Weekend discografico. Tra i dischi in streaming Raconteurs, Mark Ronson, Cassius, Leif

Quest’anno, discograficamente parlando, è iniziato bene, e senza dilungarci qui in riassunti delle puntate precedenti (come abbiamo già fatto) vi rimandiamo agli editoriali passati per una mappa di ascolti e recensioni. Attualmente abbiamo quelli del 14 giugno, 7 giugno, 31 maggio, 24 maggio, 17 maggio, 10 maggio, 3 maggio, 26 aprile, 19 aprile, 12 aprile, 5 aprile, 22 marzo, 15 marzo, 8 marzo, 1 marzo, 22 febbraio, 15 febbraio, 8 febbraio, 18 gennaio, 25 gennaio e 1 febbraio.

Dedichiamo questo weekend discografico al compianto Philippe Cerboneschi, in arte Philippe Zdar, morto tragicamente ieri l’altro, nella notte. Una “caduta accidentale” dal 21° piano in circostanze ancora tutte da chiarire, se mai lo saranno… Inutile dire che la notizia ci ha colto del tutto impreparati, anche perché il produttore parigino aveva ancora molto da dare, e lo si comprende anche dai buoni motivi che abbiamo per commemorarlo, due lavori sui quali ha messo le mani, entrambi in uscita proprio oggi: il primo, DREEMS, è il nuovo (e ora per forza di cose) finale album dei Cassius, duo che dal 1996 Zdar divideva con Hubert Blanc-Francard, in arte Boom Bass; il secondo è il bel ritorno degli Hot Chip, A Bath Full Of Ecstacy, lavoro che vede il parigino attivo nelle vesti di co-produttore. Sono entrambe ottime sfaccettature per saggiarne il tocco, sia dentro che fuori la cabina di regia. Per il duo condiviso con Blanc-Francard si tratta di una buona (e non troppo nostalgica) ricongiunzione con l’esordio uscito 20 anni (intitolato 1999), dunque un ritorno ai ritmi e alla dance (fate conto il french touch declinato su curve e motori house con continui, agili, quando non anfetaminici, rimandi alla tradizione black statunitense, leggi disco, funk e hip hop), mentre per quanto riguarda il lavoro svolto per i britannici (recensione di Marco Braggion), i tocchi e le strategie pop/dance si riallacciano a quelle applicate nel corso di una vita artistica, e in particolare nel precedente disco del duo, quell’Ibifornia che contava su ospiti stellari quali Cat Power, Mike D dei Beastie Boys e Pharrell.

Scivolando dai ritmi agli ambienti, un ottimo disco che si ricongiunge agli amati 90s è quello del gallese Leif. Loom Dream è una prova fatta con grande curiosità, eleganza e gusto, metti i Visible Cloaks in versione ambient house o Gas alle prese con la botanica, ma soprattutto un album che rispecchia la bucolica poetica del suo autore (recensione di Edoardo Bridda). Da infilare nel lettore o in streaming subito dopo ci sono Quiet River Of Dust Vol. 2: That Side Of The River di Richard Reed Parry degli Arcade Fire, che continua le sue esplorazioni tra classica, folk e pop (recensione di Fernando Rennis), ma anche quel misto di kraut e dream che è il terreno in cui si muove con destrezza Jane Weaver. Il suo Loops In The Secret Society prende e rielabora tracce dei suoi due precedenti dischi assieme a composizioni inedite.

Sul rock, avant rock e paraggi questa settimana facciamo scintille: abbiamo un esordio su cui si sono già puntati parecchi riflettori, e parliamo di Schlagenheim dei britannici Black Midi, in cui qualcuno coglierà le voci salmodianti e indiavolate di John Lydon e David Thomas. Il disco è già TOP ALBUM da queste parti e la recensione è di Riccardo Zagaglia. Poi c’è una nuova prova di quegli imprevedibili freak dei Titus Andronicus. An Obelisk, di cui ci dirà Tommaso Iannini, è questa volta un disco blue collar rock un po’ Seventies e un po’ punk. Forse non riuscitissimo, proprio come quello dei Raconteurs di Jack White e soci – Help Us Stranger – che non ha convinto Elena Raugei. Non aspettatevi miracoli neppure degli Hollywood VampiresRise – il cui macchiettismo rock ha lasciato perplessa Valentina Zona (vedi anche la cover di Heroes di Bowie). Recensione in arrivo.

Transitiamo verso il pop facendo un passaggio intermedio: il dream rock di Hatchie, che in Keepsake si piazza amabilmente tra Cocteau Twins e Cranberries, una conferma del suo incredibile talento nello scrivere zuccherosi inni dream pop che flirtano con il pop-rock anni 90, e questo sempre nelle parole di Zagaglia. Poi caliamoci nel pop radiofonico introducendo i dischi di Re Mida Mark Ronson (il cui Late Night Feelings non poteva non essere stipato di ospiti, e parliamo di Lykke Li, Angel Olsen e tante altre ancora, tutte donne) e Two Door Cinema Club (False Alarm), entrambi piuttosto attesi ed entrambi accomunati da un tiro disco e da sonorità 80s.

In chiusura segnaliamo il ritorno dei Beak>, il side-project di Geoff Barrow dei Portishead qui alle prese con ballad psichedeliche più dolenti che sognanti (Life Goes On EP) e di Brian Piñeyro in arte Dj Python il cui Derretirse EP è senz’altro un altro piccolo must per chi ama le dimensioni più mentali dell’elettronica da cameretta, in questo caso abbinate alla sua specialità, una forma molto “deep” di reggaetón. Questo weekend torna pure quell’icona di Moodymann, per cui vale in sostanza il discorso che si è fatto di recente per il 12” di Burial. L’EP si intitola Sinner. C’è anche un album postumo di Prince da segnalare, Originals. E per chi si domandasse che fine ha fatto l’industrial techno, c’è il debutto del producer francese I Hate ModelsL’Âge Des Métamorphoses – su Perc Trax.

21 Giugno 2019 di Edoardo Bridda
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