Migliori album 2017. Le considerazioni e la classifica di Stefano Pifferi

Classifiche di fine anno 2017. Le considerazioni e la top 20 di Stefano Pifferi

Anno estremamente difficile sul piano personale, questo 2017. Purtroppo, o per fortuna, c’è stata la musica a dare sostegno o, viceversa, appesantire la questione. Per la sovrabbondanza di uscite spesso più che ottime, ma in molti casi completamente prescindibili – ogni riferimento a tanto “indie” italiano non è affatto casuale, ma per fortuna chi scrive è solo sfiorato marginalmente da un fenomeno che sta arrivando a vette di inconcludenza e protervia imbarazzanti –, il 2017 si mette tranquillamente in scia a questi anni zero di cui probabilmente ricorderemo la “misticanza” inconcludente così come la confusione sopra ma soprattutto sotto i cieli che confonde e spiazza medium e fruitori, addetti ai lavori e musicisti, in un continuo fluire che di liquido oramai ha soltanto un connotato e purtroppo maleodorante.

Polemichetta uno conclusa, mi addentro nel dettaglio in un anno come al solito ottimo, una volta fatta una severa selezione  all’ingresso di ciò per cui è utile e sensato “perdere” del tempo. Di sicuro tantissimi miei ascolti, come si può intuire dalla classifica finale – tralasciamo il senso ultimo della classifica così come l’assurdità di “classificare” secondo generi un qualcosa di non competitivo e volatile com’è la musica, ma fa parte del gioco, ergo giochiamo –, è roba di casa nostra. Roba che, per un paese di inguaribili esterofili, è cosa sempre più sorprendente anche se poi alla fin fine anche porre steccati geografici è un po’ “classificare” dunque ’sti cazzi della provenienza e via con il listone.

Il podio me lo sono giocato per tre progetti/musicisti italiani per una serie di ragioni che vanno dalla indubbia e intrinseca qualità delle proposte a una non celata voglia (e qui mi contraddico) di riconoscere “a casa nostra” quello che fuori ci riconoscono già, ovvero il portato di molte musiche prodotte nella penisola. I vonneumann, ad esempio, che probabilmente con NorN raggiungono uno zenit creativo difficilmente replicabile e che rielaborano tutto lo scibile delle musiche post-rock et declinazioni varie in una forma cangiante eppure riconoscibile, così come Alessandra Novaga che si riconferma dopo l’ottimo Movimenti Lunari dello scorso anno e dimostra con Fassbinder Wunderkammer che trattare con una materia particolare come è la sua ossessione per Fassbinder (e di conseguenza le musiche per film che in questi anni, vedi alla voce soundtrack o library, tanto successo stanno riscuotendo), possa rendere un album (e un percorso artistico) ai livelli di tanti osannati campioni della chitarra. E infine Golden Cup col suo Futura, album che fosse stato per il caro Massolin sarebbe forse rimasto nel limbo del non detto e che invece ha visto la luce e, di conseguenza, ce ne ha mostrata tanta di luce: quella del sol di un avvenire probabilmente distopico o utopico, a seconda dei punti di vista o delle aspettative o della fiducia che ognuno di noi ripone nel futuro.

Accanto a questa tripletta italica però, lungo la mia top 20 c’è spazio anche per l’inossidabile Squadra Omega, per i muscolari In Zaire, per le visioni “alternative” degli Heroin In Tahiti, come per i redivivi e “rinati” Zu e col loro black album Jhator o i giovani Rainbow Island, act che dal vivo allo Zuma Fest milanese ha letteralmente spaccato i cuori dei presenti. Inoltre, sorpresa dell’ultim’ora, dalla mai troppo perfida Albione in cui è musicalmente esule, Sandro Mussida col suo Ventuno Costellazioni Invisibili mi ha stupito e fatto perdere nelle costellazioni invisibili con disco di una leggerezza eterea e di una profondità di ricerca sonora di altissimo livello.

Tra i “vecchi” direi che la doppietta Godflesh / Unsane ci ha detto che 1) i primi amori non si scordano mai e 2) se ci sai fare, il tempo può anche passare ma “’sti gran cazzi”. Randellate in faccia per i secondi come da tradizione (andate a vederli live se non ci credete) e plumbee ambientazioni per i secondi, tornati ai fasti, che mai ci saremmo aspettati, degli esordi. Sempre nella categoria “vecchi discograficamente”, ovvero con discografie pluriennali, direi che gli Heliocentrics hanno ormai dimostrato appieno di essere gli eredi dell’Arkestra di Sun Ra, almeno come approccio, ma rendendola in chiave moderna. Sia live, ottimo quello presentato l’estate scorsa in quel di Villa Ada a Roma, sia su disco con A World Of Masks, sono una esperienza da provare. Stesso discorso per gli australiani The Necks che con Unfold mischiano un po’ le carte – addirittura 4 “canzoni” su un disco solo! – ma dal vivo restano forse una delle esperienze che chiunque dovrebbe provare prima di morire. Certo, la location dell’ultimo passaggio italiano, la sala dei Giganti in quel di Padova, ha aiutato ma non far volare un colpo di tosse per due ore a un pubblico di 500 persone vuol dire qualità. Ovviamente il discorso è valido anche per i redivivi Godspeed You! Black Emperor che non paghi di averci di nuovo dimostrato cosa voglia dire suonare del post-rock come lucifero comanda (vedi alla voce, Luciferian Towers) hanno raddoppiato “sonorizzando” un balletto di danza dal forte peso di impegno civile come è stato il “Monumental”, spettacolo di teatro danza della compagnia The Holy Body Tattoo, presentato a Roma Europa Festival.

