Weekend di uscite discografiche e streaming. Ascolta gli album di Courtney Barnett, Parquet Courts e molti altri

Due voti altissimi per altrettanti dischi che crediamo rimarranno almeno fino alle classifiche di fine anno (uno è Ryley Walker, l'altro lo scoprirete all'interno). Altre buone prove per Courtney Barnett (in transizione) e Stephen Malkmus (uno dei suoi migliori). E poi bravo Forest Swords alle prese con la serie Dj Kicks e Mr. Island (Lorenzo Commisso) su La Tempesta con le sue colorate cumbie. E non è finita qua

NB: salvo quando diversamente indicato, trovate l’ascolto Spotify di ogni disco citato nella relativa pagina album. Potete inoltre consultare gli editoriali pubblicati finora. Attualmente abbiamo quelli del 11 maggio, 4 maggio, 27 aprile, 20 aprile, 13 aprile, 6 aprile, 30 marzo, 23 marzo, 16 marzo, 9 marzo, 2 marzo, 23 febbraio, 16 febbraio, 9 febbraio, 2 febbraio, 26 gennaio, 19 gennaio e del 12 gennaio.

Liberato il campo dai pesi massimi dello scorso fine settimana – e parliamo delle ottime prove di Beach House e della conversione shadowpuppetsiana degli Arctic Monkeysquel che abbiamo davanti agli occhi e nelle orecchie sono una manciata di dischi dalla qualità piuttosto alta. A tirar su la media, e neanche di poco, ne abbiamo in particolare due che, nei rispettivi ambiti e contesti, songwriting e indie rock (giusto per tracciare due cerchi belli ampi), hanno le stigmate dell’eccellenza. Parliamo di un sorprendente Ryley Walker che in Deafman Glance aspettavamo sotto un albero a cantare in prosa Five Leaves Left con una spiga in bocca e che invece troviamo pallido e buckleyiano sotto la luna di Canterbury (quella Canterbury eh…). Il disco è un folk macchiato di prog davvero incantevole, e Beatrice Pagni in sede di recensione ne parla estensivamente e meglio di quanto non potremmo fare noi qui, che dobbiamo correr veloce per lasciarvi poi ad ascolti e a letture dedicate. Altra bomba: i Parquet Courts di Wide Awake!. Scelta bizzarra farsi produrre da Danger Mouse. Risultato: un disco dove i vari elementi del loro sound (la componente funk, quella più cantautorale, quella pop, quella punk, quella lo-fi) appaiono come una cosa sola: tutta roba loro. Ed è un bel traguardo, se uniamo questo al fatto che i variegati pezzi arrivano tutti a segno. Tutti e 13, scrive Andrea Macrì in sede di recensione.

Per quanto riguarda il capitolo uscite più che valide con elementi di continuità, esigenze di pubblicazione, mestiere perché no (mica è un male di per sé) e ancora tanta passione, troviamo due generazioni slaker a confronto. Iniziamo con la brava Courtney Barnett, che non replica il botto dell’esordio con Tell Me How You Really Feel ma ci regala un disco di transizione con i suoi motivi di interesse e godimento, primo tra tutti un autobiografismo scarno, anche scuro e diretto (recensione di Carmine Vitale). Bella scelta quella di mettersi a nudo puntando nello stesso tempo a qualcosa di più potabile per – non diciamo le masse ma… – un pubblico che non è più soltanto quello dei clubbettini di provincia. Poi c’è il ritorno di Stephen Malkmus con i suoi Jicks, disco che vede il frontman degli indimenticati Pavement alle prese con qualcosa che ricorda senz’altro i trascorsi con la 90s band, ma anche una sua versione adulta, con lui che è il solito sbadato eccentrico – ora si fa riprendere a cavallo e in allenamento tennistico – un po’ invecchiato e imbolsito sì, ma soltanto all’esterno. Dentro di lui è il 28enne che ha sempre voluto essere o, alla peggio, il 38enne protagonista di Flaked che in molti ricorderanno come il G.O.B. di Arrested Development (ora su Netflix la quinta stagione), o magari la voce di Bojack Horseman, serie tv di cui il Nostro non poteva che curare la colonna sonora. Il disco comunque è davvero riuscito, uno dei migliori della sua carriera, parola di Andrea Murgia.


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Un po’ invecchiato lo è sicuramente anche Paul Kalkbrenner, che in Parts Of Life con la scusa di ispirarsi alle sonorità del mixtape del 2006, Back To The Future, in cui presentava alcune tracce prodotte durante l’adolescenza a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, suona un po’ – nel bene e nel male – come se Moby si fosse trasferito a Berlino nello stesso anno (recensione di Davide Cantire in arrivo). Chi sceglie una via opposta rispetto al branding di se stesso e ai live in spiaggia stile Fatboy Slim è Robert Lippok di Applied Autonomy, uno interessato alla musica come architettura e sound design fin dall’inizio della sua carriera all’interno dei disciolti To Rococo Rot. Dunque, un artista che sulla concettuale techno label Noton ora del solo Carsten Nicolai sta assai bene, ma che nello stesso tempo non riesce a restituirci qualcosa di memorabile all’ascolto, pur ispirandosi a questo bel concetto di “frenetica sospensione”.

