NB: salvo quando diversamente indicato, trovate l’ascolto Spotify di ogni disco citato nella relativa pagina album. Potete inoltre consultare gli editoriali pubblicati finora. Attualmente abbiamo quelli del 26 ottobre, 19 ottobre, 12 ottobre, 5 ottobre, 28 settembre, 21 settembre, 14 settembre, 7 settembre, 31 agosto, 27 luglio, 20 luglio, 13 luglio, 6 luglio, 29 giugno, 22 giugno, 15 giugno, 8 giugno, 1 giugno, 25 maggio, 18 maggio, 11 maggio, 4 maggio, 27 aprile, 20 aprile, 13 aprile, 6 aprile, 30 marzo, 23 marzo, 16 marzo, 9 marzo, 2 marzo, 23 febbraio, 16 febbraio, 9 febbraio, 2 febbraio, 26 gennaio, 19 gennaio e del 12 gennaio.
Primo weekend novembrino, ora solare e clima impietosamente autunnale: tutto cospira per farci accartocciare nella nostra bolla preferita, quella dove ci siamo noi e le cose che ascoltiamo. Casomai nuove, come non ne mancano mai e di cui come sempre siamo qui a parlarvi. A partire da quello che a occhio e croce è il perfetto album del post-Halloween, con lo spleen sfilacciato che ben si confà al periodo: parlo del nuovo di Sun Kil Moon che, a partire dalla copertina, promette di sciorinare il consueto ciondolare grigio, di come a Mr. Kozelek, quando gli riesce, riesce davvero bene. This Is My Dinner vede in scaletta la presenza di ben tre cover (antico vezzo del Nostro) – Rock ‘N’ Roll Singer degli AC/DC, Chapter 87 of He di John Connolly e Come On Get Happy della Partridge Family – mentre tra i credits spiccano Donny McCaslin (già al lavoro per Blackstar di Bowie) e Jim White dei Dirty Three.
Passion, quarto album del duo mancuniano Demdike Stare, è uno di quei lavori che sembrano scolpiti nel ventre nascosto e molle del presente, capaci cioè di dare forma a sensazioni, percezioni e presentimenti per cui è difficile trovare parole. Dark ambient, IDM e industrial, un’apocalisse frantumata e distesa sul tavolo operatorio di questi due ingegneri alle prese col Frankenstein delle inquietudini più batteriche e quotidiane. Come ben chiosa Edoardo Bridda nella recensione, parliamo di «musica che è proprio agli antipodi della disco intesa come espressione liberatoria di sé, della libido, del desiderio sessuale. Se questa è Passion lo è al massimo nei termini di una pornografia per androidi che è materia che noi umani (o pseudo tali) facciamo rientrare nei piaceri dell’anti-climax». Disco destinato a segnare i nostri tempi? Vedremo. Già porsi la domanda è tanta roba.
Tanto per restare in zona cupezza, brilla – si fa per dire – la copertina di Thought Gang, l’omonimo esordio del duo composto da David Lynch e Angelo Badalamenti, dodici tracce di cui è facile immaginare l’impostazione cinematica di taglio onirico e di sostanza jazzy (o viceversa), con l’avvertenza che trattasi di un recupero di registrazioni effettuate nel ’92-’93, quindi subito dopo l’apoteosi Twin Peaks. Visto che abbiamo svoltato dalle parti del jazz, tanto vale rimanerci, seppure in una zona di interscambio, al confine cioè tra dream pop, black metal e classica: è quello che accade in Ultraviolet, terzo interessante album (e debutto su Warp) della compositrice statunitense Kelly Moran, la cui Helix (che potete ascoltare nella scheda album) ricorda una Björk finita appunto tra le grinfie dei due mattacchioni Lynch & Badalamenti.
Rimanendo sempre in area celluloide, almeno a livello di suggestioni, ci imbattiamo in Shlømo, producer parigino (vero nome Shaun Baron-Carvais) all’esordio con Mercurial Skin, nel quale techno e ambient si mettono al servizio di un a quanto pare antico e ben radicato amore per le soundtrack. Ma come non chiudere questo primo paragrafo con una band visivamente (consentitemi) halloweeniana come i The Prodigy? Tre anni dopo il tutto sommato buono The Day Is My Enemy, si concedono con No Tourists un ritorno che promette scintille, definito dallo stesso Liam Howlett «evil rave», esternazione a cui concediamo una certa fiducia dopo l’ascolto di Need Some1, Light Up The Sky e soprattutto Fight Fire With Fire, disponibili via Spotify. Tutto così autoreferenziale da diventare un cortocircuito, una mascherata col peso specifico ridotto a zero. Forse a qualcuno piacerà proprio per questo, chissà.
Bocconcino interessante dal reparto hip-hop: ad appena un anno dall’ottimo Big Fish Theory torna Vince Staples con FM!, terzo EP per il rapper californiano che mette in fila 11 pezzi per 22 minuti totali. La galleria degli ospiti è sbalorditiva: Earl Sweatshirt, Kamaiyah, Jay Rock, Kehlani, E-40, Tyga, Ty Dolla $ign, Buddy e Vonnie. Quanto poi ai producer: Kenny Beats (Rico Nasty, Key!) e Hagler. Non so se è un record per quanto riguarda un EP, ma dovrebbe andarci abbastanza vicino.
