

Una birra e un cane

Bevo quindi la mia Berliner in questo cazzo di centro sociale. Il cane del punkabbestia affianco si avvicina sempre di più, incuriosito, attraverso i piedi del tavolo dove mi sono seduto. La barista è sparita, al bancone adesso c’è un tipo tutto piercing e tatuaggi. E io torno a pensare alla musica che gira intorno, dentro, sopra, sotto. In verità non avevo mai smesso dalla prima pinta a Schoneberg, quando – pensando agli ascolti di un anno – avevo realizzato di non aver mai scritto una classifica. Non mi sono mai piaciute, è vero. Soprattutto non ho mai condiviso l’idea di stilare liste, tranchant e definitive come giudizi universali. È piuttosto arrogante farlo poi di questi tempi, con questa velocità e quantità di materiale. Sì, la penso più o meno così. Mi ricordo però di quando adolescente guardavo con reverenza (come oggi d’altronde) un amico, un giornalista musicale. Nemmeno Francesco condivide la dimensione competitiva della musica – tipo festival e ranking – eppure a scrivere le classifiche di fine anno si diverte. Si diverte anche a leggerle, commentarle, postarle e condividerle. E i motivi sono quelli più ovvi: se ne discute, si tirano le somme ma soprattutto si scoprono molte cose che per qualche motivo ci si era persi durante l’anno. Penso quindi sia arrivato il momento per Sentireascoltare di ospitare anche una mia personale classifica, una Top Ten balbettante e schizofrenica concepita a Berlino.

Comincio a segnarmi sulle bozze dello smart-phone degli album. Ho un sacco di nomi, alcuni li scarto mentalmente, su altri vado sicuro e li butto tutti giù. Con il timore di essere bulimico mi rendo conto che non arrivo nemmeno a dieci dischi. Devo darmi dei criteri, mi dico. Penso a: immediatezza e profondità, innovazione e autenticità, attualità e atemporalità. Ma non mi convince, quali sono questi cazzo di criteri? Non lo so. E mi stanco subito a cercarli. Vedi tu se in una serata in un centro sociale a Berlino mi devo mettere a cazzeggiare di questa maniera Arschloch, penso, non è cosa.

Ordino un’altra Berliner e torno a sedermi. Mi guardo attorno. Riesco a vedere la ragazza che prima serviva al bancone – non è facile, il locale è intrappolato nella nebbia delle sigarette. Voglio fumare anch’io. Cerco il pacchetto nella tasca senza distogliere lo sguardo dal resto del locale. Sento qualcosa di appiccicoso sulle dita: è il cane del punkabbestia affianco. Sta appoggiando la testa sul mio ginocchio destro. E sbava. Tanto. Bestemmio in dialetto lucano, il mio. Anzi no, mi fermo prima di imprecare perché incrocio lo sguardo del padrone dell’animale. Si scusa, fa per tirare il cane ma io gli chiedo di no: il cucciolone non da fastidio, può stare. Il tipo abbozza un sorriso voltandosi e fa un altro tiro alla canna che gli pende dalle labbra.

Gli stessi panni

Effettivamente il cane non disturba per niente, al contrario. Accarezzandolo decido che lo chiamerò Mimmo. Come Domenico Modugno. Inconsciamente ho cominciato a ripercorrere il mio 2018. E a farlo attraverso la musica. Un anno che (almeno così pareva da questo punto di vista) era cominciato con il colpo in canna: una monografia sul più grande innovatore della musica italiana. Per Sentireascoltare, scrivo una delle storie che hanno cambiato per sempre la canzone. E soprattutto riscopro una carriera fulgida e leggendaria. Dagli esordi alla consacrazione.

È una bella partenza, decisamente. Fino a quando non si avvera l’incubo più grande. «Il futuro è un tumore», ha scritto il poeta e paesologo Franco Arminio. E quel tipo di incubo diventa il mio presente. Anche se non mi riguarda fisicamente, la malattia colpisce alla vicinanza che condiziona ogni giorno. E che continua a condizionarla anche una volta debellata. Riparto da qui, dunque. Da quello che scopro per sottrazione, da ciò che resta grattando via le velleità professionali, l’insoddisfazione ingiustificata, l’insofferenza di certi giorni. E rimastico il prezzo della lontananza ormai di anni dal mio paese (mille anime nell’entroterra lucano) dove sono tornato a vivere. Se apprezzo particolarmente Porteremo gli stessi panni dei Guignol (esclusiva Sentireascoltare, tra l’altro) è proprio per questi ritorni. Ritrovo identità e motivazioni in un lavoro che fa incontrare i Massimo Volume e il poeta della libertà contadina Rocco Scotellaro. È da lì che riparto per scoprire i mesi di musica che mi sono perso e da cui tiro fuori i nuovi e vintage Arctick Monkeys; la nuova formazione dei Franz Ferdinand; l’eleganza underground di Joan as a police woman; le schitarrate dei BRMC; le radici blues della coppia Ben Harper & Charlie Musselwhite; il passo felpato dei Django Django; l’illuminismo postmoderno di David Byrne. Suonano bene molte cose e mi sembra che in giro – quest’anno – ci siano parecchie idee, anche se a volte sparse e confuse.

