Jlin
Jlin, foto per la stampa (2017)

Migliori album 2017 (gennaio – luglio/agosto). Considerazioni finali

Abbiamo chiesto ai nostri redattori e allo staff di scrivere riflessioni mirate, ma anche pensieri liberi, riguardo a questa prima parte abbondante dell’anno, chiudiamo con le considerazioni e l'editoriale riassuntivo di Edoardo Bridda

Abbiamo chiesto ai nostri redattori e allo staff di scrivere riflessioni mirate, ma anche pensieri liberi, riguardo a questa prima parte dell’anno – da gennaio a luglio/agosto – corredate da una lista (non necessariamente) ordinata degli album che meglio lo hanno rappresentato. Siamo partiti con Nino Ciglio, chiudiamo con l’editoriale riassuntivo di Edoardo Bridda. Per quanto riguarda le votazioni in progress di questi primi otto mesi dell’anno vi rimandiamo alla pagina classifiche 2017 di SA.

Dopo avervi proposto i pensieri e le classifiche di questa prima parte dell’anno, che per continuità con il mercato internazionale (più che italiano) abbiamo fatto coincidere con un lasso di tempo che va da gennaio ad agosto compreso (vista l’importanza di alcune uscite del mese, nonostante il proverbiale stop del Belpaese), spetta al sottoscritto fare un po’ il punto di ciò che è emerso in precedenza aggiungendo ulteriori considerazioni e la mia lista personale. Partendo dall’assunto che il decennio ha già acquistato una forma riconoscibile (e forse anche compiuta) nel biennio precedente, periodo in cui sono risultati più evidenti alcuni dei suoi filoni principali attorno ai quali si sono concentrati denaro – ehm… – e attenzioni mediatiche, i primi mesi del 2017 non hanno mancato di gettare le basi per un’ipotesi di ripresa proprio da parte di quel rock che sembra(va) aver ceduto definitivamente lo scettro al mondo allargato dell’Hip Hop e delle contaminazioni elettroniche. Certo, come sottolinea anche Stereogum nel suo résumé, sono lontani gli anni post-11 settembre in cui da New York – vedi Strokes, Interpol, Rapture, Yeah Yeah Yeah, !!! e co. – è proliferata una effervescente scena in grado di riportare le wave e il post-punk al centro del dibattito musicale, ma è anche vero che nell’anno del revival di Twin Peaks (che fortunatamente troppo revival non si è dimostrato) e del successo sempre crescente di alcuni degli eroi degli anni Novanta (due su tutti – per via del tour e di buone conferme discografiche – Radiohead e Pj Harvey) i segnali, non diciamo di una ripresa su vasta scala, ma di un ritorno ad uno spirito originario ci sono, e stanno gettando le basi per qualcosa se non altro di vivo e in alcuni – ottimi casi – anche urgente.

Il tutto senza contare che gente come Black Angels e Cloud Nothings continua impenitente lungo strade indie e psych rock, nel solco delle rispettive tradizioni e con rinnovata determinazione, così come quei vecchi leoni degli Wire e dei Fall in ambito post-punk, Slowdive, Ride e Jesus And Mary Chain su dream pop e shoegaze, Reznor e Nine Inch Nails per quanto riguarda il vecchio industrial e i Grandaddy dal lato dell’indie-pop indietronica. Detto ciò, ribadendo ancora una volta che le timeline e i loro fruitori non sono riconducibili all’unità, se non per approssimazione (o speculazioni varie), le band più fresche da monitorare per impeto elettrificato, grezza vitalità e vibranti melodie di chitarra rispondono quest’anno ai nomi di Priests, Downtwon Boys, B Boys, i toscani Solki e i casertani Gomma, parola di Diego Ballani e Elena Raugei, a cui s’aggiungono le proposte già più consolidate sul versante psych come post-hardcore segnalate da Bonaiuti, ovvero Gnod, Code Orange, King Gizzard & the Lizard Wizard (coi loro 5 album da pubblicare quest’anno) e non ultimi i Julie’s Haircut di Invocation and Ritual Dance of my Demon Twin.

