Weekend di uscite discografiche e streaming. Ascolta gli album di Kamasi Washington, The Orb, NIN, Death Grips e altri

Kamasi Washington, Nine Inch Nails e Death Grips, ma anche Soulwax, The Orb e Mecna. Sono alcuni degli album usciti questo fine settimana di cui parliamo nel consueto editoriale settimanale, con gli approfonditi focus su “Heaven and Earth” e “Bad Witch”

NB: salvo quando diversamente indicato, trovate l’ascolto Spotify di ogni disco citato nella relativa pagina album. Potete inoltre consultare gli editoriali pubblicati finora. Attualmente abbiamo quelli del 15 giugno, 8 giugno, 1 giugno, 25 maggio, 18 maggio, 11 maggio, 4 maggio, 27 aprile, 20 aprile, 13 aprile, 6 aprile, 30 marzo, 23 marzo, 16 marzo, 9 marzo, 2 marzo, 23 febbraio, 16 febbraio, 9 febbraio, 2 febbraio, 26 gennaio, 19 gennaio e del 12 gennaio.


Dopo un weekend senza uscite di peso e squilli di tromba che comunque ha regalato buone – se non ottime – soddisfazioni (vedi alle voci John ParishLay Llamas, X-Altera SOPHIE), questo è il bollente fine settimana che vi avevamo anticipato, quello fatidico in cui, in un colpo solo, ci portiamo a casa e/o in cuffia via streaming gli attesi ritorni di Kamasi Washington, Nine Inch Nails e Death Grips ma anche, non da meno, quelli di Soulwax, The Orb e Mecna. È il primo WE estivo e questi ascolti, e i discorsi che ci abbiamo costruito sopra, terranno sicuramente banco. Di parole ne abbiamo spese parecchie, del resto, a partire dal disco che sembra catalizzare trasversalmente una buona fetta di pubblico che abitualmente ci segue, e parliamo di Heaven and Earth, l’atteso tomo successore dell’altrettanto imponente The Epic. E non potevamo iniziare questo editoriale se non da questo disco che, per durata e peso specifico, possiamo tranquillamente considerare una persona in carne ed ossa, proprio come il suo corpulento e mistico autore, Kamasi Washington.

Critico il nostro Andrea Murgia nei suoi confronti. La sua recensione, che traccia un ottimo parallelo con Gustav Mahler per individuare corsi e ricorsi storici sotto il profilo delle somiglianze nell’approccio tecnico/compositivo ma anche dal punto di vista dell’accoglienza di pubblico e critica, è – crediamo – una solida analisi che si presta idealmente a continuare un dialogo già accesissimo attorno alla sua figura e al valore della sua opera. Non ci stupisce dunque se Heaven and Earth raccoglierà, ancor più del suo predecessore, elogi sperticati (e di voti importanti ne abbiamo già visti parecchi, sia online che sulla carta stampata) e altrettante feroci invettive.

Altro disco di peso di cui vi dicevamo in apertura è senz’altro Bad Witch, l’album breve dei Nine Inch Nails. Secondo Elena Raugei è un ritorno a una forma non buona ma ottima, per la formazione di Trent Reznor, quel Reznor il cui carisma sembra in netta ascesa, sia per recenti, umanissime, ammissioni (il materiale inizialmente composto per quest’album è stato scartato perché ritenuto “spazzatura”), sia per prese di posizione nettamente politiche («se hai il potere e l’influenza per farti sentire, fatti sentire, denuncia ingiustizie e menzogne»), sia per l’indimenticabile cameo nella terza stagione di Twin Peaks. Interessante inoltre, nella recensione di Elena, il dedalo dei rimandi tra il regista della serie di culto e la sua cinematografia, nonché gli intrecci di quella con la carriera e la vicenda umana di Bowie. Insomma, una lettura stimolante, dal fascino quasi cabalistico.

A proposito di numeri: ben 5 (su 13 tracce complessive) sono state le anticipazioni che nel corso degli ultimi sei mesi hanno puntellato l’attività di promozione dei “normalizzati” Death Grips, gente che continua a fare ciò che gli pare a livello artistico, ma che da Bottomless Pit a questo Year Of The Snitch sta formalmente alle regole del gioco del music biz, e anzi ci sentiamo di dire che abbia abusato di strategie di comunicazione ormai abbandonate dai più, come la copertina svelata in un momento, la tracklist in un altro, la data di uscita in un altro ancora, le tracce a spizzichi e bocconi, i video e non ultimi gli autogossip dallo studio via Instagram con scatti del regista di Shrek e di Justin Chancellor, bassista dei Tool. Delle restanti tracce e dell’opera complessiva ci parlerà a breve, in sede di recensione, Valerio Di Marco, ma abbiamo fede nella loro stoica carica anarco-noise-hip-hop, che unita alle disturbanti video installazioni, ci ha sempre catturato grazie a una proposta intimamente punk, massimalista e minimalista, splendidamente inconcludente, capricciosa, sfrontata, prevedibilmente imprevedibile, ispirata dal più vivo underground, e perciò sporca, brutta e cattiva.