Rottura italiana

Sfoglio ancora cercando tra la musica che ha lasciato una traccia. Pesco così un momento di rottura, un segno di interpunzione intimo che porta al secondo di Motta, Vivere o morire (Premio Tenco come miglior album dell’anno), che tra i suoi leitmotiv racconta la fine di una storia d’amore e l’inizio di un nuovo percorso. Tra gli italiani ci sarebbe anche un meno convincente ma più propositivo Il cielo in una stanza degli Zen Circus (Premio Pimi 2018 all’artista indipendente dell’anno) e un altrettanto ispirato e oscenamente pop Volume 2 di L’amore e la violenza firmato Baustelle. Altri lavori che colpiscono nel segno sono quelli del sottovalutato Riccardo Senigallia; il power pop dell’Infedele Colapesce; L’abisso degli inossidabili Diaframma; il giovane neapolitan power dei Nu Guinea– che con Nuova Napoli hanno creato un piccolo cult – e l’eclettico L’AB dell’autrice e polistrumentista (quest’anno anche turnista con Vasco Rossi) Beatrice Antolini.

Roba bella, roba buona. Spesso e volentieri relegata ai confini degli ascolti. Perché ci piaccia o no, per molti la musica resta giusto quella della radio e dei televoti per X Factor e Sanremo. E quindi delle querelle sui like di Marco Anastasio e della stucchevole Non mi avete fatto niente di Ermal Meta e Fabrizio Moro. Ci sono poi la trap e l’indie da classifica che – come quasi tutto ciò che è alla moda – non brillano quasi mai né per originalità né per versatilità. Motivi che bastano e avanzano per apprezzare l’ultima fatica di Giorgio Canali. Undici canzoni di merda con la pioggia dentro è un lavoro immediato, crudo e ruvido come ci si aspetterebbe dal suo autore che ha descritto quest’ultima come la sua migliore produzione. È forse la migliore uscita dell’anno nel suo genere. Onesta, autentica, incazzata e scazzata a tratti. Un antidoto rock al cicaleccio cattivista e insofferente di questi tempi tossici.

Ich bin ein Despacito

Balbetto qualcosa in inglese. Sono colto di sorpresa: succede quando la cameriera si avvicina al mio tavolo e mi chiede qualcosa in tedesco. Devo aver fatto un’espressione indescrivibile al vederla. E deve aver capito che non parlo tedesco, non lo capisco proprio. Allora ripiega sull’inglese. E io balbetto qualcosa. Lei voleva solo chiedermi se volevo un’altra birra. Io cerco di essere disinvolto ma non ci riesco. Maledetto inglese. Mi riprometto da sempre di ritornarci su e puntualmente manco all’appuntamento. Probabilmente è tra i buoni propositi per l’anno nuovo di molta gente. Fatto sta che non riesco a non essere impacciato. Lo spagnolo, penso. In spagnolo sì che avrei potuto evitare la figura di merda. Pazienza.

Almeno mi viene in mente un altro album. El Mal Querer di Rosalia è stato sicuramente tra le rivelazioni dell’anno. Il flamenco ai tempi dell’r’n’b, o qualcosa del genere. Senza dubbio tra le uscite più stimolanti e interessanti del 2018. Un lavoro che ha fruttato alla niña  di Barcellona due premi ai Grammy Awards della musica latina. Entrambi per la sua Malamente nelle categorie Best Urban/Fusion performance e Best alternative song.

Mattatore vero dei premi è stato però il cantautore uruguagio Jorge Drexler che si è portato a casa tre statuette nelle categorie riservate alla miglior canzone, miglior registrazione e miglior album cantautorale dell’anno. Il suo Salvavidas de hielo finirebbe anche nella mia classifica se non fosse stato pubblicato nel 2017. Ogni suono dei suoi undici brani è stato realizzato da una chitarra. Drexler è anche medico e attore, portato alla notorietà dopo aver aperto un concerto della leggenda della musica rock-pop spagnola Joaquin Sabina. Nel 2004 ha vinto anche un Oscar per la sua Al otro lado del rio, che era nella colonna sonora de I diari della motocicletta di Walter Salles. «Que viva Borges, Pessoa. Pero también que viva la cumbia y el reguetón!», ha detto ricevendo i premi e scavalcando per un attimo quelle barriere spesso erette tra cultura alta e bassa, musica impegnata e frivola, melodie ricercate o popolari. Come se ogni momento abbia bisogno del suo ritornello, ogni età o classe sociale. Il reggaeton in America Latina è una specie di Moloch, nel bene e nel male, che fa incetta di premi e soprattutto di vendite. Che un cantautore abbia dominato ai Grammy latini era già una notizia di per sé. Che tutti i diversi microcosmi musicali siano disposti a dialogare non può che essere un bene. O almeno così la penso io. Ich bin ain Despacito.