La considerazione a lato vien da sé: svaniti glamour e hype (come accadeva facile facile nei 00s ma anche qualche tempo fa), e scremato ogni smalto dark post-post-wave del caso che dal successo – meritato – delle Savages alla Scandinavia (e giù nel sottobosco a varie latitudini) ha comunque proliferato lungo questi anni, forse ora come non mai, la definizione di outsider per tutta questa gente è calzante. E sono outsider nel più autentico significato del termine, perché sanno che ciò che stanno facendo non è quel che va di moda, non è la cosa più desiderabile. Il quadro non è poi troppo differente dagli anni ’80, in cui a dominare le classifiche erano synth pop, one hit wonder e Milli Vanilli vari ed eventuali. Basta sostituire loro con tanta facile trap e r’n’b music vs (punk) (indie) (post-hardcore) rock delle periferie, e il ricorso storico torna, non identico ma ritorna. Non è una novità, gli sconvolti con le chitarre distorte sono tornati nelle province e nei sobborghi – chiamatele se volete outer ring, e il riferimento va a EMA e al suo ottimo disco – in cui l’arida contemporaneità che respiriamo tutti, con i suoi contrasti, nuove povertà ecc. è più evidente, sbattuta in faccia, con la novità che qualche barriera nazionale (e mentale) è caduta e, ad esempio, un gruppo come i Julie’s Haircut ora esce per la inglese Rocket e non più per una realtà italiana, così come, sempre negli UK, si sono accorti della bravura di un Lorenzo Senni o più recentemente di un Mana, rispettivamente accasati da Warp e Hyperdub. Le nicchie rimangono nicchie, ma nel 2017 certi confini sembrano più labili e aprono nuove opportunità per chi ha avuto caparbietà, coraggio ma anche spirito imprenditoriale, caratteristiche che non sono richieste per forza a un artista, ma sono più che mai necessarie oggigiorno.

On the other side, come sottolineano Francesco Abazia e Luca Roncoroni, questi sono anni caratterizzati dall’ascesa del mondo allargato affiliabile all’Hip Hop, che si è riconvertito, allargato e ringiovanito sotto una molteplice congiuntura di eventi che hanno visto Kanye West da una parte e Diplo dall’altra, con Lex Luger (ma senz’altro non solo lui) in mezzo. La conferma ai vertici è a grandi livelli e vede ancora sul trono King Lamar, ma giù il cappello anche per uno come Vince Staples che si rigioca in Big Fish Theory la carta dell’“innovazione” che fu di Yeezus, e per una coppia che non ha bisogno di presentazioni come i Run the Jewels. Poche storie: il loro terzo capitolo (uscito il 25 dicembre e quindi rubricabile nel 2017 no?) è davvero potente.

Parliamo di mondo allargato che ha fatto presa sui ragazzi che ora frequentano i licei e gli istituti superiori e le università, che ingloba variegati aspetti per i quali forse un aggiornamento d’etichetta è più che mai d’uopo. Se qualche anno fa avevamo importato la tag cloud rap definendo una genia di producer e rapper millennial più affini a Soundcloud, il lo-fi e l’anti-machismo che ai tradizionali canali discografici, la label post-rap di Abazia abbozza una definizione più ampia per inglobare tutto ciò che supera il concetto stesso di rap. Un nome su tutti che è rientrato in questo filone è Future, icona trap amata anche da Simon Reynolds, che ha traslato in questa direzione la sua proposta con ben 2 album quest’anno (ne bastava uno a mio avviso), ma nel circolo rientrano anche i “Beatles della nostra generazione” ovvero i Migos di Culture, che negli USA hanno sbancato tutto e tutti, a partire da Billboard, e che di Future, in soldoni, sono una versione maggiormente pop e coi singoli e le laison (vedi il feat. nel brutto disco della Perry) giuste.

E’ pop questo con basi trap, e trap è ad ogni buon conto l’etichetta con la quale comunemente definiamo questa musica, come di trap parliamo pure – e tanto – anche in Italia. Riagganciandoci al discorso portato avanti da Luca Roncoroni già nel 2016, l’ascesa è continua e il suo consolidarsi a livello di popolarità e protagonisti va di conseguenza (un caso su tutti, il misterioso Liberato, che forse al Club To Club e con la nuova stagione di Gomorra si svelerà). Facendo una facile previsione: se c’è chi si consumerà in questa fugace movida, e mi rifaccio sempre a Luca, vedi una Dark Polo Gang o – molto probabilmente – uno Sfera Ebbasta, c’è chi come Ghali (che personalmente piace osservare, nel bene e nel male, come una versione trasfigurata/aggiornata anni ’10 della stagione Jovanotti/Carboni d’inizio Novanta) punta al singalong e alla potabilità pop, ovvero altrove rispetto ai cul de sac digital fatti di serpentine, vocoder, sub bassoni e swag. Il suo disco non ha convinto tutti, specie gli over trenta, ma il suo è un fenomeno che sa di generazionale, basta vedere anche solo i numeri che fa sui social e quanti famosi influencer, sempre over trenta, ne citino le strofe a memoria.

