Migliori album 2017. Le considerazioni e la classifica di Edoardo Bridda

Classifiche di fine anno 2017. Le considerazioni e la top 20 dell'editore

Rispetto alle mie considerazioni e alla classifica relativa ai primi 8 mesi dell’anno, che rimane una lettura tuttora valida e consigliata (assieme a quella super esaustiva sull’annata compilata da Riccardo Zagaglia), qualcosa nella mia classifica è cambiato, ma l’impianto e il grosso della scaletta che avevate visto lì sono rimasti invariati. Resta in vetta l’album di Jlin, che è il lavoro che più mi ha colpito per potenza, architettura, mentalità e focus e di cui ho scritto abbondante in sede di recensione, così come al secondo e terzo posto trovate altre due proposte sempre affrontate su queste colonne sulle quali non sto a dilungarmi: in sostanza quello dei Visible Cloaks è il disco che ho consumato di più anche se non continuativamente. Molti l’hanno trovato artefatto, altri l’hanno bollato come mera riproposizione di musiche di certi 80s giapponesi ecc: per quanto mi riguarda il sound proposto dal duo di Portland è potente ed emancipato dai beceri copia incolla che gli sono stati affibbiati dai detrattori. Del resto ciò che più conta, nonché la linea guida che ho adottato per stilare la classifica, è ancorata al coraggio mostrato nel comporre (in particolare lato songwriting) e al carattere immersivo della musica proposta. Da sempre sono catturato dalla tattilità dei suoni, dal pathos di certe linee di synth, dagli incastri tra ritmo e ambienti, dall’aspetto visivo e cromatico di certa elettronica, ma anche da tutto ciò che entra a contrasto e disturbo. Dettaglio, messaggio e visione sono fondanti tanto quanto guizzi, strappi e frizioni: senza di quelli il rischio di scivolare nella muzak da ascensore o nella mood music di Spotify è sempre in agguato. Dunque odi per i mondi alteri e terrigni come quelli di GAS, la botanica floreale di una Kaitlyn Aurelia Smith, ma lodi anche per gli inferni danteschi e infernali di Chino Amobi.

Anche quest’anno l’Hip Hop non poteva non entrare in cuffia e nello stereo di casa. Storicamente il genere ci entra dalla parte dei beat, e questi sono fatti da producer che seguo più attentamente in proprio. Big Fish Theory è un ottimo esempio in questo senso. E’ un disco che tra flow e arrangiamento osa come ai tempi osava Yeezus, anche se ovviamente non è paragonabile al mastodontico cesello dei featuring di quel lavoro. Viceversa, quando parliamo di gente come Lamar o Run The Jewels, sono la potenza e il tiro quelli che contano e da queste parti non ce n’è per nessuno. Altro discorso interessante emerso nell’ultima parte dell’anno riguarda una nuova ondata di produzioni IDM che del – chiamiamolo – genere hanno cavalcato la missione originale, non l’estetica. M.E.S.H. e Call Super sono esempi maestri in questo senso e me ne sono occupato sempre in sede di recensione. Zero nostalgia e zero facili 90s nelle loro prove. Musica elettronica in osmosi con il club (di oggi) che è in grado di risputarti fuori qualcosa che non è la solita sci-fi d’accatto ma materiale molto più complesso e sfaccettato, fruibile e creativo. Niente di concettuale o politico o ragionato sbattuto in faccia qui, soltanto la polpa di un suono vivo e avvincente. Qualche anno fa anche Lee Gamble sarebbe entrato liscio liscio in questo capitoletto, lo troviamo invece annoverato tra i lavori di concetto, ciononostante con una prova degna e più meritevole della 20° posizione in cui si trova. Diverso per me il discorso riguardo all’ultimo Ben Frost per le cui considerazioni vi rimando alla recensione.