Menzione obbligatoria, poi, per Colin Stetson a cui probabilmente potrei perdonare tutto, ma che si dimostra sempre un maestro nel rileggersi continuamente e mettersi sempre alla prova, in primo luogo con se stesso e col proprio strumento prima ancora che col mondo. Stesso discorso per gli Sleaford Mods, unici in grado praticamente col nulla – una voce e due basi quasi sempre identiche – di arringare folle sempre crescenti e di rappresentare la vera coscienza sociale e critica d’Inghilterra (ma non solo). Sorpresa dell’anno i Karkhana che prendono nel mio cuore il posto che l’anno scorso occupavano i Dwarfs Of East Agouza, anche perché due terzi di quell’esperienza, ovvero Maurice Louca e Sam Shalabi tirano le fila di For Seun Matta, disco iridescente e che trasuda orienti vicini e lontani ma che ha nel profondo un ché di casa nostra, visto che a produrlo è la Holidays e ad averlo registrato è il caro Matt Squadra Omega Bordin in quel dell’Outside Inside.

Prima di passare oltre, un breve accenno alla serie “dischi ossessione”, ovvero quelle cose che non c’entrano nulla con gli ascolti “soliti” ma da cui non ci si riesce a staccare: menzione d’onore per 1982 di Liima perché, probabilmente complice il trip nostalgico sub specie Stranger Things (dai, voto 8 senza troppe rotture di coglioni come quelle che ho letto in giro) e una buona dose di “malinconia indotta”, mi si è incastrato nello stereo per praticamente metà anno. Nella stessa linea aggiungerei anche due modi di “cantare soul”, o per lo meno nella mia idea di soul, piuttosto diversi tra di loro, ovvero Life & Livin’ It di Sinkane e Experiencing The Deposit Of Faith di Yves Tumor: non so spiegarmi il perché, ma vi prego: ditemi come tirarli fuori dallo stereo.

Infine i runners, ovvero quelli a cui non sono riuscito ad arrivare in tempo per il listone ma che ho ascoltato molto o che mi riprometto di seguire e/o approfondire a breve perché è roba che merita e molto: qualche nome come Ellen Arkbro, Adriano Zanni col suo Disappearing, Andrea Belfi col nuovo lavoro Ore, il devastante Just Say No To The Psycho Right-Wing Capitalist Fascist Industrial Death Machine dei meravigliosi Gnod, il nuovo Dream Weapon Ritual, WK569, questi ultimi tutti su Boring Machines, le “murder ballads” di Gianluca Becuzzi e Massimo Olla, Tiresia, A Sphere Of Simple Green, gli inglesi Snapped Ankles, Francesco Serra, un tempo Trees Of Mint, col suo nastro Untitled uscito per Fratto9, Cuidado Madame del maestro Arto Lindsay, le psicogeografie di Tiliaventum a nome Deison & Mingle, l’ottimo ritorno di Islaja Tarrantulla, le Goldberg Variations di Claudio Rocchetti, i sempre stupefacenti Ossatura, Pools Of Light di Jessica Moss, Undying Color di Mind Over Mirrors, i lavori in solo di Adamennon, Barnacles e Paul Beauchamp, le lande esoteriche di Empty Chalice, il ritorno di His Electro Blue Voice e la strabiliante riscoperta della meritoria Pauline Anna Strom dovuta alla sempre eccellente RVNG INTL non sono che alcuni dei titoli che mi hanno accompagnato in questo, musicalmente parlando, ottimo 2017.

Insomma, psichedelie, (s)viaggioni e, più o meno, gran chitarre nella mia classificona di fine anno ma con un grande assente che non sarà sfuggito ai più svegli: l’elettronica del nuovo millennio, ovvero quella roba accelerazionista, post-grime o chiamatela come volete: i vari Jlin, Visible Cloaks, M.E.S.H., Arca segnano sicuramente la propria epoca e rappresentano probabilmente al meglio il tecnoevo futuro alienato e alienante, cosa che riconosco senza ombra di dubbio, ma è musica che trovo e mi trova sempre freddo anche quando si mostra nelle sue pose più post-coilesche.