Cugino dell’Hip Hop, ma da non confondere, è il grime degli MC, quello con le lyric e le bars, che dopo i riconoscimenti – e Mercury Prize – a Skepta dello scorso anno vede nel Gang Signs & Prayer di Stormzy un nuovo colpo ben assestato (e non scontato, proprio perché aperto sul lato umano). E neanche il ritrovato Dizzee Rascal se la cava male. Idem per Wiley. Il genere in Italia, del resto, non sembra catturare che addetti ai lavori, e la cosa mi dispiace non poco, anche solo considerando l’attenzione rivolta ad esempio a un fenomeno totalmente statunitense come Tyler the Creator (Flower Boy), a sua volta non un fenomeno di massa da noi, ma che sicuramente può vantare un lavoro mass-mediatico molto più efficace e multisfaccettato sulla sua persona e sul suo brand. Infatti, se c’è una differenza tra gli americani e i britannici in questo senso, è che se i primi non nascondono e anzi auspicano una spendibilità differenziata del loro marchio, l’MC anglosassone – da Skepta in giù – rimane fedele al ghetto e oppone valori comunitari e street cred alla gentrificazione galoppante del suo contesto urbano, risultando dunque un prodotto per iniziati. Dunque, se anche non desterà la curiosità dei più, ci è piaciuto parecchio l’ottimo disco di Blay Vision. Ascoltatelo. E ok, aspettiamo da due anni anche Novelist.

Riallacciandoci al rock via grime, ci piace vedere la sua sparizione dai monitor e dai news feed come un ritorno alla base: il genere di cui Wiley è il godfather ha dovuto rinnegare il naufragio pop e tornare anche dalle parti del suo spartano eski beat e alla strada, per ritrovare un senso. Poi è bene ricordarlo, la rinascita grime è stata per ora più un affare di (quasi) zii che non di adolescenti e ventenni, e a contribuire grandemente al suo (ri)sdoganamento hanno pensato pure i cugini americani, tra cui il buon Pharrell e il buon Drake, che finalmente con More Life ha messo d’accordo tutti, e sempre grazie a una continua ricerca di stimoli over e underground che più volte hanno riguardato personaggi molto UK come appunto il sopracitato Skepta ma anche culti della Uk funky. C’è naturalmente della dancehall e un po’ di aria caraibica nel suo disco, ma l’ondata post-Major Lazer legata anche ai reaggettoni, pare decisamente in calo dopo quasi due anni di riproposizioni in ogni salsa. Senz’altro lo scossone di queste produzioni radiofoniche e underground ha contribuito a dare spinta e smalti al freschissimo esordio di Mura Masa e a consolidare realtà di qualità come Popcaan, il giro della Mixpak, fino a proposte più post-soul come Sampha e il suo – anche un po’ soporifero ma senz’altro valido – Process.

Dall’Hip Hop e dal grime passiamo all’elettronica, e anche qui vale il discorso iniziale. Parliamo di conferme più che di novità, ma sono conferme a livelli molto alti: Arca – nel suo omonimo disco Arca – scopre la voce aggiungendo una dimensione vocalmente lancinante alla sua ricerca musicale. Personalmente ha un po’ deluso, ma ciò che è importante ribadire – gusti personali a parte e come abbiamo detto più volte su queste pagine – è quanto la sua ricerca abbia dettato e continui a dettare legge per quanto riguarda non solo l’estetica, ma anche l’immaginario di questo decennio, che, al netto di persistenti retromanie, ha segnato un significativo ritorno al futuro che non vorremmo vedere già spacciato a fronte di appropriazioni cinematografiche tipo Ghost In The Shell con Scarlett Johansson.

