Cosa è successo in questo 2017 all’imbrunire e quanto di quello uscito ha meritato un posto al sole nelle classifiche di fine anno? Una lista di venti album, la mia, che vorrebbe coprire l’intero anno solare e non solo gli ultimi cinque mesi, ma che in realtà si focalizzerà solo sui dischi più ascoltati (e da me apprezzati) in questi dodici mesi. Innanzitutto, il 2017 qualitativamente è stato, per chi scrive, un ottimo anno. Tanti bei dischi nuovi, convincenti ritorni (Lcd Soundsystem), qualche zampata di vecchi lupi (Slowdive) e la convinzione che meglio di così questo 2017, non poteva andare. Pronti via, l’anno si è aperto con il comeback dei Run The Jewels (in realtà messo online il 24 dicembre 2016, ma pubblicato fisicamente il 16 gennaio), che conferma la verve incredibile di El-P e Killer Mike. Tra tutti i ritorni di questo 2017 da annoverare c’è sicuramente Oczy Mlody dei Flaming Lips, premiato dalla nostra Raugei, che segna un po’ il ritorno alle melodie del periodo The Soft Bulletin e Yoshimi Battles…: non male per una band che, per il sottoscritto, aveva perso un po’ di appeal negli ultimi tempi.
Si è parlato tanto del ritorno delle chitarre in questo 2017, e chi meglio dei Cloud Nothings e dei Japandroids per confermarlo? Usciti praticamente in contemporanea e recensiti (benissimo) rispettivamente da Frattaruolo e Macrì, Life Without Sound e Near to the Wild Heart of Life segnano per entrambe le compagini l’ingresso nell’età adulta e nella maturità compositiva. Non (solo) più furore ma un lavoro meticoloso sul sound, ora veramente riconoscibile tra mille mila. Febbraio segna il ritorno del pop raffinato e autobiografico di Jens Lekman (buona prova come sempre, ma forse meno ispirato che in passato), della psichedelia a colpi di apache-beat dei Moon Duo, dell’afrofuturismo di Clap! Clap! e della follia controllata dei King Gizzard & the Lizard Wizard, questi ultimi pronti a contendersi la palma di prolificità con Ty Segall, quest’anno (secondo quello che mi dice il mio Google Alert) quasi a secco e autore di un solo (bello, comunque) disco.
Drunk di Thundercat, uscito a fine febbraio, è uno dei miei dischi dell’anno. Per parlare di lui, e non solo del personaggio naturalmente, non si può non partire dal suo essere nerd a 360°: tutto quello che riguarda Bruner ha a che fare con una smodata passione per tutto ciò che è 80s, dal mondo degli anime ai film, arrivando ai videogiochi. Tutto. E lo si capisce anche dai featuring che appaiono su Drunk, come Kenny Loggins (ricordiamolo, autore delle colonne sonore di Blockbuster assoluti come Rocky IV, Footloose e soprattutto Top Gun), che appare In Show Me The Way, dai suoi riferimenti continui a Tron e naturalmente al mondo videoludico («Is it cause I wear my hair weird or because I like to play Diablo”oppure “Because I’d rather play Mortal Kombat anyway, hey I’m all about my Johnny Cage» canta in Friend Zone, ed è uno dei punti fermi della serie di interviste realizzate da RedBull Academy per il documentario Diggin in The Carts). Detto questo, per la prima volta forse nella sua carriera solista Thundercat raggiunge un compromesso tra tecnicismo (mostruoso, va detto) e songwriting, veramente di alto livello.
Tra tutti i lavori pregevoli di quest’anno, però, Digging a Tunnel di sir Was ha un posto particolare nella mia classifica. Per parlare di questo disco bisogna partire da lontano, dal 2002 circa, quando sir Was (nom de plume di Joel Wästberg) decide di mettere ordine nella sua vita di giramondo. Partito da Göteborg con il sax sottobraccio, fa prima tappa a New York (suona con Sean Lennon per un breve periodo) per poi spostarsi prima in Mali, poi a Durban in Sudafrica, dove approccia i ritmi pan-africani poi approfonditi nei viaggi in Mozambico e Zimbabwe. Se poi si aggiunge che Wästberg ha un’inclinazione particolare per l’hip-hop, Mark Hollis, My Bloody Valentine, D’Angelo e Moondog, ci si fa un’idea decisamente più dettagliata del personaggio. Digging A Tunnel non poteva essere altro che la summa di tutte queste cose: si va dal dream pop del primo singolo A Minor Life e si passa ai breakbeat di Bomping o di Falcon, per arrivare alla Tame Impal-iana Revoke. Non sembra, ma tutto insieme ha un senso. E bello pure.
