Weekend di uscite discografiche e streaming. Ascolta gli album di The Lay Llamas, Johnny Marr, Protomartyr e altri

NB: salvo quando diversamente indicato, trovate l’ascolto Spotify di ogni disco citato nella relativa pagina album. Potete inoltre consultare gli editoriali pubblicati finora. Attualmente abbiamo quelli del 8 giugno, 1 giugno, 25 maggio, 18 maggio, 11 maggio, 4 maggio, 27 aprile, 20 aprile, 13 aprile, 6 aprile, 30 marzo, 23 marzo, 16 marzo, 9 marzo, 2 marzo, 23 febbraio, 16 febbraio, 9 febbraio, 2 febbraio, 26 gennaio, 19 gennaio e del 12 gennaio.


Negli ultimi sette giorni siamo stati impegnati ad analizzare puntigliosamente l’operato di un certo Kanye West, emblema decisivo della schizofrenia dei tempi odierni, che se da un lato sforna un mini solo album tutto sommato abbastanza superfluo e Kanye-riferito, dall’altro ci passa sotto banco il collaborativo Kids See Ghost, che per Luca Roncoroni in sede di recensione «è la cosa migliore che entrambi abbiano fatto da diversi anni» (aspettando il suo ritorno in separata sede, come produttore di Nas).

Anche se privo di vere e proprie uscite di peso, questo weekend del 15-17 giugno 2018 appare più sfaccettato che mai in termini di ventaglio d’ascolto. Innanzitutto il ritorno sulla scena prettamente cantautoriale di John Parish, storico collaboratore di PJ Harvey che da qualche tempo, troppo forse, aveva preferito incanalare la sua ispirazione al servizio di instrumental e colonne sonore; ci fa piacere, quindi, constatare come i cinque anni di iato intercorsi tra Screenplay e questo nuovo Bird Dog Dante siano serviti per una riflessione sul ruolo della forma canzone anche e soprattutto nella sua funzione liberatrice. Si respira aria di recupero, come se fossero passati mesi per riprendersi da un terribile lutto, per riscoprire finalmente che la luce era sempre stata lì, a portata di mano, a un centimetro dalle proprie errate convinzioni; infine, è sempre una goduria risentire la voce della Harvey che fa capolino nel singolo Sorry for Your Loss, dedicato a Mark Linkous (Sparklehorse).

Rimanendo in zona grandi ritorni, Johnny Marr arriva per togliersi più di qualche sassolino dalla scarpa dei ricordi con un disco che parte subito in quarta, tanto per ricordare a gruppi come Arctic Monkeys e compagnia bella che oggi non esisterebbero affatto senza il suo operato; Call the Comet si inserisce nel filone nostalgico contemporaneo, quello che rivive come in un loop senza via d’uscita un passato splendente, dimenticandosi che la linfa vitale di ogni epoca sta nella spinta propulsiva verso l’ignoto, il futuro non ancora scritto. Chitarra in mano, Marr rivede i suoi anni migliori attraverso uno specchio retrovisore fin troppo piccolo (recensione di Nino Ciglio). Per un ex-Smiths che vuol giocare a fare il duro, c’è un ex-R.E.M., con collega musicista al seguito, in piena crisi esistenziale, che privato dell’anima si reinventa con un pop-rock che sa molto di primi anni Duemila, di cui già non c’era molto da scoprire all’epoca, figurarsi oggi. Arthur Buck, dell’obbligato duo formato da Joseph Arthur e Peter Buck, suona così come il lamento di chi non voleva assolutamente accantonare l’esperienza R.E.M., ma riconosce fin troppo di non avere né il carisma né l’ispirazione per resettare tutto e spingersi verso una svolta (che, infatti, non arriva).

Ancora freschi del loro ultimo lavoro lungo, i Protomartyr tentano poi la strada dell’EP per aggiungere un ulteriore tassello al già ottimo Relatives in Descent, arricchito qui dalla Kelley Deal delle Breeders, a sua volta dimostrazione che “ritorno” non deve per forza andare di pari passo con “nostalgia canaglia”, anzi.