Si sa, le scalette gerarchiche non sono proprio il massimo, soprattutto quando all’interno devi metter ascolti che tra loro c’entrano come i cavoli a merenda. Passando al formato canzone, poco prima parlavo di coraggio compositivo: quest’anno ho apprezzato particolarmente chi s’è preso dei rischi ed è andato in controtendenza: Mount Eerie s’è stritolato cuore e polmoni in A Crow Looked at Me, Avey Tare s’è reinventato su dilatazioni elettroacustiche producendo qualcosa di chiaroscurale e invero potente (un disco che potrebbe stare accanto all’iconico Person Pitch di Panda Bear), Ariel Pink ok non ha stravolto la sua proposta ma è tornato come lui solo sa fare con l’ennesima favola rovesciata dell’Hollywood dream, ancora più in forma che nel disco precedente, i Grizzly Bear si sono spinti oltre le previsioni confezionando un album adulto e complesso che sulla carta pareva un fallimento annunciato e in verità è l’esatto contrario. Poi anche da me troverete l’ultra premiato King Krule, al cui fascino impolverato e tomwaitsiano non ho saputo a mia volta resistere.

Il capitolo finale di queste considerazioni lo dedico alle critiche: ai modernisti Beck e St. Vincent critico di aver cercato troppo deliberatamente di essere/risultare tali, una critica che non vorrei mi accomunasse a chi nei ’70 tacciava Bowie periodo Spiders di falsità in contrapposizione a chi invece all’epoca produceva del “vero” rock. Anche perché due “veri” e “sentiti” adult folk/rocker come National e War On Drugs li critico proprio per essere stati …troppo veri e sentiti. Solventi – che quoto – ha affermato di recente nel suo editoriale che il perimetro espressivo dei primi è «angusto e prevedibile come l’ascensore di un centro commerciale», i secondi non corrono lo stesso rischio ma in quanto figli di uno Springsteen minore mi fanno sorgere il dubbio se non sia il caso di ricomprarmi il Boss, cedendo magari alle lusinghe di un mercato che sembra sempre di più un walking dead di cofani tombali.

A un certo livello di fama, all’interno del mondo in cui viviamo e in cui siamo ad un passo da averci un’Intelligenza Artificiale che produce musica al tuo posto, metter sul mercato l’ennesimo «disco ben fatto che suona bene» equivale a produrne svariati altri alternativi. Per farli però è necessario qualcosa che non sempre tutti hanno a disposizione come tempo, soldi, energie e concentrazione. Non è obbligatorio sentirne un’esigenza profonda o chissà quale urgenza espressiva, mentre il risultato, se risponde a un’esigenza immediata, non è affatto detto che corrisponda a un bisogno sul medio lungo periodo. Quello del musicista del resto è (anche e per sempre meno persone) un mestiere full time, e per chi non può permettersi il lusso di stare fermo – o viceversa, chi milionario non ha altro di significativo da fare – questo è il terreno sul quale la partita si gioca. Seguendo questo discorso, a Liam e Noel, che hanno cercato nei loro dischi di percorrere strade opposte, la tradizione l’uno e la sperimentazione (meglio, il rinnovamento) l’altro, ribadisco quello che ho affermato nelle rispettive recensioni: di questi dischi ineccepibili, professionali, anche generosi, ci dimenticheremo anche prima dell’annuncio di una inevitabile reunion degli Oasis prossima ventura. E lecito vederli come bicchieri mezzi pieni oggi, ma decisamente più stimolante, soprattutto ora che tutto è now, è mettere le cose in prospettiva.

Voltando pagina, sul folk e americana, non sono convinto che Pure Comedy sia così potente come lo immaginavamo all’inizio. Trovo che l’esordio di Kelly Lee Owens sarà superato da un disco pienamente convincente. Björk con Utopia ha fatto un bel disco ma troppo lungo, auto-indulgente in alcune parti recitate/cantate. Sarà che sento la mancanza del suo lato pop. Viceversa è art pop quello che mi dà la sua gemellastra svedese Fever Ray, che ne ha fatto uno altrettanto potente e ancor più politico, ma ad oggi preferisco la sua ultima prova accanto al gemello Olof Dreijer nei (disciolti pare) Knife. Sempre pop ma più world (via r’n’b / Hip Hop) le Ibeyi hanno prodotto un’ottima prova: Ash è però un disco che immaginato diversamente, con meno pret-a-porter (e meno Beyoncé) avrei gradito ancor di più, e questo in sostanza è quello che direi delle ultime prove di Bonobo, buona sartoria ma il vestito non mi basta quando ascolto musica.