Flash forward rapido, e arrivo a quello che insieme a Thundercat, si contende il primo posto della mia classifica di fine anno: Kendrick Lamar. All’uscita del nuovo album di Lamar si sono riempite pagine e pagine di forum e sono stati spesi bytes su bytes in flame da guelfi e ghibellini e da giuria popolare con il televoto, su DAMN e sul fatto che fosse così diverso da TPAB, che fosse qualitativamente inferiore, che fosse meno ispirato e blah, blah e ancora blah. Troppo intelligente e troppo talentuoso per fare una copia cartacarbone del precedente lavoro, Lamar scrive uno dei dischi più importanti di questi anni dieci, lavorando di sottrazione (via tutti i meravigliosi arrangiamenti visti in TPAB) ma scrivendo testi mai in passato così affilati e diretti. Maestoso. Per trovare uno che possa tenere testa al dio nero di Compton si deve prendere il Concorde (magari!) e andare dall’altra parte dell’Atlantico, a Londra precisamente, dove un’aspirante messia di ventitréanni sta scrivendo pagine importanti di musica contemporanea. Viso da putto e rosso di capelli, ma con nel petto una voce da demone, Archy Marshall in arte King Krule dopo aver fatto gridare al miracolo per 6 Feet Beneath the Moon con The OOZ strappa definitivamente l’etichetta di promessa e confeziona un disco ancor più bello del suo esordio.
Sul versante della computer music/chip music Kode9 e la sua Hyperdub vanno a porre il focus con Diggin’ in The Carts su quelle che possono essere considerate le O.S.T. non convenzionali per eccellenza: le colonne sonore dei videogiochi. Come scritto in sede di recensione, «Diggin’ in The Carts è forse il primo (sicuramente il più autorevole, viste le forze messe in campo) tentativo di testimoniare un movimento musicale prima solo circoscritto all’arcipelago giapponese e isolato in ambienti di nicchia. Una sorta di No New York della computer music ma messa su a quasi quaranta anni di distanza, con Kode9 nei panni di un Eno con i bytes e il silicio nelle vene che scatta un’istantanea coloratissima di un momento magico e irripetibile per la chip music e importantissimo per la musica contemporanea». Una testimonianza bella, ricca e importantissima. Eccovi la mia top 20:
- Thundercat – Drunk
- Kendrick Lamar – DAMN
- Kode9 & Hyperdub – Diggin in The Carts
- Sir Was – Digging a Tunnel
- King Krule – The OOZ
- Run The Jewels – RTJ3
- Ulver – The Assassination of Julius Caesar
- Toro Y Moi – Chaz Bundick Meets the Mattson 2 – Star Stuff
- Binker & Moses – Journey To The Mountain Of Forever
- Lcd Soundsystem – American Dream
- Protomartyr – Relatives in Descent
- Godspeed You! Black Emperor – Luciferian Towers
- Algiers – The Underside Of Power
- Benjamin Clementine – I Tell A Fly
- Big Thief – Capacity
- mr jukes – God First
- Phoenix – Ti Amo
- Japandroids – Near to the Wild Heart of Life
- Cloud Nothings – Life Without Sound
- Broken Social Scene – Hug of Thunder
Per quanto concerne le liste/classifiche personali dei collaboratori di SA finora pubblicate, trovate quelle di Tommaso Bonaiuti, Riccardo Zagaglia, Fernando Rennis, Elena Raugei, Luca Roncoroni, Stefano Solventi, Federico Sardo, Beatrice Pagni, Alessandro Pogliani, Davide Cantire, Luigi Lupo, Federica Carlino. Tra quelle delle testate nazionali e internazionali invece: Rumore (con i commenti del direttore Rossano Lo Mele), XLR8R, WIRE, Stereogum, Rough Trade, NME, Rolling Stone, Bleep.com, Consequence of Sound, Quietus e Pitchfork (videoclip e album)