Weekend d’ascolti (e acquisti) discografici che si presta naturalmente al viaggio, questo del 27-29 settembre. Si viaggia innanzitutto sulle blue note di John Coltrane e del suo Blue World, un album inedito del compianto jazzista registrato assieme al suo Classic Quartet tra le sedute di Crescent e A Love Supreme. E si viaggia su coordinate psichedeliche con gli album di Temples (Hot Motion) e Moon Duo (Stars Are the Light). A proposito di quest’ultimi e della loro annunciata svolta groovey, Stefano Pifferi in sede di recensione ne parla in termini positivi: nel disco c’è meno oscurità e più movimento, il tutto presidiato da sua santità Sonic Boom, ad aggiungere un bel grado di fattanza acida e visionaria. Un disco da non lasciarsi scappare insomma.
Il viaggio si fa introspettivo e visionario nei lavori di Alessandro Cortini, che in Volume Massimo, abbina le chitarre ai sintetizzatori sposando ambient e noisescape, riflessione e azione, elettronica ed elettricità, e dando vita forse al suo miglior album (recensione TOP ALBUM di Elena Raugei), Trentemøller, che in Obverse si conferma abile sound designer capace di portare in musica i cieli e i paesaggi della propria terra popolandoli emozionanti chiaroscuri, e Telefon Tel Aviv, ovvero il solo Joshua Eustis, che con Dreams Are Not Enough rilancia in solitaria il progetto dopo anni di riflessione ed elaborazione del lutto dell’ex compagno di band Charles Cooper; un disco che si muove sulle coordinate di una vellutata soultronica dagli occhi blu attraversata da banchi di nuvole cariche di pioggia, stanze della memoria e contrappunti ritmici che vanno dal trip hop alla dance tout court. Chi il viaggio lo intende invece come un angusto tunnel senza vie d’uscita sono i 65daysofstatic di replicr, 2019. La band lo descrive lapidariamente come «42 minuti di paura, un lavoro che guarda agli abissali futuri del capitalismo», fate conto un misto di soundtrack music di settantiana memoria, post-rock e IDM ricalibrato sotto lenti HD e proferito in toni che idealmente ribattono l’ormai celebre “How Dare You?” rivolto ai potenti della terra.
Il WE discografico è però fatto anche di canzoni: ne sanno scrivere di funzionali al revival 90s Tegan And Sara (Hey, I’m Just Like You, recensione di Marco Braggion) e di valide lo statunitense Benjamin Dean Wilson (Play Pretend), più volte paragonato a pesi massimi come Ray Davies e Randy Newman, ma ne sanno comporre di ancora migliori i New Pornographers (In the Morse Code of Brake Lights), che nel nuovo disco si confermano come eroi dell’easy rock corale. La band è come uno di quei vini su cui puoi tranquillamente puntare quando sei in ritardo per un invito a cena e il supermercato sta per chiudere, scrive Fernando Rennis in sede di recensione. A proposito, alla fine del suo articolo viene citato anche il più vecchio dei fratelli Gallagher, anche lui con un disco fuori questo fine settimana e sempre sulle sue “nuove” e trascurabili traiettorie disco (This Is The Place EP). Altre canzoni sulle quali poter contare sono quelle scritte da Giancarlo Frigieri nel suo I ferri del mestiere, uno dei suoi migliori dischi, scrive Stefano Solventi, cantautorato rock assieme aspro e generoso, capace di sembrare la lingua più adatta per raccontare queste storie di vite finite in un vicolo cieco.
Last but not least: abbiamo anche un po’ di sano e intransigente punk. È uscito The Talkies dei Girl Band, la band simbolo della rinascita di Dublino in questo senso, quella grazie alla quale abbiamo in giro gente come Fontaines DC e Murder Capital. Dall’esordio della formazione è passato molto tempo, quattro anni non sono pochi, ma i ragazzi sono qui a reclamare il proprio ruolo guida all’interno di una scena che proprio grazie a loro è letteralmente esplosa. Rispetto agli approcci più arty delle sopracitate band, il gruppo continua ad avere i riff più efferati, le distorsioni più dolorose e le ritmiche più grottesche, in pratica un punk tanto noise quanto no wave. Ma pur nel rigetto di qualsiasi forma di appeal melodico, il sound resta avvincente e assolutamente moderno (recensione di Diego Ballani, in arrivo).
Altri dischi del WE: Laurie Anderson che torna accanto al cantante tibetano e polistrumentista Tenzin Choegyal e della compositrice Jesse Paris Smith (figlia di Patti Smith) in Songs From the Bardo; Sturgill Simpson con il vintage blues modernista di Sound & Fury. Lato elettronico: Felix Lee (ovvero il Lexxi dell’EP5STARB01 del 2016) pubblica su Planet Mu il non indimenticabile Inna Daze (recensione di Giuseppe Zevolli), mentre Nicolò Arpinati recupera due validi EP del giovane e talentuoso producer barese L O S C I. Su Deep Medi esce inoltre Winona, il 12” di Samba a base di bass music esoterica ed impressionista; su Tectonic c’è invece Elmono con le evoluzioni di classici jungle breaks di Cooper’s Dream; a chiudere il trittico di EP su DFA troviamo XLNT con High Tide.
Singoli: Immaginario è il nuovo brano di un Colapesce insolitamente dance composto assieme a Mace, producer già al lavoro con Fabri Fibra, Salmo, Venerus e molti altri.
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