Dunque Arca e Holly Herdon, ribadiamolo, come i più significativi dell’ondata HD, così come il nuovo album di Actress, AZD, ne conferma la peculiare ricerca outer-club e post-Hauntology a cui sembra innestarsi ora un tocco di sano afrofuturismo, tag che associamo negli ultimi anni a cose sempre interessanti seppur non sempre a fuoco, vedi la prova doppia degli Shabazz Palaces. Chi invece sbaraglia tutto e tutti per piglio virtuoso, matematica precisione, sincresi generale tra footwork, jazz ed elettronica è Jlin. Il suo Black Origami rientra di striscio in quelle che comunemente vengono definite musiche HD ed è pura magia basata su ritmi fragrantemente tribali, cubisti nel loro frapporsi obliquo a lame sintetiche e voci centellinate. E’ un ascolto intensissimo che muove giant steps fuori dal ghetto per trovare le sue aderenze con un jazz visceralmente afro(americano) dalle parti dell’Agharta di Davis (o da quelle di certo Jeff Mills). Complementare ma altrettanto imbattibile è Reassemblage (“nuovo montaggio”), ovvero il secondo album del duo di Portland Visible Cloaks, che è quanto di più legato al vetro si possa pensare associandolo alla musica e al Giappone. La mia personale definizione è un mix tra OvalCornelius e Oneohtrix Point Never. E a proposito di Sol Levante, due i grandi ritorni in questo senso: il primo è proprio quello di Cornelius – Mellow Waves -, l’altro è quello di Ryuichi Sakamoto – async -, entrambi caratterizzati da un discorso assolutamente personale legato a doppia mandata ai rispettivi percorsi artistici, o come va di moda dire ora – …c’è arrivata anche Taylor Swift – narrative.

Se c’è una parola che da Westworld in poi non viene lesinata, Antropocene a parte, è la cosiddetta narrative, e non è male come guida per introdurre le musiche che più ci piacciono senza troppi steccati di genere. A un certo punto, come gli androidi della popolare serie tv che acquistano consapevolezza della storia che hanno scritto per loro e che sono costretti a interpretare e ripetere all’interno di un contesto anch’esso in provetta, anche gli artisti che più ci piacciono hanno smesso di stare alle regole iniziando a sperimentare radicalmente con la propria musica. E’ il caso di Chino Amobi che con Paradiso ha dipinto un mondo personale che benché possiamo ricondurre ai soliti Dante, Bosch, Blade Runner (e libri tibetani dei morti assortiti) intende rappresentare un globo dove non c’è altrove, né aldilà, ed in cui biologia e virtualità, umani e ologrammi, convivono indistinguibili. Un disco che è in verità un’opera corale, anti-musicale, che fa della propria randomatica e frammentarietà un baluardo, o meglio, una sua personale narrative tutta al presente.

Sempre di avventure contemporanee parliamo con la compilation Mono No Aware della PAN, ma sentiamo vibrazioni assolutamente attuali nei Patterns Of Consciousness di Caterina Barbieri, nelle trasfigurazioni della cumbia di Populous (Azulejos) o di quelle della musica Maori della coppia FIS e Rob Thorne (Clear Stones), nell’Hyper Flux di Herva, nei viaggi astrali di Clap! Clap! (A Thousand Skies), nell’ipnosi di gran classe targata In Zaire in Visions Of The Age To Come o in quella distopica del Rubisco di Donato Epiro, e nel sorprendente ritorno di Avey Tare. Il suo Eucalyptus per quanto mi riguarda, può competere con Person Pitch come una delle perle assolute della family Animal Collective. Anche Dirty Projectors, ovvero l’ora barbuto David Longstreth, ha riscritto la sua narrativa in un album omonimo che si riallaccia al discorso Hip Hop di cui sopra, ma che si disvela in tutta la sua originale trama estetico concettuale, una materia straziante, eccentrica e satolla di prosopopea tipica del personaggio, prendere o lasciare. Anche il parallelo tra David Longstreth / Dirty Projectors e Justin Vernon / Bon Iver ultima maniera viene spontaneo, come era impensabile soltanto fino a qualche anno fa, e non soltanto in riferimento a Kanye West, o per l’uso del vocoderma, in particolare, per il ruolo che entrambi ricoprono all’interno del biz musicale, ovvero musicisti in grado di mantenere una propria autonomia artistica pur rimanendo legati a più mandate al mainstream, o più appropriatamente, a quel mondo che per convenienza chiamiamo major alternative. Altre narrative molto personali che potremmo ricondurre a questo o quel filone ma viaggiano prepotentemente sui binari di un percorso artistico maturo sono quelle di Laurel Halo in Dust, del Mr. Mitch di Devout (sempre più lontano da un discorso grime duro e puro, che già applichiamo il classico prefisso post-), la morte negli occhi vissuta da Mount Eerie in A Crow Looked at Me e gli anni ’50, in un mondo parallelo, magari quello di The Man In The High Castle, che sono quelli di Painted Ruins dei Grizzly Bear, l’album dal «caos che funziona».