Non ti compaiono più i nostri post su Facebook? Regola il newsfeed per tornare a ricevere regolarmente i post di Sentireascoltare: vai nel menù a tendina della nostra pagina FB alla voce “pagina seguita” e spunta “sì, tutte”.
Ripartiamo da un altro esordio, ancora da parte di un producer (questa vera e propria chimera contemporanea) proveniente stavolta dall’Egitto: Zuli declina esotismo (e pure un certo misticismo) su una dancefloor techno-ambient in mezzo al deserto, sorta di Terminal – appunto – da cui decollano pezzi-lanterne magiche ad alto tasso melodico, ferma restando la componente ritmica evoluta. L’effetto è tutt’altro che inaudito, ma bisogna concedergli una certa padronanza. Tocca svoltare in zona rock vagamente cantautorale, quello gravido di angst da quasi mezza età che innerva Yawn, quarto lavoro per Bill Ryder-Jones, ex The Coral oggi impegnato a consolidare una carriera solista dignitosa che ricorda neanche troppo vagamente il percorso quieto-ma-irrequieto dei rimpianti Mojave 3. Anche qui, sembra di ripercorrere strade che portano alle solite piazzole da cui puoi gettare lo sguardo su scorci piuttosto nostalgici e in ultima analisi consolatori. Pane per i denti di chi ne sente il bisogno.
Chi non ne ha bisogno e se ne infischia di ricordare alcunché, perché già ricettacolo vivente di memoria ramificata pressoché ovunque, è la grande Marianne Faithfull, al ritorno con un Negative Capability – ventunesimo album in carriera – prodotto nientemeno che dalla coppia Rob Ellis e Warren Ellis e che vede due ospiti d’eccezione come Mark Lanegan e Nick Cave: non so francamente cos’altro aggiungere, se non che si tratta di quelle operazioni abbastanza automatiche che però anche solo la combinazione di pochi dettagli ben incastrati a volte è in grado di rendere imperdibili. Simile discorso vale per l’iniziativa messa a segno da Yep Roc, curiosa sulla carta ma che promette divertimento (e forse anche qualcosa di più) anche all’atto pratico: 3 x 4: The Bangles, The Three O’Clock, The Dream Syndicate, Rain Parade vede appunto le quattro storiche band del Paisley Underground impegnate a coverizzare tre pezzi delle altre, una ghiotta dozzina da cui non ci si aspetta altro che una doverosa e reciproca celebrazione, certo, magari persino sbattuta in faccia ai simpatici colleghi di Pitchfork, che nella recente Top 200 degli Eighties hanno allegramente snobbato una delle scene più esaltanti mai prodotte in ambito rock.
Altro ritorno che non esiterei a definire clamoroso è quello dei Dead Can Dance, si intitola Dionysus e arriva a ben sei anni dal discreto Anastasis. La band di Lisa Gerrard e Brendan Perry sforna un lavoro in due atti che ripercorre il mito di Dioniso facendo ricorso a stilemi folk di diversa estrazione, field recordings e un utilizzo “cinquecentesco” (!) delle voci. Non certo un lavoro di facile ascolto quindi, ma la band australiana sa di poter contare su un culto ben radicato e può quindi permettersi azzardi del genere.
Chiudiamo con un paio di riproposizioni d’archivio, che – come è ormai tipico dei nostri giorni – finiscono per rappresentare dei veri e propri eventi. MicroComposed 1980-1986 è l’ennesima gemma dalla scena elettronica jugoslava degli anni ottanta ripescata dalla Discom, dieci tracce ad opera dei Consequential, un duo assolutamente avanti rispetto ai contemporanei, in grado – come sostiene Nicolò Arpinati in sede di recensione – di scomodare mostri sacri come Soft Cell, Bowie e Depeche Mode. Ed eccoci infine all’episodio 14 della saga “bootleg series dylaniane”: The Bootleg Series Vol. 14: More Blood, More Tracks vede Bob Dylan appunto alle prese con le session per il bellissimo Blood On The Tracks, l’album del 1975 che lo vide tornare a grandi livelli e che probabilmente rappresenta ancora oggi un modello per chiunque voglia cimentarsi nel genere “cantautorato rock”. Pubblicato in versione full size (6 CD) e contenente tutto il registrato disponibile e opportunamente anche in un doppio CD dedicato alle sole versioni alternative dei brani noti (più un’inedita versione della outtake Up To Me), è un’operazione di scavo nella dimensione più intima e persino dolente del Bardo di Duluth, oltre che un autentico attentato al portafoglio degli appassionati già alle prese con non poche “tentazioni” del genere (vedi le clamorose ristampe di Imagine di Lennon, del Village Green dei Kinks e del White Album dei Beatles, per dire). Per il momento è tutto, e, beh, mi sembra tanto. A rileggerci il prossimo weekend.