Chi invece canta anche nudo è Richard Dawson che è un grande: in Peasant pare di sentire un Robert Wyatt musico nato e cresciuto a Westeros. E non è una critica, beninteso. Il Compassion di Forest Swords se ne scende un po’ con i mesi e gli ascolti, probabilmente per l’uso dei campioni vocali. 50 Song Memoir non è 69 Love Songs ok, e non ne volevo una seconda parte. E’ una prova imponente ancor più che importante, forse non imprescindibile all’interno del suo corposo canzoniere (ma c’è tempo per ricredersi). Il memento mori di Arca che si specchia tragicamente in Arca recapita un messaggio potente, lacerante, eppure questi brandelli di preghiera a picco nel getto elettro-cosmico non mi hanno conquistato come avrebbero dovuto. Non hanno lo scopo di sedurre ma scuotere quello sì, che invece producano diffidenza non è una sensazione che si dovrebbe provare in questi casi, ma certamente sto cavillando su un disco che giudico più che buono come buono è senz’altro l’Lcd Soundsystem, con almeno un paio di pezzi fenomenali. Quel che qui non posso non tacere è che cose come Other Voices e tutto il portato 00s che gli va appresso me le sarei conservate per un futuro prossimo (anzi facciamo futuro e basta).

Facciamo riposare certa musica e facciamo riposare in pace Alan Vega, e basta coi citazionismi di Suicide, Bowie e il post punk tutto; immagino sia per questa saturazione che mi porto nei timpani che non casco dalla sedia per i Mount Kimbie e quest’anno ho mollato quasi del tutto l’ascolto di una certa area che per anni ho seguito assiduamente. Chiaramente non mi son fatto mancare l’ascolto degli Horrors, che ora come ora sono a rischio Wild Beasts come momento topico all’interno di una carriera che non va male, va sempre un po’ meglio (ma mai con la svolta, lo scarto che a un certo punto nella carriera di una band ci vorrebbe). Senz’altro gli Arcade Fire se la passano peggio, sicuro. Leggere di location mezze vuote deve aver fatto parecchio male allo spirito. Del resto la morale qui è quella che vale anche per l’ultimo album degli U2, se fallisci fingendo, pazienza, non ci stavi manco provando davvero, se fallisci provandoci veramente è lì che le cose si mettono male (anche se nel caso degli U2 le vendite del disco stanno compensando bellamente il fallimento – artisticamente parlando – del disco).

  1. JlinBlack Origami
  2. Visible CloaksReassemblage
  3. Kaitlyn Aurelia SmithThe Kid
  4. Vince StaplesBig Fish Theory
  5. Kendrick LamarDamn.
  6. GASNARKOPOP
  7. Chino AmobiParadiso
  8. Avey TareEucalyptus
  9. M.E.S.H.Hesaitix
  10. King Krule – The OOZ
  11. Ariel PinkDedicated to Bobby Jameson
  12. Aldous HardingAldous Harding – Party
  13. Run The JewelsRTJ3
  14. Mount EerieA Crow Looked at Me
  15. Actress – AZD
  16. Grizzly BearPainted Ruins
  17. GodfleshPost Self
  18. BibioPhantom Brickworks
  19. Call SuperArpo
  20. Lee GambleMnestic Pressure

Per quanto concerne le liste/classifiche personali dei collaboratori di SA finora pubblicate, trovate quelle di Tommaso Bonaiuti, Riccardo ZagagliaFernando RennisElena RaugeiLuca RoncoroniStefano SolventiFederico SardoBeatrice PagniAlessandro PoglianiDavide Cantire, Luigi Lupo, Federica Carlino, Andrea Murgia e Edoardo Bridda. Tra quelle delle testate nazionali e internazionali invece: Rumore (con i commenti del direttore Rossano Lo Mele), XLR8R, WIREStereogumRough TradeNME, Rolling Stone, Bleep.com, Consequence of SoundQuietus, Pitchfork (videoclip e album) e Spin.

Tracklist