A proposito di voglia di futuri (distopici), un prequel di Black Mirror ideale potrebbe essere Electric Dreams, serie tv antologica appunto perché si ispira all’intero corpo letterario dell’iconico Philip K. Dick (in arrivo in autunno). Riallacciandoci ai quattro di stanza a New York e alle manovre discografiche: quest’anno è l’anno in cui loro, Arcade Fire (Everything Now), Lcd Soundsystem (American Dream) e War On Drugs (A Deeper Understanding) sono passati da label indipendenti a major, o in tandem o proprio in toto. Ed è l’anno in cui il Primavera Sound ha chiuso l’edizione intitolando il sommario come an edition marked by a generational handover, un passaggio del testimone che non è ancora un diffuso affare di headlining presso i principali eventi musicali nel globo (loro portano sul palmo di una mano gli XX di I See You) ma che possiamo leggere anche al rovescio, con alcuni zii a lasciare ai più giovani la distribuzione indipendente dopo anni di militanza. Anche in Italia qualcosa del genere è successo. E’ vero che la FIMI si è rimangiata a luglio decine di certificazioni di Disco d’Oro date a Brunori Sas, ThegiornalistiBaby KGhali e Guè Pequeno, ma è altrettanto vero che alcuni di questi artisti – e mettiamoci anche Lo Stato Sociale – hanno raggiunto uno status nazionale con tanto di scelte commerciali – vedi una Riccione – che hanno creato le tipiche dinamiche del prima e del dopo, con pochi nemici prima e molti poi. Diciamo tanti quanti quelli che si è ritrovato Manuel Agnelli sui social per la sua partecipazione (e riconferma) a X Factor, show che, ribadiamolo nelle parole di un nostro live report a Napoli, ha portato alla rockstar una fetta di fan in più ai live e non una di meno, promuovendo tra l’altro un disco come Folfiri o Folfox – tutt’altro che à la Completamente Sold Out.

A giugno Riccardo Zagaglia aveva analizzato statisticamente, e con le dovute pinze, il fenomeno “golden age dell’indie italiano” visto da Spotify per spiegare come ci sia stato effettivamente un cambio generazionale tra chi ventenne ascoltava, tra i Novanta e i Duemila Verdena, Afterhours, Marlene Kuntz, Marta Sui Tubi, Il Teatro Degli Orrori, Ministri, e altri gruppi tipicamente chitarra-centrici, e chi ora ascolta il rap e la trap italiana (che vanno forte) dei vari Ghali, Sfera Ebbasta, Dark Polo Gang, Coez, Carl Brave x Franco 126 o i sopracitati Thegiornalisti, con a ruota Le Luci Della Centrale Elettrica e pure i Baustelle (che non godono di altrettanto hype, ma raccolgono sempre ottime cifre). Chiaro che i numeri che fa un Jovanotti, Vasco Rossi o Ligabue sono irraggiungibili per chiunque di loro, ma è comunque significativo – piaccia o no – un 2017 che anche solo vede approdare Lo Stato Sociale al Mediolanum Forum. Del resto questo è forse l’anno in cui il significato della parola indie si è slacciato del tutto delle dinamiche economico/ideologiche che stavano alla base dell’esserlo, indipendenti. Di converso, tutto il cantautorato informato dal rap sta iniziando a venir etichettato come trap, creando a sua volta un po’ di misunderstanding per un genere nato negli Stati Uniti come colonna sonora per le case – le trap house – dove si tagliava crack e altre sostanze chimiche.