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Venerdì ricco per quanto riguarda la sperimentazione e le sensazioni elettroniche ad ampio spettro. Si parte da X-Altera, in grado di catalizzare l’attenzione come mai aveva osato fare prima d’ora, tanto che il direttore Edoardo Bridda ne parla come del suo lavoro più organico dai tempi del miglior Om Unit e del suo “natural sound”: «la sua produzione risulta ancor più spettacolare, complessa e magnifica. Merito delle tecnologie ma soprattutto del suo tocco». Cambiando leggermente corsia e spostandoci su territori più minimal ma di indubbio fascino rétro, pensa Leon Vynehall a deliziare le mattinate nebbiose, quelle in cui tutti abbiamo bisogno di tirare le fila del discorso sull’esistenza, o magari per riprenderci soltanto dall’ennesima sbronza notturna. Nothing Is Still è appunto un braccio teso verso l’ascoltatore per aiutarlo a rimettersi in piedi, in cui si respira costantemente aria di rinascita senza il peso della svolta a tutti i costi (recensione di Luigi Lupo in arrivo). Le influenze più disparate, anche se compresse con una coerenza sottile e invidiabile, sembrano al centro del Tango di Joan Thiele, che Beatrice Pagni descrive come un album «pieno di calore e radici lontane in mezzo a influenze sudamericane, percussioni africane ed elettroniche nordeuropee»; un’alternanza mai schizofrenica tra acustico ed elettronica in cui «la giovane Thiele pare aver trovato una personalissima dimensione sonora in cui la sua voce calda e screziata funge da cartina di tornasole». Altro esordio da tenere d’occhio – magari più per quello che ha da dire che per come lo dice – è OIL OF EVERY PEARL’s UN-INSIDES dell’artista e producer transgender SOPHIE, non privo comunque di piacevoli sorprese, come nella ipnotica Ponyboy (recensione del disco a cura di Marco Boscolo). In ambito rap e affini si segnala invece il ritorno, dopo ben 6 anni di assenza, di Nas, con il suo Nasir, il quale si avvale dietro la console nientemeno che di Kanye West.

Per la serie “dissonanze”, le lodi di Nicolò Arpinati sono tutte per il debutto dell’ensemble jazz newyorchese Onyx Collective, che «si differenzia dal resto del jazz contemporaneo grazie a un sound riottoso e polemico, dove l’attitudine DIY rappresenta perfettamente le istanze politiche e sociali del progetto guidato dal sassofonista Isaiah Barr». C’è carburante raffinatissimo anche per gli amanti della psichedelia e del kraut a metà strada tra Can, Hawkwind e Savage Republic: stiamo ovviamente parlando dell’ultimo affondo di The Lay Llamas, progetto-creatura in continuo movimento del siciliano Nicola Giunta, spedito senza possibilità d’appello tra i migliori lavori della sua carriera e di quest’anno discografico (lo ritroveremo sicuramente nel proverbiale LISTONE di fine anno). Per Massimo Padalino, infatti, Thuban è una conferma potentissima, «un vero crogiolo di suoni ipnotici che attingono dalla musica etnica tanto quanto dai master del genere». Dalla psichedelia filo-germanica a quella transalpina il passo è veramente lungo quanto affascinante, come il secondo album di Melody’s Echo Chamber; in sede di recensione, Diego Ballani definisce il suo Bon Voyage come caratterizzato da «un approccio maturo e originale alla materia».

Intimo e riflessivo – sperando che sia di buon auspicio per il prosieguo del weekend ormai alle porte – l’ultimo lavoro di Marisa Anderson, sospesa tra un Neil Young sceso a patti con i propri demoni (una sorta di Dead Man spogliato delle dissonanze più estreme) e l’ipnotismo da tradizione folk. Chi non ha proprio voglia di lasciarci dimenticare in santa pace quei dannati anni Ottanta sono i Chromeo, che già a partire dai tacchi a spillo mostrati in copertina e dal titolo evocativo (Head Over Heels) vorrebbero inserirsi in questo filone morboso che guarda con rimpianto alle gesta di Prince e Talking Heads; a noi il rimpianto per quei grandi artisti rimane anche dopo l’ascolto di questo lavoro superfluo e pretenzioso, da canticchiare nella sala d’attesa del dentista.

Chiudiamo i battenti – e rimandiamo il discorso al prossimo weekend, in cui a farla da padrone saranno le uscite di peso di Kamasi Washington, Nine Inch Nails e Death Grips – con l’elettrofolk del tunisino Sofiann Ben Yousseff all’esordio con il progetto Ammar 808 (Maghereb United) e con Liberation, ritorno sulla scena di Christina Aguilera (a sei anni da Lotus), che nell’anno di grazia 2018 suona come un anacronismo bello e buono; la cantante punta ancora sulla potenza innegabile della propria voce, ma non aggiunge praticamente nulla a quanto mostrato in passato, impoverendosi semmai a causa di virtuosismi del tutto fini a se stessi.

15 Giugno 2018 di Davide Cantire
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