Toxic

A proposito di premi: lasciano spesso il tempo che trovano, è vero. Eppure a volte è diverso. Alcuni vanno pesati, come nel caso del PulitzerKendrick Lamar. Primo rapper a vincerlo grazie a Damn, del 2017. Anche nel 2018 Lamar ha dimostrato di essere (almeno per il sottoscritto) la più grande star della musica mondiale al momento. Oltre a un fottio di collaborazioni, è stato l’anno del film Black Panther e della colonna sonora curata proprio dal rapper di Compton. A molti suonerà generoso, ma far incontrare Lamar, la Marvel e Ta-Nehisi Coates (lo scrittore afroamericano autore del graphic novel Black Panther) nello stesso progetto già merita un premio di per sé.

A questo punto mischio un po’ gli album che ho scelto tra le dieci posizioni. Come fosse una provocazione, una specie di graduatoria sparpagliata, una non-classifica. Dispiace lasciare fuori i lavori di Jorja Smith Beach House, come di alcuni album sopracitati. Ci sono invece l’eleganza soul di Janelle Monàe, il ritorno ispirato degli MGMT e il jazz supersonico e tribale dei Sons of Kemet. Lavori che hanno già ricevuto molti riconoscimenti molto più autorevoli. In testa però piazzo l’afrofuturismo del producer tunisino Sofyann Ben Youssef e del suo Maghreb United firmato Ammar 808. È una bomba a cavallo tra elettronica e folk, un viaggio nel Nordafrica delle tradizioni berbere e arabe, tra i generi del rai e gnawa dopati dalla drum machine tr-808 della Roland. Lo scelgo innanzitutto perché suona bene. E poi per altri due motivi: perché mi immagino un concerto al Teufelsberg – una vecchia base americana durante la Guerra Fredda su una collina fuori Berlino, nella foresta di Grunewald, diventata una specie di centro sociale dopo essere stata abbandonata – di Ammar 808 come la festa più bella dell’universo. Ci penso mentre pago l’ultima birra e vado via. Non ho più voglia di questo cane che sbava, di questo centro sociale zeppo di fumo, di questa cameriera che non sa nemmeno parlare spagnolo. Forse raggiungo Pascal, amico francese che mi ospita in questi giorni e che mi aspetta in un locale punk. È stato lui a mostrarmi alcuni video di quando spesso e volentieri si fermava a dormire a Teufelsberg. Ci penso e rido, nel freddo di Kreuzberg, sicuramente a lui piacerà una serata con Ammar 808. A dirla tutta, però, scelgo Maghreb United perché è anche un disco politico, dedicato al futuro della regione Nordafricana e al colonialismo. Una specie di mantra elettronico della diversità che non sembra essere più tollerata in questi anni tossici.

Toxic, è stata la parola dell’anno scelta dall’Oxford Dictionary. Degna erede di Post-verità (2016), a indicare tempi aggressivi; di comunicazione feroce e sferzante; politicamente scorretta per il gusto di esserlo e ormai nemmeno più per provocare; di violenza incitata se non legittimata dalle istituzioni; del cosiddetto buonismo e di razzismo; di libertà di espressione intesa come caduta di ogni tabù; di demagogia che se non è fascismo gli assomiglia molto.

Tempi tossici, appunto. Nei quali il 2018 entra a farne parte di diritto. Di certo non resterà impresso come anno di uscite particolarmente clamorose. E poi, suonerà anche retorico, ma non può essere un anno positivo quello che si porta via un’altra The Voice, questa volta al femminile, tra le più gloriose del Novecento. Ecco, visto che senza quasi accorgermene ho raccontato il mio 2018 in musica, un altro album di bonus lo inserirei. Ed è quell’Amazing Grace registrato nel 1972 alla New York Temple Missionary Baptist Curch di Los Angeles. È Aretha Franklin 29enne all’ennesima potenza. Gospel allo stato puro, soul nell’anima e nella preghiera. Un antidoto di bellezza a questi tempi tossici. E a un 2018 che sinceramente mi ha un po’ rotto i coglioni.

PS: per la “categoria migliore canzone dell’anno” mi viene in soccorso una delle playlist dedicate ad personam da Spotify, dalla quale escono fuori pezzi che mi stupisco di aver ascoltato spesso (a chi non è capitato?). Il fatto che Deadly Valentine di Charlotte Gainsbourg sia in vetta mi sembra cosa buona e giusta.

  • Ammar 808
  • Giorgio Canali e Rossofuoco
  • Sons of kemet
  • Rosalia
  • Nu Guinea
  • Kendrick Lamar
  • Janaelle Monàe
  • MGMT
  • Joan as a Police Woman
  • Guignol
Tracklist