Altro bel lavoro è Addendum di John Maus, uno che non facciamo fatica a pensare, al netto dell’immaginario lynchiano che potrebbe scattare in automatico, come l’altro Ariel Pink al di là dello specchio. La sua nuova prova è meno geometrica nelle forme del coevo Screen Memories, di cui è chiaramente una costola, ma recupera sensibilmente in cuore e ispirazione risultando nel complesso più libero e spontaneo (recensione di Davide Cantire in arrivo).

Sempre rimanendo elettricamente sintonizzatati, il weekend segna il ritorno anche di Forest Swords, questa volta in versione selector alle prese con un DJ Kicks molto all’inglese, ovvero basato su un rough mix che sta agli antipodi del mix sterile e senz’anima di tante dance compilation commerciali. In scaletta c’è un po’ di tutto, da Laurel Halo a Demdike Stare, da Neneh Cherry agli Orbital. Giocando d’opposti, il disco elettronico da portarsi a casa (o su Spotify) senza pensarci due volte è quello di Mr. Island, moniker dietro al quale si cela l’artista multimediale Lorenzo Commisso. La produzione è di Davide Toffolo (Tre Allegri Ragazzi Morti) e visto l’alto tasso di cumbie, non è un caso. Per chi ha amato Monkey Island (la saga/videogame) per quel sardonico mood tra esotismo e scoperta, è l’ascolto ideale del weekend.

Altro prezioso disco, questa volta declinato su ambient e classica, è quello dell’aripista (e multistrumentista) Mary Lattimore su Ghostly International. Hundreds of Days è – nelle parole di Marco Boscolo – un buon esempio di musica che nasce dalla personale riflessione su natura e interiorità. E non dimentichiamo che sul lato della ambient declinata techno c’è il ritorno di GAS con Rausch, che è lì per ricordarci che nel genere – o sottogenere se preferite – Wolfgang Voigt comanda ancora, e questa volta il manto sonico prediletto è qualcosa di più brumoso e dark – immaginate di trovarvi nella tana dell’orso (che dorme) a guardar cime di alberi secolari, metafora per dirvi di un immaginario anche doom, un procedere paralleli per sentieri che dalla Germania portano diretti in Scandinavia. Alzando i bpm, un ascolto da abbinare giusto alla fine di Rausch potrebbe essere il notturno EP di Daniel Avery, che prosegue lungo le linee estetiche del suo ultimo album Song for Alpha. Il disco si intitola Projector.

Sempre di questo weekend il ritorno dei Comaneci con Rob a Bank (recensione di Fabrizio Zampighi), l’album dei bolognesi in fissa 90s Big Cream con Rust (recensione di Caterina Mauro), il comeback – in versione quiet – dei Beach Slang con Everything Matters But No One Is Listening (che pare abbia i pezzi e le melodie nel taschino). Per chi ama ritualità ed esorcismi psych-rock, Rocket questa settimana propone il collettivo mascherato di stanza a Liverpool Bonnacons of Doom, che promette rumore, stasi, droni e primitivismo come se non ci fosse un domani. E per chi preferisce la via del post-punk tra Suicide e abrasivi krautismi c’è l’esordio omonimo dei giovani neozelandesi Wax Chattels. Segni particolari: Guitarless Guitar Music. Per chi è dentro l’hard: Hierurgy è il  monolitico ed eccentrico esordio dei quattro Panegyrist coniuga riflessioni quasi filosofiche con la fisicità del miglior metal, garantendo un ascolto più che interessante sia per gli ascoltatori più puri sia quelli più curiosi e meno avvezzi (recensione di Nicolò Arpinati).

Dimenticavamo: con Violet Psalms i Frog Eyes terminano la loro attività discografica e del loro bel disco d’addio ci parla Stefano Capolongo. E c’è pure Kim Wilde con Here Come The Aliens per una tabaccata di 80s power pop attualizzati 2018 (roba per stomaci forti). E’ tornato anche uno dei paladini della witch house, oOoOO, che per questa prova si firma assieme al duo Islamiq Grrls. Il disco si intitola Faminine Mystique e unisce fumoso dream pop e trip hop, breakbeat stile Soul II Soul (o Enigma se preferite) e un tocco di (emo) trap. Infine, il ritorno a casa (non proprio il suo Niger ma l’Africa) di Bombino, che per registrare Deran (recensito da Valerio Di Marco) si fa ospitare nello studio del re del Marocco. Ma non si fa intimidire e sciorina pure lì il suo “tuareggae” arricchito dalla consueta miscela – qui trattata a ottimi livelli – di blues, folk, rock, funk e psichedelia.

 

Tracklist