Un capitolo a parte meriterebbero le ristampe, croce e delizia di quest’era retromaniaca che sembra rifugiarsi sempre più in un passato-culla per non assumersi le responsabilità del presente, figuriamoci del futuro. Polemichetta due aperta e chiusa in tre righe, andiamo avanti. Si diceva delle ristampe che, insomma, affollano un mercato probabilmente fatto da vecchi per vecchi (discograficamente parlando) ma ci permettono anche di avere materialmente tra le mani perle che altrimenti avremmo posseduto in forme liquide. Qualche titolo a mo’ di esempio: Through The Looking Glass di Midori Takada, I Fiori Del Sole dell’accoppiata Fedrigotti/Lorenzini, Dream Theory In Malaya del padre del quartomondismo Jon Hassell o le cose targate Black Sweat come Telaio Magnetico, ovvero Lino Capra Vaccina (di cui la Die Schachtel ha pubblicato anche delle outtakes da Antico Adagio intitolate Echi Armonici Da Antico Adagio), Battiato, Juri Camisasca et alii, oppure le numerose perle in zona library riedite dalla trimurti sacra Intervallo, Cinedelic e Spettro – tutte, ovviamente, con una cura del dettaglio da far spavento – per non dire della citata Die Schachtel che ha reimmesso sul mercato Nadma (Uno Zingaro Sul Fiore…) e Claudio Rocchi (Suoni Di Frontiera), tralasciando il mega-box in legno sul Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza. Dall’altra parte dell’oceano basterebbe citare l’americana Super Viaduct che ristampa, ovviamente in vinile, la trilogia iniziale di Franco Battiato, Cosmic Music dei coniugi Coltrane o Ten Years Alive On The Infinitive Plain di sua ciclicità Tony Conrad oppure la belga Aguirre che dopo averci regalato lo scorso anno Theatre Of The Eternal Music di LaMonte Young e Marian Zazeela e Four Organs di Steve Reich quest’anno raddoppia con Strumming Music di Charlemagne Palestine e Persian Surgery Dervishes di Terry Riley. O ancora, tornando a casa nostra, la già citata Soave ci ha regalato due pietre miliari come …E Il Pavone Parlò Alla Luna di Arturo Stalteri e Riflessi di Riccardo Sinigaglia, così come Motore Immobile di Giusto Pio e The Loa Of Music di Roberto Musci, o la benemerita Holidays che varrebbe la pena menzionare soltanto per aver ripubblicato Il Bestiario di Maria Monti. Tutti indizi di retromania ovvio, ma anche una delizia per l’orecchio di chi questi titoli li ha bramati tanto e li aveva recuperati solo in via digitale.

Versante libri direi che, come avvenuto l’anno scorso per Superonda, anche quest’anno il libro musicale che ho più apprezzato è made in Italy e anche se tocca lande diverse da quelle toccate da Mattioli ne ha lo stesso impatto in capacità investigatrici: mi riferisco a La Storia del Punk di Stefano Gilardino, lavoro probabilmente definitivo, almeno in Italia, per accuratezza, profondità critica e ampiezza di riflessione sul fenomeno che più di mille altri ha segnato il costume, oltre che la musica, dell’ultimo quarantennio.

Sul podio un altro libro giunto sul finale dell’anno e che non ho ancora avuto modo di recensire e pure questo molto strano per le dinamiche che lo sottendono. Sto parlando di Adrian Borland & The Sound. Meaning of a distant victory, libro documentaristico e di testi commentati opera di Giuseppe Basile e Marcello Nitti (già autori dell’ottimo ’80. New Sound, New Wave e pubblicato anch’esso dalla Associazione Culturale Geophonìe di Taranto) dedicato ad Alan Borland, sfortunato leader di una delle band sì riscoperte ma senza mai il giusto tributo, ovvero i The Sound. Libro su cui tornerò in maniera più approfondita perché mette in luce molto di quella parabola sfortunata.

Infine, last but not least e nonostante sia tecnicamente uscito sul finire del 2016, massimo rispetto alla neonata sezione libri della Goodfellas perché ha avuto la capacità e la scaltrezza di offrire in traduzione il libro sui Suicide Dream Baby Dream opera di Kris Needs: puntuale, appagante, capace di tenerti incollato alla pagina nonostante sia la storia del duo formato da Alan Vega e Martin Rev, sia quella dell’humus da cui germinarono e quello che contribuirono a formare fossero ben più che note. Tre libri “biografici” diciamo, e zero legati alla contestualizzazione dell’attualità, al concetto di suono, ai risvolti sociologici della musica specialmente in questo scorcio di millennio perché alla fin fine, come dico in sede di recensione de La Storia del Punk, la musica, per noi fruitori, è fatta di storie, di intrecci, di racconti.

Sempre per quanto riguarda il 2017 di SA vi ricordiamo degli editoriali e delle playlist scritti da Tommaso Bonaiuti, Riccardo ZagagliaFernando RennisElena RaugeiLuca RoncoroniStefano SolventiFederico SardoBeatrice PagniAlessandro PoglianiDavide Cantire, Luigi Lupo, Federica Carlino, Andrea Murgia, Edoardo Bridda, Francesco Abazia e Stefano Pifferi. Tra quelle delle testate nazionali e internazionali invece: Rumore (con i commenti del direttore Rossano Lo Mele), XLR8R, WIREStereogumRough TradeNME, Rolling Stone, Bleep.com, Consequence of SoundQuietus, Pitchfork (videoclip e album) e Spin.

Tracklist

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