NB: salvo quando diversamente indicato, trovate l’ascolto Spotify di ogni disco citato nella relativa pagina album. Potete inoltre consultare gli editoriali pubblicati finora. Attualmente abbiamo quelli del 12 ottobre, 5 ottobre, 28 settembre, 21 settembre, 14 settembre, 7 settembre, 31 agosto, 27 luglio, 20 luglio, 13 luglio, 6 luglio, 29 giugno, 22 giugno, 15 giugno, 8 giugno, 1 giugno, 25 maggio, 18 maggio, 11 maggio, 4 maggio, 27 aprile, 20 aprile, 13 aprile, 6 aprile, 30 marzo, 23 marzo, 16 marzo, 9 marzo, 2 marzo, 23 febbraio, 16 febbraio, 9 febbraio, 2 febbraio, 26 gennaio, 19 gennaio e del 12 gennaio.
Dopo il weekend apocalittico che vi abbiamo illustrato la scorsa settimana azzardando accostamenti tra alcune pubblicazioni discografiche e un’imminente fine del mondo, in questa puntata ci riprendiamo un po’, innanzitutto con del buon pop. Neneh Cherry è una garanzia e il suo Broken Politics co-prodotto da Four Tet è stato anticipato nelle ultime settimane da quattro brani che erano uno migliore dell’altro. Il disco, accasato su Smalltown Supersound (ma praticamente una produzione autarchica), ne siamo certi, non deluderà chi ha già amato (e non poco) Blank Project e chi nel pop ama ascoltare sperimentazione ma anche rotondità, timbri e un raffinato incastro tra voce e spazio sonoro. Vedi ad esempio un singolo come Kong, con la co-produzione di 3d dei Massive Attack (recensione di Andrea Macrì).
Più giovane ma non per questo meno interessante è invece il pop proposto da MØ – la cantante di Lean On per capirci, e occhio che è uscita anche Essentials la raccolta dei Major Lazer che la contiene – e Empress Of, con quest’ultima tra l’altro a comparire come featurer nel disco della prima, giusto per rimarcare le affinità elettive a legare due proposte – Forever Neverland recensito da Eleonora Orrù da una parte e Us dall’altra – che non tradiscono un formato tutto contemporaneo fatto di r’n’b, art pop e ritmiche caraibiche. Aumentando di un paio di tacche il livello d’intimismo in salsa r’n’b viene naturale parlare dell’altra strombazzata uscita del WE, che è quella dell’amato/odiato How To Dress Well. Alla precedente prova Luca Roncoroni aveva rifilato un secco 4,5; di converso, questo è il lavoro che ne riscatterà un poco la controversa vena ispirata dalla New Sincerity. The Anteroom si attesta dunque su coordinate più variegate (in alcuni episodi ricorda addirittura i Low) ma è difficile che allarghi il pubblico dei suoi fedeli. L’etichetta Domino comunque continua a crederci e forse non sbaglia.
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Passiamo di volata su due lavori che altro non sono se non revisioni dei rispettivi cataloghi, e parliamo di Warzone di Yoko Ono, che in questi giorni ha fatto alzare più di un sopracciglio condividendo la sua versione di Imagine, e di Songs of Love and Horror di Will Oldham, album per chitarra e voce in cui il songwriter reinterpreta le canzoni del proprio repertorio pubblicate originariamente sotto alcuni alias (e varianti di quelli) tra cui Palace Brothers e Bonnie Prince Billy, per calarci poi nel magnifico sound imbastito dai Cave. Cosa si nasconde dietro al loro Allways? A giudicare da quel che scrive Stefano Pifferi in sede di recensione, un bel mal di testa a furia di twistin’ and shakin’ avanti e indietro nel tempo e nello spazio, che sembra prendere dei capelloni qualsiasi della Germania anni ’70, catapultarli allo Studio 54 dopo una sana ripassata delle fondamenta del suono funk, bianco e nero che sia, imbottirli di droghe lisergiche e lasciarli liberi di scorrazzare ovunque.
Meno memorabile ma più convincente dell’interlocutorio Life Without Sound, Last Building Burning è invece l’album dei Cloud Nothings. La band di Cleveland torna ad accendere la miccia puntando dritta ad un’“energia primordiale” che rimane più sulla carta che non nei risultati, secondo un Riccardo Zagaglia che in sede di recensione traccia inoltre un bel quadro dell’evoluzione di queste musiche all’interno degli anni ’10. Trascurabile è l’EP che segna invece il commiato dei Minus The Bear (Fair Enough), e banalmente brutto Natural Rebel di Richard Ashcroft, disco più classicamente verviano – ma anche classicamente rock tout court – che pecca proprio alla base, dal punto di vista dell’urgenza comunicativa (recensione di Luigi Lupo). Bello invece il disco de Il Muro del Canto, anche migliore del precedente. Più rock decisamente, un muro di suono impressionante tra chitarre, ritmiche e fisarmonica. Anche se poi l’impianto a base di folk, gitana e stornello romanesco rimane. I testi ovviamente hanno Roma al centro: è canzone popolare romanesca aggiornata all’oggi. Ma non si tratta solo dei Lando Fiorini moderni, bensì di una band che aspira legittimamente a uscire dai confini del Raccordo Anulare e guadagnarsi un respiro nazionale (recensione di Valerio Di Marco in arrivo). Sempre sull’Italia è uscito Hurrah è il nuovo album della cantautrice Mimosa, prodotto da Filo Q e voluto da Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti.
Approdando su discorsi eminentemente elettronici, IL disco da avere è quello di dBridge. A Love I Can’t Explain è un must per chi ama i continuum e più banalmente la Bass Music Made In UK. C’è da dire che DBridge non cerca di raggiungere un pubblico più vasto, non ha pensato ad un Timeless per il terzo millennio, ma questo tutto sommato è anche il segreto della sua bellezza, dato che parliamo di un signor producer con una sua riconoscibile cifra stilistica. Quando l’elettronica si fa acquerello pop ecco che Ghostly International bussa immancabile alla porta. Geotic è l’alias di Will Wiesenfeld, più conosciuto col suo altro progetto, Baths, e Traversa è uno di quei lavori che negli anni ’10 avremmo visto volentieri nel catalogo Morr (recensione di Antonello Franzil). Su territori più ambient, il disco di cui si è occupato Nicolò Arpinati questa settimana è quello della svedese Maria w Horn. Kontrapoetik è un interessante esordio che s’ispira alla storia di una provincia del Nord della Svezia, Ångermanland. Anche Fort Romeau torna sugli scaffali. L’EP in questione si chiama criticamente SPC-140. E ah c’è anche un nuovo capitolo discografico dei Residents di cui parlare. Il loro Intruders a che fare con doppelgangers, spettri, ossessioni e delusioni. E a co-produrlo c’è Eric Drew Feldman, ex Captain Beefheart and the Magic Band e ex Pere Ubu, che è accreditato anche come musicista aggiunto.