Insomma, nell’“anno dello spione” il caos deve regnare sovrano o comunque ispirare l’arte dal lato della libertà e della coralità per realizzarla, senza barriere né steccati. Succede nell’ultimo album degli immarcescibili Orb, che quest’anno festeggiano i trent’anni di attività accompagnati da una truppa di nuovi e vecchi amici. Il loro No Sounds Are Out of Bounds è un cappello che contiene tutti i loro conigli (recensione di Edoardo Bridda), un manualetto della loro arte bello e buono in cui il loro tipico humour non è svanito; si balla ancora sulle macerie del mondo, anche se l’effetto ecstacy dello Huge Ever Growing Pulsating Brain That Rules from the Centre of the Ultraworld si è stemperato in qualcosa di più adulto, qualcosa che brilla ma che fa anche pensare.

Di pensieri nella testa dei Soulwax ce ne sono invece pochissimi, e quei pochi sono orientati all’ESSENTIAL: un “mix tarocco” che i Nostri hanno beffardamente presentato alla BBC Radio 1 per la loro popolare serie di missati. Si tratta non di una raccolta di brani propri e/o altrui, ma di un vero album ex novo che è pure un concept basato – tautologicamente – sull’essenziale. È un disco house, e ce ne parla Marco Boscolo in sede di recensione.


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Altra uscita del WE è quella dei newyorchesi Gang Gang Dance, un patrocinio 4AD che con Kazuashita ricalibra la formula del precedente Eye Contact, che detta in breve risponde a un misto di psichedelia, dub e dance frullata secondo coordinate world, e a una bella dose di patina e cattivo gusto 80s. Peccato che la rinnovata formula non convinca affatto: è new now age marziana che sulla carta funziona(va) benissimo, ma non nella pratica. La band sembra aver perso l’estro kitsch che ne aveva fondato il culto (recensione di Edoardo Bridda).

Sulla scia del disco del redivivo trio, abbiamo da consigliarvi invece l’elettronica in punta di piedi di Janet Dappiano, in arte Noirêve (recensione di Alessandro Pogliani). L’artista trentina, nel suo primo album – Pitonatio – va oltre il dream-trip-pop degli esordi e approccia un sincretistico mondo “world” in maniera libera, piacevolmente “ingenua” e nettamente più efficace rispetto a quella degli americani che, lo ricordiamo, mancavano dal 2011. Sul lato dancefloor, il disco da avere questo WE è il debut di Blawan. Quella di Wet Will Always Dry è techno ridotta all’osso giostrata su abrasivi riffage di sculture sonore ottenute coi modulari. È materia immersiva eppure indissolubilmente legata al ballo, funziona alla grande nelle big room più buie del pianeta ma anche a casa (recensione di Edoardo Bridda).

Sul lato pop mainstream, questo fine settimana sigla inoltre l’uscita del debut di una che ha già fatturato miliardi di stream, e parliamo di Bebe Rexha (Expectations), ma anche di Pray For The Wicked, l’album della mainstream (emo) (power) pop band di Las Vegas Panic At The Disco!. Per l’Italia da segnalare c’è, inoltre, il ritorno di Mecna con Blue Karaoke e l’album di debutto di Lorenzo Bitw, Love Junction. E occhio anche a Swinging Flavors con il sesto capitolo della footwork saga che presenta l’americano Sinistarr e l’inglese Jim Coles, meglio noto come Om Unit, e che qui invece rispolvera l’alias  Philip D Kick. Sempre elettronica, con il ritorno lungo di Martyn dopo 4 anni, con Voids; su PAN esce poi Blinks, un EP targato TOXE, e via Mexican Summer Zebra, il ritorno di ARP.

Non ultimi: i Best Coast hanno pubblicato un disco per bambini intitolato Best Kids (non c’è su Spotify), mentre Schtick è il primo album solista di Danny Goffey, ex batterista dei disciolti Supergrass.

Tracklist