La si giri o rigiri come si vuole: la dicotomia tra nostalgie novecentesche e 80s vs ritorno al futuro (e in HD), è forse quella che meglio ci fa capire la doppia marcia con la quale ci stiamo muovendo negli anni ’10, con numerosi esempi sopracitati per quanto riguarda la seconda sponda. Sulla prima, oltre a Brunori e thegiornalisti vari, il caso più plateale – secondo solo a Stranger Things, la cui seconda stagione è in arrivo in autunno – è quello dei Phoenix di Ti Amo. Il disco sembra fare da colonna sonora alle riprese nella discoteca di quel famigerato episodio di Black Mirror sugli 80s, eppure questi arrangiamenti rotondissimi, che ricordano a più riprese quelli che i cugini Daft Punk apparecchiavano per la voce di Casablancas nel loro Random Access Memories, hanno un loro perché, grazie a un assuefacente corteggiamento indirizzato all’ascoltatore; Ti Amo dunque, come una risposta euro-synth al più classico dei dischi dei Real Estate. E visto che siamo alla fine dell’estate, facciamoci un ultimo giro in giostra.

Sempre a proposito di re-immersioni nel passato, due debutti che sembrano tornare indietro nel tempo per sublimarlo sono Uomo/Donna di Andrea Laszlo De Simone e Fa niente di Giorgio Poi, quando sempre sul versante italico lato senior abbiamo un Paolo Benvegnù che con il suo H3+ sembra aver raggiunto definitivamente la cifra stilistica di un artista che è già un “classico” del panorama cantautorale italiano, e un Cesare Basile che ancora una volta si affida a uno stile ricercato e a quella viscerale necessità di scavare a piene mani nelle radici meridionali e di condirle con il blues (U Fujutu su nesci chi fa?). E non dimentichiamoci neppure di un Edda che torna con Graziosa utopia, disco forse da interpretare, ma con ottimi spunti musicali al suo interno.

Sul songwriting internazionale, da fare ci sono tre nomi: Stephin Merritt, in arte Magnetic Fields, con il disco dedicato ai suoi 50 anni, 50 Song Memoir, Laura Marling con Semper Femina e Mike Hadreas, in arte Perfume Genius, con No Shape. Sono delle garanzie da anni, e con la scusa di un cameo proprio di Hadreas introduciamo una menzione particolare per Aldous Harding, personaggio davvero originale sia come proposta dal vivo, sia con un disco – Party – che in giro definiscono goth folk e che è quanto di più coraggioso si è sentito quest’anno (e non solo) in quest’ambito. Tra l’altro, l’album ha ricevuto il beneplacito della compaesana Lorde, il cui ritorno con Melodrama è a sua volta, in ambito pop mainstream questa volta, il più valido esempio da un bel po’ di tempo a questa parte. Non dimentichiamoci poi che nel 2017 NARKOPOP segna il ritorno discografico di Wolfgang Voigt con l’alias ambient GAS a oltre 17 anni di distanza. Finora ogni suo disco sotto questa ragione sociale è risultato imprescindibile, e neanche quest’ultimo fa eccezione, presentandosi come il più organico (in termini di stratificazione sonora) e lussuoso (a livello di produzione nel suo complesso) tra quelli finora prodotti. Di seguito la mia lista personale.

  1. Jlin – Black Origami
  2. Dirty Projectors – Dirty Projectors
  3. GAS – NARKOPOP
  4. Kendrick Lamar – Damn.
  5. Chino AmobiParadiso
  6. Avey Tare – Eucalyptus
  7. Run The Jewels – RTJ3
  8. Mount Eerie – A Crow Looked at Me
  9. Grandaddy – Last Place
  10. Actress – AZD
  11. Grizzly Bear – Painted Ruins
  12. Cornelius – Mellow Waves
  13. Visible Cloaks – Reassemblage
  14. Forest Swords – Compassion
  15. Mr. Mitch – Devout
  16. Porter RicksAnguilla Electrica
  17. Laurel Halo – Dust
  18. EMAExile In The Outer Ring
  19. Sevdaliza – ISON
  20. Populous – Azulejos

Gli editoriali pubblicati finora: Luigi Lupo, Diego Ballani, Stefano Solventi, Nino Ciglio, Tommaso Bonaiuti, Federico Sardo, Marco Boscolo, Elena Raugei, Francesco Abazia, Luca Roncoroni, Davide Cantire e Fernando Rennis.

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